Roberto Antiochia

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Roberto Antiochia (Terni, 7 giugno 1962 - Palermo, 6 agosto 1985) è stato un poliziotto italiano, vittima innocente di Cosa Nostra, ucciso in un agguato mafioso insieme al commissario Ninni Cassarà, vicecapo della Squadra mobile di Palermo.

Roberto Antiochia

Biografia

Primi anni

Figlio di Marcello Antiochia e Saveria, aveva altri due fratelli più grandi, Alessandro e Corrado. Quando era ancora bambino Roberto perse il padre, unico sostentamento della famiglia, lutto che costrinse la madre Saveria a tornare a lavorare per mantenere i tre figli. I primi due fratelli lasciarono presto il nido materno, con Alessandro che si sposò e Corrado che partì per il servizio di leva.

Roberto frequentò il liceo artistico ed era un avido lettore di libri gialli; usava l'alfabeto greco per scrivere ai compagni messaggi in codice. Al liceo conobbe Cristina, la sua prima e unica ragazza: i due si fidanzarono il 7 giugno 1977, il giorno del compleanno di Roberto, con Cristina che lo baciò in ascensore perché lui non si decideva a farlo.

La morte per overdose della sorella di un amico lo spinse a pensare di abbandonare il liceo per entrare in Polizia e combattere il traffico di droga, ma la madre si oppose e lo costrinse a finire gli studi. Il 3 maggio 1979, mentre era in strada con alcuni amici a disegnare, Roberto sentì i colpi di una sparatoria, erano gli anni di piombo, e corse verso la sede della DC a Roma dove vi era stato un assalto delle Brigate Rosse, soccorrendo un poliziotto rimasto ferito.

L'ingresso in Polizia

Nel 1980 arrivò la chiamata al servizio di leva anche per lui: prima fece il corso di istruzione nel Nord Italia, poi venne arruolato nella Marina Militare per via della sua passione per il canottaggio. Inizialmente aveva pensato di diventare Carabiniere, ma poi optò per la Polizia di Stato, convinto da altri due amici. A vent'anni entrò in servizio presso la Questura di Torino, per poi passare alla Criminalpol di Roma.

Il suo successivo trasferimento fu a Vicenza da dove, in seguito ad un incidente stradale causato da un'auto guidata da un suo collega, il 1° giugno 1983 venne trasferito alla Squadra Mobile di Palermo. Due mesi dopo il trasferimento, scoppiò l'auto-bomba che portò alla morte di Rocco Chinnici, consigliere istruttore di Palermo. Roberto entrò subito dopo nella Squadra Catturandi diretta da Ninni Cassarà e Beppe Montana. Poiché in quel periodo lo Stato non forniva adeguate risorse economiche alla Polizia, Roberto usava la Renault 4 della fidanzata Cristina per fare da scorta a Montana, al fine di essere meno identificabile.

Nel frattempo fece ricorso, e vinse, contro il trasferimento a Palermo: per questo motivo ai primi di luglio del 1985 ritornò a Roma. Tuttavia, quando il 28 luglio fu assassinato, di ritorno da un giro in barca, Beppe Montana, prese dei giorni di permesso per tornare a Palermo a fare volontariamente la scorta a Ninni Cassarà.

L'omicidio

Il 6 agosto 1985 Roberto stava riaccompagnando a casa con Natale Mondo Cassarà con un'Alfetta bianca blindata. Arrivati sotto casa del commissario alle 15:20, un gruppo di fuoco composto da 9 affiliati di Cosa Nostra esplose duecento colpi di kalashnikov[1] dal palazzo di fronte a quello dove abitava il vicecapo della Squadra Mobile.

I killer avevano lì un appartamento affittato da tempo dove tenevano le armi, prova che l’omicidio era stato meditato a lungo.

La moglie Laura, che aspettava il suo rientro dal balcone di casa tenendo il braccio la figlia Elvira, vide tutto: bussò a molte porte per lasciare la bambina, e appena qualcuno le aprì, poté scendere a soccorrere il marito. Tuttavia, Cassarà morì tra le sue braccia nell'androne del Palazzo. Roberto morì sul colpo perché con il suo corpo provò a fare da scudo a Cassarà.

I funerali

La madre di Roberto, Saveria era intenzionata a rifiutare i funerali di Stato, ma i poliziotti della Squadra Mobile insistettero perché si celebrassero a Palermo. A rendere omaggio alla salma di Cassarà e Antiochia arrivarono anche l'allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, e il ministro Scalfaro, che venne però duramente contestato. La protesta per l'inerzia dello Stato si estese a tutto il Paese: ad Agrigento il personale della questura si auto-consegnò in blocco, a Roma 700 agenti rifiutarono il rancio per due giorni, mentre a Palermo 200 agenti chiesero il trasferimento. Il Ministero degli Interni inviò così 800 tra poliziotti, carabinieri e finanzieri per la lotta alla mafia in Sicilia e la questura di Palermo venne riorganizzata con la fusione della Mobile con le volanti.

