Processo Hydra
Il processo Hydra è un procedimento penale nato da un'inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, coordinata dal Procuratore della Repubblica Marcello Viola, dalla Procuratrice aggiunta Alessandra Dolci e dalla sostituta procuratrice Alessandra Cerreti, che ha svelato l'esistenza di un'alleanza tra le tre mafie storiche, Cosa nostra, camorra e 'ndrangheta, in Lombardia.
Questa alleanza, rispetto ad altre collaborazioni più o meno estemporanee e più o meno durature tra organizzazioni criminali diverse registrate in inchieste giudiziarie precedenti, avrebbe il carattere di un accordo stabile e duraturo; secondo i pubblici ministeri, si tratterebbe infatti di:
«un sistema di cointeressenze ed anime multistrutturate composto da gruppi tra loro disomogenei, ma associati attraverso l’apporto comune di capitali, la predisposizione di mezzi, la messa a disposizione di risorse umane, la costituzione di società, tutti elementi funzionalmente aggregati dal fine comune, ossia quello di trarre profitto attraverso molteplici attività (apparentemente lecite ed illecite) che costituiscono la fonte delle entrate delle organizzazioni criminali mafiose di riferimento ed il collante tra le stesse»[1].
Attraverso l'espressione "sistema mafioso lombardo", gli inquirenti hanno definito questo sistema di tipo confederativo nel quale le mafie storiche proietterebbero interessi economici e criminali estremamente qualificati. Si tratterebbe quindi di una nuova associazione criminale rientrante nella fattispecie descritta dall’articolo 416 bis c.p., di cui farebbero parte componenti di Cosa Nostra siciliana, ‘ndrangheta calabrese e camorra napoletana, le quali, in perfetta sinergia e comunità d’intenti, nonché dotate di struttura ed organizzazione comune e stabile, perseguirebbero l’interesse comune di massimizzazione di profitti derivanti da investimenti in settori dell’economia legale di denaro proveniente da varie tipologie di reati.
Antefatti
L'avvio delle indagini, condotte dal Nucleo investigativo dei Carabinieri di via Moscova a Milano diretto dal colonnello Antonio Coppola, è coinciso col monitoraggio della locale di 'ndrangheta di Legnano - Lonate Pozzolo, e in particolare del suo uomo in quel momento più rappresentativo, Massimo Rosi[2].
Le attività di indagine consentirono non solo di riscontrare le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Emanuele De Castro, ma anche di accertare come Rosi fosse:
- costantemente teso alla ricostituzione, anche attraverso la rituale affiliazione di nuovi sodali, della locale di ‘ndrangheta di Legnano e Lonate Pozzolo, ormai falcidiata dalle ultime operazioni;
- impegnato in attività legate all’importazione ed alla spartizione di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti;
- strettamente legato a Gioacchino Amico, Raimondo Orlando, Saverio Sergi, Samuele Bonanno, Pasquale Callipari, Roberto Toscano, nonché agli storici esponenti della locale stessa: Vincenzo Rispoli (tramite c.d. «‘mbasciate» veicolate da e per il carcere dove si trova in regime di 41bis), Pasquale Rienzi, Raffaele Barletta, Giacomo Cristello e altri;
- di fatto assunto alla Servizi Integrati SRL, società costituita per gli interessi economici del gruppo criminale, presso i cui uffici passa gran parte del tempo a stretto contatto con Amico e Orlando.
Parallelamente, a seguito delle dichiarazioni di De Castro, veniva identificato e monitorato Gaetano Cantarella, detto Tanu U Curtu, intercettato per la prima volta il 25 gennaio 2020, le cui attività di indagine permisero di confermare i rapporti con esponenti della famiglia mafiosa “Mazzei / Carcagnusi” ed individuare i principali soggetti a lui collegati, identificati in Gioacchino Amico, Giuseppe Castiglia detto "Pippo" e Giancarlo Vestiti. Proprio Amico, poi divenuto collaboratore di giustizia, sarebbe diventato il collegamento e il collante tra i vari filoni investigativi.
