Mauro Rostagno

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... agli uomini capita di mettere radici, e poi il tronco, i rami, le foglie... quando tira vento, i rami si possono spaccare, le foglie vengono strappate via: allora decidi di non rischiare, di non sfidare il vento. Ti poti, diventi un alberello tranquillo, pochi rami, poche foglie, appena l’indispensabile. Oppure te ne fotti. Cresci e ti allarghi. Vivi. Rischi. Sfidi la mafia, che è una forma di contenimento, di mortificazione. La mafia ti umilia: calati junco che passa la piena, dicono da queste parti. Ecco, la mafia è negazione d’una parola un po’ borghese: la dignità dell’uomo.
(Mauro Rostagno)


Mauro Rostagno (Torino, 6 marzo 1942 – Valderice, 26 settembre 1988) è stato un sociologo e giornalista italiano, ucciso da Cosa Nostra.

Mauro Rostagno

Biografia

I primi anni

Nato e cresciuto a Torino, Rostagno si sposò giovanissimo, a soli 18 anni, con una ragazza poco più giovane, da cui ebbe la prima figlia. Interropendo gli studi, dopo pochi mesi dal lieto evento il giovane Rostagno partì alla volta prima della Germania e poi dell'Inghilterra, fino a trasferirsi a Milano, dove conseguì la maturità scientifica con il proposito di intraprendere la carriera di giornalista. A Milano iniziò anche la sua militanza politica nei movimenti studenteschi. Trasferitosi a Parigi, a seguito della sua partecipazione a una manifestazione giovanile venne espulso dalla Francia, quindi si trasferì a Trento, dove si iscrisse alla neonata facoltà di Sociologia.

Lotta Continua, Palermo, Macondo

Negli anni dell'Università Rostagno diventò uno dei leader del Movimento studentesco e successivamente uno dei fondatori del movimento politico Lotta Continua. Presa la laurea in sociologia con il massimo dei voti e dopo due anni al CNR, Rostagno si trasferì a Palermo, dove tra il 1972 e il 1975 ricoprì l'incarico di assistente nella cattedra di sociologia. Alle elezioni politiche si candidò con Democrazia Proletaria nei collegi di Roma, Milano e Palermo, non risultando eletto per pochi voti.

Dopo lo scioglimento di Lotta Continua, da lui fortemente voluto alla fine del 1976, Rostagno fece ritorno a Milano, dove nell'ottobre 1977 fondò il locale Macondo (nome tratto dal romanzo "Cent'anni di solitudine" di Gabriel García Márquez), un centro culturale che divenne punto di riferimento per l'estrema sinistra milanese, chiuso dalla polizia il 22 febbraio 1978 per spaccio di stupefacenti.

Gli arancioni, Saman e l'attività giornalistica

Mauro Rostagno all'uscita della comunità di Saman negli anni '80

A quel punto, insieme alla compagna Elisabetta Roveri e alla figlia Maddalena Rostagno, si trasferì in India, entrando a far parte degli "arancioni", la comunità spirituale di Bhagwan Shree Rajnesh (Osho). Tornato in Sicilia, a Trapani, fondò la comunità di "Saman" per il recupero di tossicodipendenti.

Contestualmente, Rostagno cominciò a collaborare con una televisione locale, Rtc (Rete Tele Cinema), dove teneva giornalmente una rubrica fissa nella quale denunciava la presenza di Cosa Nostra sul territorio, le sue infiltrazioni nella politica locale, nelle gare d'appalto. In particolare, la trasmissione seguiva tutte le udienze del processo per l'omicidio del sindaco Vito Lipari, nel quale erano imputati i boss Nitto Santapaola e Mariano Agate, che durante una pausa di un'udienza mandò a dire a Rostagno «doveva dire meno minchiate» sul suo conto.

Omicidio

Il 26 settembre 1988, alle 20:20, Rostagno usciva dagli studi televisivi di Rtc assieme assieme ad una sua collaboratrice. Tutti i lampioni che portavano dalla stazione televisiva alla comunità di Saman erano stranamente spenti. In seguito si sarebbe scoperto che il tecnico dell'Enel incaricato di quel settore era niente meno che l'autista di Vincenzo Virga, capo mandamento di Trapani. All'altezza della frazione di Valderice, in contrada Lenzi, l'auto di Rostagno venne fermata da due uomini nascosti nell'ombra, che spararono con un fucile a pompa calibro 12 e una pistola calibro 38. Rostagno morì sul colpo, mentre la sua collaboratrice rimase pressoché illesa.

Le indagini

Varie indagini furono condotte in merito all'omicidio.

  • La pista mafiosa (condotta dal commissario Rino Germanà) fu una delle prime ad essere vagliata dagli inquirenti, ma le indagini non riuscirono a individuare prove sufficienti.
  • La pista interna: il giornalista sarebbe stato ucciso per contrasti interni alla comunità di Saman; Francesco Cardella, il suo socio e co-fondatore della comunità, venne accusato di essere il mandante, e la compagna Elisabetta Roveri di favoreggiamento.
  • La pista politica: Rostagno, pochi giorni prima di essere ucciso, era stato chiamato a Milano a deporre dai giudici che stavano indagando sull'omicidio del commissario Luigi Calabresi; ad ucciderlo, dunque, sarebbero stati i suoi ex compagni di Lotta Continua perché Rostagno conosceva il nome dell'assassino del commissario Calabresi.