La lettera di Saveria a Scalfaro

Il 22 agosto 1985 il quotidiano la Repubblica pubblicò una lettera di Saveria indirizzata all'allora ministro dell'Interno del Governo Craxi Oscar Luigi Scalfaro, intitolata "Li avete abbandonati"[2]: "Giusto, signor ministro, niente bugie di Stato, e lasciamo da parte la retorica del sacrificio fatto per servire lo Stato. Mio figlio è morto per la Squadra mobile di Palermo, per la sua Squadra mobile. E’ morto nel volontario, disperato tentativo di dare al suo superiore e amico Cassarà un po’ di quella protezione che altri avrebbero dovuto dargli (…) Per questo provo tanta amarezza e tanto rancore verso questo potere governativo cieco e sordo che è pronto, rapido ed efficiente per i decreti “Berlusconi” o per trovare i fondi che raddoppiano il finanziamento ai partiti, mentre manda a morire indifesi, per carenza di mezzi e di volontà, uno dopo l’altro, gli uomini migliori delle forze dell’ordine e della magistratura."

Da quel momento Saveria Antiochia divenne un'icona del movimento antimafia. Sempre nel 1985 fece richiesta di far parte del nascente Circolo Società Civile: dopo essere stata a Milano, argomentando la sua decisione di volerne far parte, fu annoverata tra i soci fondatori benché non milanese, cosa in teoria vietata dallo Statuto. Si impegnò poi all'indomani delle Stragi del 1992 nel Coordinamento Antimafia di Palermo e nella fondazione di Libera, prima tra tutti a difendere la dignità del nome dei "ragazzi della scorta", come venivano definiti spesso genericamente dalla stampa.

Processi

Come riferì poi lo stesso Falcone[3] e come fu accertato in sede giudiziaria, Cassarà aveva avuto uno o più traditori al suo fianco, dato che la notizia della sua partenza dalla questura quel giorno poteva arrivare solo da una talpa. Inoltre, l'agguato a Cassarà era preparato da mesi[4]

Nel 1989 iniziò il processo "Michele Greco + 32", che unificava le indagini sulla morte di Montana, Cassarà e Antiochia. La sentenza di primo grado, emessa il 17 febbraio 1995, condannò i principali esponenti della Commissione (Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Bernardo Brusca e Francesco Madonia) all'ergastolo in qualità di mandanti, con sentenza poi confermata nel 1998 dalla Cassazione[5].

Durante il processo celebrato nel 1997 contro "Francesco Madonia + 25", il pentito Francesco La Marca riferì che per uccidere Cassarà i capi mandamento si erano accordati per far partecipare uno o più membri di ogni "famiglia". La prima riunione avvenne il 3 agosto, subito dopo la morte di Marino, al Fondo Pipitone, nel garage di Enzo Galatolo. Arrivato là, La Marca trovò il suo capo Nino Madonia insieme a Pippo Gambino, Raffaele Ganci, i fratelli Enzo, Giuseppe e Raffale Galatolo, Calogero Ganci, Giovanni Motisi, Paolo Anzelmo, Salvatore Biondino e altre persone che non conosceva, in tutto una ventina.

Su ordine di Raffaele Ganci, La Marca rubò un vespone e un vespino, portandoli al Fondo Pipitone, che però non vennero usati nella strage. Durante il sopralluogo in via Croce Rossa con Nicola Di Trapani verificarono che la radio ricetrasmittente fosse in grado di ricevere messaggi alla distanza di cento metri dal portone della casa di Cassarà.

Il 6 agosto, appena la radio trasmise la notizia dell'arrivo di Cassarà, tre gruppi di uomini salirono le scale e si piazzarono alle finestre del secondo, terzo e quarto piano, in attesa dell'auto, per poi andarsene senza problemi.

Memoria

Il Presidente della Repubblica il 26 settembre 1986 lo ha insignito della Medaglia d’oro al Valor Civile, con la seguente motivazione:

"Agente della Polizia di Stato, in servizio a Roma, mentre era in ferie, spontaneamente partecipava in Palermo alle delicate e difficili indagini sull'omicidio di un funzionario di polizia, con il quale aveva in passato collaborato, consapevole del pericolo cui si esponeva nella lotta contro la feroce organizzazione mafiosa. Nel corso di un servizio di scorta, rimaneva vittima di proditorio agguato ad opera di spietati assassini. Esempio di attaccamento al dovere spinto all'estremo sacrificio della vita. Palermo, 6 agosto 1985."[6]

Per onorarne la memoria, nel 1998 la Scuola di Polizia Giudiziaria di Pescara è stata intitolata al suo nome, come anche la via della Questura di Terni e il suo nome è ricordato dall'Associazione "Libera, Associazioni, Nomi e numeri contro le mafie" nell'annuale Giornata della Memoria e dell'Impegno, sin dalla sua prima edizione nel 1996.

Note

  1. Leonardo Coen, Duecento colpi di kalashnikov, la Repubblica, 7 agosto 1985
  2. Saveria Antiochia, Li avete abbandonati, 22 agosto 1985
  3. Cose di Cosa Nostra, p.157-158
  4. "Era preparato da mesi l'agguato a Cassarà", la Repubblica, 8 agosto 1985
  5. Jole Garuti, op.cit., p.155
  6. Quirinale, Onorificenza Antiochia Roberto

Bibliografia

  • Nando Dalla Chiesa, Le Ribelli, Melampo, 2006