Il 3 febbraio 2020, Cantarella sparì senza lasciare traccia, dopo aver incontrato a Canicattì Gioacchino Amico e Raimondo Orlando. Le successive intercettazioni telefoniche e ambientali, tra il 4 e il 6 febbraio successivi, permisero di acquisire elementi circa il coinvolgimento dei due nella scomparsa di Cantarella, anche se il movente esatto è ancora oggetto di indagine, dopo le dichiarazioni dei vari collaboratori di giustizia (non solo lo stesso Amico, ma anche Bernardo Pace, trovato morto nella sua cella dopo aver reso dichiarazioni agli inquirenti).
Le varie componenti dell'associazione
Le indagini permettevano di individuare, quindi, stabili collegamenti tra esponenti delle tre organizzazioni mafiose storiche, finalizzati in particolare al riciclaggio di denaro e al narcotraffico. In particolare, emergeva che il sodalizio tra Giancarlo Vestiti e Gioacchino Amico era in stretto contatto e condivideva sostanziali interessi economici con:
- il clan Moccia di Afragola, in particolare con Luigi e Bruno Moccia, fratelli del “capo” clan Angelo;
- la famiglia Senese di Roma, in particolare con Michele e Vincenzo Senese, rispettivamente figlio e fratello del boss Michele;
- la locale di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo, guidata da Massimo Rosi e Giacomo Cristello;
- vari esponenti di famiglie mafiose siciliane come Fidanzati, Mannino, Messina e altre;
- William Alfonso Cerbo e Gaetano Cantarella (fino alla sua scomparsa), affiliati alla famiglia mafiosa catanese dei “Mazzei / Carcagnusi”;
- Santo Crea, affiliato alla ’ndrina Iamonte, e suo figlio Filippo[3].
I traffici illeciti dell'associazione
Le attività di indagine permettevano di individuare non solo i traffici illeciti del gruppo criminale, ma anche la suddivisione dei ruoli all’interno dell’organizzazione. In particolare, emergeva come il gruppo operasse attraverso diversificati circuiti criminali, passando dalle false fatturazioni al riciclaggio (anche con reimpiego in svariate attività imprenditoriali), all’elusione fiscale nel settore dei carbolubrificanti, dall’importazione e traffico di stupefacenti, alle estorsioni e così via.
Secondo gli inquirenti, proprio le eterogenee attività del gruppo e i rapporti con più organizzazioni criminali consentirebbero di affermare che, al di là dell’ambito mafioso monitorato, si sarebbe in presenza di un livello criminale più elevato che catalizza le risorse finanziare di eterogenei sistemi mafiosi (camorra, ‘ndrangheta, cosa nostra), funzionalizzando investimenti di ingentissimi capitali - in parte derivanti dalle consuete attività illegali (stupefacenti, estorsioni ecc.) - impiegati in attività imprenditoriali apparentemente lecite e gestite da organizzazione criminali, il tutto attraverso uno stabile vincolo associativo costituito proprio dal fine comune.
I passaggi cruciali dell'inchiesta
Nel corso dell’indagine sono stati cristallizzati alcuni eventi che, per importanza e per gli effetti prodotti, hanno condizionato le scelte investigative e consentito di acquisire un quadro di insieme che consente di affermare gli assunti innovativi sopra espressi[4]:
- l’omicidio di Gaetano Cantarella;
- l’arresto di Giancarlo Vestiti e l’assunzione di ruolo di catalizzatore delle diversificate componenti assunto da Gioacchino Amico;
- la disputa economica che ha contrapposto la famiglia Pace ad Amico, legato alla famiglia Senese, che ha richiesto la mediazione di Giuseppe Fidanzati e Antonino Galioto, detto "Zio Nino", di Paolo Aurelio Errante Parrino, detto "Zio Paolo" e Antonio Messina, detto "l'Avvocato" (rispettivamente cugino e uomo di fiducia di Matteo Messina Denaro), di Emanuele Gregorini e Giuseppe Castiglia detto "Pippo" (famiglia Senese), di Demetrio Tripodi (Locale di Desio), di Filippo Crea ('ndrina Iamonte), Giacomo Cristello (Locale di Legnano-Lonate Pozzolo) e dei fratelli Dario e Fabio Nicastro (espressione della cosca gelese “Rinzivillo” operativa in Lombardia);
- l’avvio di attività edili collegate al “superbonus 110%” che faranno registrare diversi summit tenuti anche in Sicilia tra gli indagati e soggetti di elevata caratura criminale ivi sedenti tra i quali Stefano Fidanzati (fratello di Giuseppe “Ninni”), Antonio Messina, Serafino Seidita, e che paleseranno gli interessi comuni e le cointeressanze tra le diverse compagini;
- la ricostituzione della locale di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo portata avanti da Rosi e Cristello, anche attraverso la rituale affiliazione di nuovi sodali e il coinvolgimento di storici affiliati, nonché delle locali calabresi di Guardavalle e Cirò Marina;
- l’apporto economico alle rispettive organizzazioni in una “cassa comune” alimentato dalle consuete attività criminali nel settore degli stupefacenti e nelle estorsioni, nonché da una serie di reati nei settori finanziario/economico;
- l’infiltrazione nel tessuto economico/sociale e politico/istituzionale del sodalizio.