Un'ulteriore pista legava l'attività giornalistica di Rostagno all'uccisione in Somalia dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Dalle dichiarazioni rese dai testi e dai collaboratori della comunità, emerse che Rostagno aveva dichiarato di aver assistito nei pressi dell'Aeroporto di Chinisia, abbandonato, all'atterraggio di un aereo militare, da cui erano state scaricate delle casse, e caricatene delle altre. I testi a cui Rostagno aveva poi raccontato l'accaduto, dichiararono che il giornalista era riuscito a scorgere l'interno delle casse, piene di armi. Rostagno aveva filmato tutta l'operazione, e si era recato agli studi per riversare il contenuto della minicassetta in una cassetta da vedere in un videoregistratore. Quel giorno Rostagno avrebbe dichiarato: "Stasera manderò in onda un servizio che farà tremare l'Italia", ma il servizio non sarebbe stato mai trasmesso. Contenuta nella borsa dalla quale non si separava mai, la misteriosa videocassetta sparì nel nulla dopo l'omicidio: dalle fotografie del luogo dell'agguato il contenuto della borsa appariva rovesciato sul sedile posteriore dell'auto, senza che della videocassetta vi fosse però traccia.

L'iter giudiziario

Nel 1997 la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo prese le redini delle indagini. Grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori (esponente di spicco della cosca di Mazzara del Vallo), si apprese come il movente dell'omicidio Rostagno sarebbero state le denunce e le indagini compiute dal giornalista, diventate troppo scomode per gli affari di Cosa Nostra. La decisione di uccidere Rostagno sarebbe stata presa ad una riunione a Castelvetrano (TP) alla quale avrebbe partecipato lo stesso Sinacori, insieme al boss trapanese Francesco Messina Denaro, a Francesco Messina mafioso di Mazzara del Vallo, ed altri esponenti della zona.

Le indagini erano prossime all'archiviazione tombale, fino a quando il procuratore aggiunto Antonio Ingroia non richiese una perizia balistica sui proiettili utilizzati nell'omicidio (mai effettuata fino ad allora). Si riuscì così a raccogliere prove sufficienti per richiedere il rinvio a giudizio dei due sospettati dell'omicidio: il boss trapanese Vincenzo Virga, come mandante dell'omicidio, e il killer Vito Mazzara, come uno degli esecutori materiali.

Processo di 1° grado

Il processo si aprì il 2 febbraio 2011, a quasi 23 anni dall'uccisione del giornalista, a Trapani. La figlia di Rostagno, Maddalena, aprì un gruppo su facebook che tuttora segue ogni udienza del procedimento. [1]

Il 16 aprile 2014 i pm della Dda di Palermo Gaetano Paci e Francesco Del Bene chiesero la pena dell'ergastolo per i due imputati. Per la pubblica accusa, "il modus operandi seguito nel delitto Rostagno è quello tipicamente mafioso" e il movente sarebbe stato da ricondurre "all'attività giornalistica, destabilizzante della quiete criminale" che Rostagno conduceva dagli schermi dell'emittente televisiva locale Rtc. I difensori Stefano Vezzadini e Giancarlo Ingrassia, per Virga, e Vito e Salvatore Galluffo, per Mazzara, chiesero invece l'assoluzione dei loro assistiti "per non aver commesso il fatto".

Alle 23:38 del 15 maggio 2014 la Corte, presieduta da Angelo Pellino e riunita in Camera di Consiglio dalle 12 del martedì precedente nell'aula bunker del carcere di Trapani, ha emesso una condanna all’ergastolo per Vito Mazzara e Vincenzo Virga per l'omicidio di Mauro Rostagno. Il collegio ha condannato inoltre i due imputati al risarcimento delle parti civili tra le quali l'Ordine dei giornalisti, la comunità Saman, di cui Rostagno era il fondatore, i familiari del sociologo e l'Associazione della stampa. La Corte ha anche disposto la trasmissione in Procura delle deposizioni dell'ex sottufficiale dei carabinieri Beniamino Cannas, di Caterina Ingrasciotta (vedova dell'editore di Rtc), di Leonild Heur (moglie del generale dei serivizi segreti Angelo Chizzoni), del giornalista Salvatore Vassallo Salvatore, dell'ufficiale della GdF Angelo Voza, del massone Natale Torregrossa, di Antonio Gianquinto e dei tre muratori che fecero un pic-nic nell'area dove fu bruciata l'auto usata dai killer.

Ulteriori gradi di giudizio

Appello

Il 19 febbraio 2018 la corte d’Assise d’appello di Palermo confermò la pena dell'ergastolo per il boss Vincenzo Virga, in qualità di mandante dell'omicidio, mentre ha disposto l'assoluzione per Vito Mazzara, considerato l'esecutore materiale[2].

Note

  1. Gruppo Facebook Processo per l'omicidio di Mauro Rostagno
  2. Omicidio Mauro Rostagno, confermato ergastolo al boss Virga ma assolto presunto killer, il Fatto Quotidiano, 19 febbraio 2018

Bibliografia

  • Maddalena Rostagno - Andrea Gentile, Il suono di una sola mano - Storia di mio padre Mauro Rostagno, Milano, Il Saggiatore, 2011