La struttura dell'organizzazione
Le indagini hanno disvelato l’esistenza di una struttura ad organizzazione orizzontale, all’interno della quale non esisterebbe un vertice, ma più gruppi che si muovono parallelamente e che, in virtù di un accordo preventivo, assumono determinazioni comuni funzionali allo sviluppo dell’associazione stessa.
In questo contesto e in virtù di questo pactum sceleris, i dissidi tra le diverse componenti, in primis quello tra Amico e la famiglia Pace, trovano una soluzione funzionale e necessaria a mantenere in vita quell’accordo, soluzioni che hanno l’effetto di abbassare le rivendicazioni al fine di mantenere in vita quell’organismo che consente, a tutti, di trarre profitto.
È proprio il profitto che lega il gruppo, che lo tiene in vita, che motiva i singoli e che li induce a ricercare, nell’ambito di quella stessa organizzazione, figure di riferimento (come Errante Parrino, Fidanzati e Messina) che, per carisma, storia criminale, ascendente mafioso, età, sono in grado di indurre posizioni conciliatorie.
Emblematica sotto questo punto di vista un'intercettazione ambientale tra i rappresentanti delle varie componenti, intervenuta negli uffici di Dairago (MI) di una delle società di Gioacchino Amico, teatro di un tentativo di risoluzione della diatriba cui partecipano l’emissario dei Senese, Emanuele Gregorini detto “dollarino”, Domenico Pace, lo stesso Amico e Giuseppe Fidanzati, detto "Ninni", durante la quale, tra l’altro, emerge chiaramente il ruolo di Errante Parrino a sostegno dei Pace.
Una frase in particolare di Gregorini restituisce la fotografia di quanto sopra:
«Quindi troviamo oggi una quadra per com'è, io il motivo reale...me l'ha spiegato GIO'! Io so...so per le due campane, cosi uno sa sempre come parlare e poter poter (inc)... troviamo una quadra tanto GIO, non è in grado di poter... di poter affrontare na spesa, tocca trovare una quadra, per guadagnare tutti, non creare altri pensieri come ha fatto PIPPO e cercare di trovare una soluzione».
Sul fatto che si tratti di un’organizzazione che racchiude varie componenti, così gli risponde Amico:
«Io devo guardare a lui, lui è il referente vostro... (incomprensibile)... abbiamo fatto centomila euro, una persona di fiducia, domani lo facciamo... scarichiamo il cinquanta, domani scarichiamo il trenta, il cinquanta per cento va a voi il cinquanta per cento va a noi, compreso Giancarlo. Questa è tutta la cosa, Giancarlo è con noialtri e voialtri vi prendete il cinquanta per cento con chi volete. Si era messo di mezzo lo Zio Paolo e noi per questioni di correttezza gli avevamo detto: “Zio Paolo! Se tu vuoi stare nel lato, con Domenico”, gli ho detto: “e con Dino. Se vi mettete con Domenico e con Dino. Ed è giusto che si chiude sta storia”»[5].
Nel proseguo di quella stessa conversazione emerge, con altrettanta chiarezza, come l’organizzazione non sia un’idea astratta, priva di manifestazioni materiali, ma che essa si palesi dotandosi di una struttura autonoma che si estrinseca, tra l’altro, attraverso la predisposizione di mezzi idonei al conseguimento del fine illecito, nel caso di specie attraverso la costituzione di una società ad hoc:
AMICO Gioacchino: La persona la metto io e l'azienda, tu metti il capannone, lontano da qua... perché non si può scaricare nella stessa zona dove si mangia, che poi succede che... E allora se volete con il consenso di tutti, i primi che arrivano si chiudono la prima partita per l'impegno dei cinquanta e dopo quando finisce la cosa si divide. La prima partita arriva neanche sessanta giorni ed arriva, tempo della lettera di credito, quarantacinque gioni. Questo è il tutto… Per me questo oggi è l'unica quadra che oggi si può trovare. Perché? Perché ci sono carcerati, ci sono parole di mezzo, non ci sta al proprio posto, non c'è mio zio che loro si sono accordati, capito? oggi... tu ci stavi mi sa a quell'appuntamento”[6].
Sull’eterogeneità delle compagini d’origine, della quale tutti sono ben consci e consapevoli, gli inquirenti riportarono anche una suggestiva intercettazione ambientale tra Amico e la futura moglie Federica Buccafusca, in relazione agli inviti per il pranzo di matrimonio che di lì a breve si sarebbe celebrato, inviti che seguono un cerimoniale ed un ordine ancorato al “rispetto” dovuto alle famiglie mafiose[7].
L’ulteriore conferma della unitarietà del sistema mafioso lombardo e della stabilità del vincolo associativo che lo caratterizza, infine, si desume dalla circostanza che le tre componenti mafiose si siano fatte “autorizzare” – dalle rispettive “case madri - a parteciparvi, come emerge chiaramente in un'intercettazione in cui Gioacchino Amico afferma:
«Abbiamo costruito un impero e ci siamo fatti autorizzare tutto da Milano ...(incomprensibile)...passando dalla Calabria da Napoli ovunque... Napoli c'ho avuto a che fare io ... omissis»[8].
Altra intercettazione emblematica è quella in cui Gregorini, l'11 marzo 2021, afferma:
«Qua è Milano! Non ci sta Sicilia, non ci sta Roma, non ci sta Napoli, le cose giuste qua si fanno!»[9]
I Summit
Altra circostanza altamente significativa in ordine alla unitarietà dell’associazione mafiosa lombarda è rappresentata dai numerosi summit ai quali hanno partecipato componenti di ciascuna delle tre articolazioni mafiose, nel corso dei quali sono state concordate le principali modalità operative del sistema mafioso lombardo:
- La riunione a Dairago del 20 marzo 2020;
- La riunione a Dairago del 15 settembre 2020;
- La riunione a Dairago del 16 settembre 2020;
- La riunione ad Abbiategrasso del 17 settembre 2020;
- La riunione ad Abbiategrasso del 23 settembre 2020;
- La riunione a Dairago del 28 settembre 2020;
- La riunione a Dairago del 3 ottobre 2020;
- La riunione a Dairago del 9 ottobre 2020;
- La riunione a Dairago del 5 novembre 2020;
- La riunione a Busto Garolfo del 17 gennaio 2021;
- La riunione ad Abbiategrasso del 21 gennaio 2021;
- La riunione a Dairago del 24 marzo 2021;
- La riunione a Cinisello Balsamo del 31 marzo 2021;
- La riunione ad Abbiategrasso del 1° aprile 2021;
- La riunione ad Abbiategrasso del 13 aprile 2021;
- La riunione a Dairago del 28 aprile 2021;
- Gli incontri del 13 maggio 2021 (Busto Garolfo
Inveruno Dairago);
- La riunione a Dairago del 22 maggio 2021[10].
I beni strumentali in comune al sistema mafioso lombardo
Le indagini hanno permesso di documentare anche la predisposizione di una fitta rete di mezzi strumentali allo sviluppo dell’associazione, in particolare società costituite ed utilizzate per i fini associativi, che cristallizzano un’equa ripartizione tra le tre diverse componenti mafiose[11].
Gli immobili e gli uffici delle varie società erano a disposizione dell’intera associazione mafiosa, e spesso venivano usati per i summit sopra citati, come ad esempio la sede della "Servizi Integrati" di Gioacchino Amico[12].
L’imponente rete di società, il costante flusso di ingenti capitali illeciti, le incessanti operazioni finanziarie illecite, il drenaggio indebito di fondi pubblici, il reinvestimento in settori leciti e nevralgici dell’economia nazionale - anche attraverso una serie di soggetti compiacenti e/o complici estranei alla organizzazione mafiosa ma perfettamente consapevoli di apportare ad essa il proprio contributo personale e/o professionale - rendono il sistema mafioso lombardo, oltre che estremamente pericoloso per le numerosissime e tradizionali condotte criminose di cui ai vari capi di imputazione, indubbiamente capace di alterare la libera concorrenza ed incidere così sul libero mercato[13].
La cassa comune
L’attività investigativa ha anche accertato l'esistenza di un “fondo comune” destinato ai detenuti e in generale agli affiliati (e ai loro familiari) in difficoltà, bisognosi di assistenza legale e sostegno economico; fondo indistintamente alimentato dai componenti il sistema mafioso lombardo a prescindere dalle eterogene componenti originarie.
L'esistenza del "Consorzio" mafioso negli anni '80
L'esistenza di un "consorzio" costituito da più componenti mafiose emergeva già nelle attività di indagine tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90.
A parlarne per primo fu, nell'ambito del processo Wall Street, il collaboratore di giustizia Salvatore Annacondia, il quale parlò esplicitamente di "un'unione" tra le famiglie mafiose d'Italia, radicate al Nord.
Nel processo «'ndrangheta stragista» fu invece il collaboratore Antonino Fiume a precisare che le prime riunioni in cui si era affrontato l’argomento stragi erano avvenute in Lombardia dove si era costituito tra il 1986 e il 1987 una specie di «Consorzio», ossia un organismo riservato che esercitava “un potere, era il potere assoluto che dominava su tutti, perché all'interno c'era ‘‘Ndrangheta, cosa nostra, camorra e sacra corona unita”, una sorta di “federazione” che aveva il controllo sul contrabbando delle sigarette e sul traffico della sostanza stupefacente.
Fiume a tal proposito dichiarò che
“questo consorzio aveva il monopolio di tutto lo stupefacente che girava in Italia, lo dovevano comprare solo ed esclusivamente da loro, venderlo come volevano, però dovevano comprarlo solo dal consorzio tutti gli affiliati. Chi trasgrediva, veniva ucciso. Determinati omicidi e determinate cose venivano scelti solo dai capi del consorzio, che per riconoscersi... utilizzavano... avevano tutti lo stesso bracciale, che altro non era che un bracciale composto da fili di elefanti, che rappresentava Catania, coso... un lingotto d'Oro tatuato della 'ndrangheta, e adesso non mi ricordo bene, però il capo del consorzio non aveva il bracciale, aveva il girocollo, che era fatto allo stesso modo, che ce l'aveva Antonio Papalia, che in un momento storico, che non c'era, glielo aveva lasciato pure a Giuseppe De Stefano. E io gli ho detto: “Questo coso restituirglielo”. Cioè, era un rito, come dire, se li mettevano sul tavolo, c'era qualcuno delegato del consorzio, poteva parlare solo se aveva questo bracciale o il girocollo”[14].
Al vertice di tale organismo, anche Fiume, come Annacondia, poneva Antonio Papalia, il quale “col triumvirato della Jonica, era stato messo a Milano, e sulla Lombardia era lui che controllava tutto, però erano in buoni rapporti con tutte le altre organizzazioni, lui era il punto di riferimento”, mentre Franco Coco Trovato (consuocero di Carmine De Stefano) era un gradino sotto nel senso che l’ultima parola spettava a Papalia, chiarendo che insieme erano il vertice della componente ‘ndranghetistica che era prevalente nel Consorzio di cui facevano parte, tra gli altri: Jimmy Miano e Turi Cappello (i quali erano “dentro proprio come se fossero calabresi, anche se siciliani”), Pepè Flachi, il pugliese Annacondia, gli Arena di isola Capo Rizzuto, i Ficarelli (specificando Vincenzo Ficara), Mico (Domenico) Tegano che però non presenziava su Milano, i Latella con Giovanni Puntorieri, Mico Paviglianiti che aveva un ruolo importante, Schettini, Pace Salvatore (un riservato di Antonio Papalia), Vittorio Foschini, e Luigi Mancuso (“c’era dentro”).
Fiume raccontò delle fibrillazioni all’interno di Cosa nostra catanese nei primi anni ’90 per cui i Santapaola volevano uccidere Jimmy Miano, ma che alla fine Nitto Santapaola aveva mandato a dire a Totò Riina “Ditegli a zio Totò che se vuole io gli lascio la tavola apparecchiata”, perché aveva capito che lo volevano scalzare da Catania e mettere Mazzei, precisando che la sua fonte di conoscenza era Carmine De Stefano, che insieme al fratello Giuseppe aveva dal Consorzio un fisso di venti milioni.
Molte riunioni del Consorzio avvenivano a Monza dove c’era una specie di albergo, a Limbiate che era di proprietà di un amico di Antonio Papalia, altre avvenivano presso un autolavaggio che era di un parente di Pepè Flachi e altre ancora a Olginate a casa dell’amante di Totò Schettini.
In seno al Consorzio si decidevano omicidi, tra cui quello del figlio del boss Raffaele Cutolo (come confermato dal collaboratore Pace autore di quell'omicidio) e della guardia carceraria Umberto Mormile, che era stato commesso da Totò Schettini per decisione del “consorzio”.
Fiume, riferendosi all’omicidio Mormile, riferì anche della rabbia di Coco Trovato perché era stata lasciata l’arma sul posto, dichiarando che i servizi segreti erano certamente i mandanti dell'omicidio.
Insomma, già a partire dagli anni ’80 in Lombardia erano stati avviati tra le varie organizzazioni criminali intensi rapporti di collaborazione che avevano portato alla commissione di traffici illeciti di varia natura soprattutto in materia di droga.
La decisione del Giudice per le indagini preliminari
Nonostante l'imponente quadro probatorio, il Giudice per le Indagini Preliminari Tommaso Perna il 25 ottobre 2023 rigettò ben 143 richieste di misure cautelari su 154, disponendo l'arresto solo di 11 persone e negando l'esistenza di un'associazione mafiosa, accusa ridotta solo a tre imputati.
Addirittura rispetto alle dichiarazioni di Annacondia e Fiume allegate dalla procura il GIP scrisse: “Nulla aggiungono al quadro sinora delineato le due integrazioni depositate dalla Procura della Repubblica peraltro scarsamente argomentate”. Inoltre, nella parte finale dell’indagine, la Procura intercetta la volontà di Filippo Crea di infiltrarsi, attraverso una nuova società, negli appalti pubblici per la ricostruzione del dopo alluvione in Emilia Romagna. Viene così chiesta una proroga di intercettazioni, negata però dal giudice, il quale fin dall’inizio della sua ordinanza dichiarò di non condividere “a monte ogni aspetto riguardante la supposta esistenza di un accordo stabile e duraturo tra le diverse componenti calabrese, siciliana e romana, ai quali l’odierno decidente ritiene di non poter aderire”.
L'inchiesta sarebbe dovuta partire ben prima dell’estate e con un fermo diretto della Procura, al quale il pubblico ministero era arrivato dopo mesi di estenuanti colloqui con ben sei procure (Reggio Calabria, Catanzaro, Palermo, Caltanissetta, Napoli, Roma), oltre alla Direzione nazionale antimafia. Il tutto per spiegare e alla fine ottenere il via libera al radicamento della competenza presso la Procura di Milano.
Ottenuto questo e stampate decine di copie del fermo con una spesa di circa 10mila euro, il fermo stesso è stato bloccato dai vertici della Procura, ma mai revocato dal pubblico ministero. Alla base di tutto questo iter non risulterebbero comunicazioni scritte.
Dopodiché ad aprile 2023 si optò per una classica ordinanza con richieste di arresto. L’ordinanza venne depositata il 26 settembre e, visto il contenuto, in dieci giorni la Procura produsse un corposo ricorso al Tribunale del Riesame. Tra le varie cose, venne segnalato come il Giudice per le Indagini Preliminari avesse fatto "copia-incolla" di buona parte di un testo dell’avvocato napoletano Salvatore Del Giudice, riportato sul suo sito alla data del 12 settembre 2022 e intitolato “Il reato di associazione mafiosa ex art. 416 bis c.p. – I criteri legali di accertamento”[15].
La decisione del Tribunale del Riesame
Il 14 ottobre 2024 il Tribunale del Riesame ribaltò completamente la decisione del GIP, confermando l’attualità e la bontà del capo 1 dell’ordinanza, che individuava in elementi apicali di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra romana i membri di un consorzio mafioso o sistema mafioso lombardo.
Un'entità che non andava definita come: “una super-mafia come evocato dal gip o una confederazione in senso stretto tra associazioni mafiose”, scriveva il Riesame, che poi spiegò “come la diversità di provenienza sulla essenza della mafiosità” anzi “accomuna e non divide” i membri dell'associazione. In uno dei provvedimenti notificati, il Riesame aggiungeva: “Il sodalizio come ricostruito presenta una mafiosità immanente che è il diretto portato della mafiosità dei suoi componenti più rappresentativi e in quanto tali in grado di concretamente condizionare lo svolgersi della vita dell’associazione”.
Il ricorso dei legali degli imputati contro la decisione del Riesame venne bocciato dalla Cassazione il 25 gennaio 2025.
Processo
La Procura di Milano, dopo aver incassato le sentenze favorevoli di Riesame e Cassazione, depositò a fine febbraio 2025 l’avviso di chiusura indagini per 146 indagati. Di questi, 48 vennero accusati di associazione mafiosa. Il procuratore di Milano Marcello Viola firmò la richiesta di rinvio a giudizio il 4 aprile 2025.
Rito abbreviato
L'udienza preliminare si tenne nell'Aula Bunker di Opera, davanti al giudice Emanuele Mancini. Dei 146 imputati, 77 scelsero il rito abbreviato e 59 il rito ordinario, mentre i restanti chiesero di patteggiare.
Si costituirono parte civile:
- Regione Lombardia
- Città Metropolitana di Milano
- Comune di Milano
- Comune di Varese
- Comune di Legnano
- Libera contro le mafie
- WikiMafia
Condanne
Il 12 gennaio 2026 vennero condannate complessivamente 62 persone, con pene fino a 16 anni, mentre 9 imputati hanno patteggiato e 11 sono stati prosciolti in udienza preliminare (prima della requisitoria finale e della sentenza) e 45 sono stati rinviati a giudizio nel processo per rito ordinario.
Le condanne più elevate, già al netto della riduzione di un terzo per la scelta del rito abbreviato, e comunque generalmente più basse delle richieste dell’accusa, furono 16 anni a Massimo Rosi, 14 a Filippo Crea, 12 a Giuseppe Fidanzati (contro i 20 anni richiesti dai pm), 14 a Bernardo Pace e 12 ai figli, 13 anni e quattro mesi a Giovanni Abilone.
Gli imputati che nel corso del processo scelsero di collaborare giustizia – William Alfonso Cerbo, Francesco Bellusci e Saverio Pintaudi – si videro riconoscere la speciale attenuante, rimediando 4 anni e mezzo.
Rito ordinario
Il rito ordinario iniziò il 19 marzo 2026, presso l’Aula Bunker di San Vittore a Milano. A presiedere il processo la Presidente dell'8° sezione penale del Tribunale di Milano, Maria Luisa Balzarotti.
Note
- ↑ Alessandra Cerreti (2023). "Richiesta di applicazione di misura cautelare personale e reale - Procedimento N. 5799/23 (stralcio dal 14467/17) R.G. notizie di reato DDA, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano - Direzione Distrettuale Antimafia, 31 marzo, p. 205.
- ↑ Ibidem.
- ↑ Ivi, pp. 207-208.
- ↑ Ivi, p. 208 e ss.
- ↑ Ivi, p. 211.
- ↑ Ivi, p. 212.
- ↑ Ivi, p. 212 e ss.
- ↑ Ivi, p. 4874.
- ↑ Ivi, p. 1012.
- ↑ Ivi, p. 4831 e ss.
- ↑ Ivi, p. 4838 e ss.
- ↑ Ivi, p. 4841.
- ↑ Ivi, p. 4871.
- ↑ Ivi, p. 4872.
- ↑ Davide Milosa, “Non è mafia”: contro la Procura il gip copia il testo di un avvocato, il Fatto Quotidiano, 26 ottobre 2023.
Bibliografia
- Cerreti, Alessandra (2023). "Richiesta di applicazione di misura cautelare personale e reale - Procedimento N. 5799/23 (stralcio dal 14467/17) R.G. notizie di reato DDA", Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano - Direzione Distrettuale Antimafia, 31 marzo.