Donne e Mafia: differenze tra le versioni
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Il ruolo della donna nelle associazioni criminali di stampo mafioso è sempre stato caratterizzato da una certa ambiguità. La presenza femminile nell'organizzazione si basa sia su '''un’esclusione formale''' che in '''una partecipazione sostanziale''' alla vita dell'organizzazione. | Il ruolo della donna nelle associazioni criminali di stampo mafioso è sempre stato caratterizzato da una certa ambiguità. La presenza femminile nell'organizzazione si basa sia su '''un’esclusione formale''' che in '''una partecipazione sostanziale''' alla vita dell'organizzazione. | ||
== Donne e Cosa Nostra == | |||
=== Monosessualità formale e bisessualità di fatto === | |||
Anche sotto il profilo di genere, il fenomeno mafioso dimostra una '''grande capacità di adattamento''': benché abbia sempre assunto la forma di organizzazione maschile, il suo maschilismo deriva da quello presente nel contesto sociale di riferimento. Del resto, come scrisse Giovanni Falcone, non è altro che «l’esasperazione dei valori siciliani»<ref>Falcone, Cose di Cosa Nostra, p.80-81</ref>. | |||
Non desta sorpresa quindi l'accresciuto ruolo della donna nelle organizzazioni criminali di stampo mafioso. | |||
==== Donne mafiose ==== | |||
Già ai tempi del processo alla mafia delle Madonie (1927-1928), tra i 153 imputati vi erano 7 donne, con imputazioni quali l'assistenza ai latitanti, la riscossione del pizzo e la custodia del denaro; tra queste, '''Giuseppa Salvo''', definita dai giornali «la regina di Gangi» per il suo ruolo di spicco, che nel corso del processo mantenne un perfetto atteggiamento omertoso<ref>Siragusa-Seminara, 1996, p. 110</ref>. | |||
Nello stesso periodo cominciò la sua carriera di ricercata dalla giustizia '''Maria Grazia Genova''', detta «''Maragè''», nata a Delia, in provincia di Caltanissetta nel [[1909]] e morta in ospedale, in miseria, il [[15 dicembre]] [[1990]], dopo aver collezionato una cinquantina di denunce e ventidue arresti. Sorella di Diego, «uomo di rispetto» del paese, già nel [[1927]] venne arrestata per furto. Nel [[1949]] riuscì ad evadere dal carcere dove doveva scontare una pena in seguito alle indagini sulla faida in cui era coinvolta la sua famiglia e che finì quando non ci fu più nessuno da ammazzare<ref>Cascio - Puglisi (a cura di), 1986, p. 16</ref>. Pare che quando qualcuno della sua famiglia si trovasse nei guai con la giustizia e fosse necessario pagare gli avvocati, questa si presentasse da professionisti e commercianti della città, chiedendo un contributo<ref>«L’Ora», 17 dicembre 1990</ref>. Mandata al confino agli inizi degli anni sessanta, nel ’79, quasi ottantenne, venne proposta di nuovo per il soggiorno obbligato. | |||
Più recente l’attività di '''Angela Russo''', arrestata il [[13 febbraio]] [[1982]] assieme ad altre 27 persone, tra cui i figli e le nuore, all'età di 74 anni perché sospettata di essere stata corriera di droga tra Palermo, le Puglie e il Nord Italia. Si scoprì in seguito che la Russo, soprannominata «nonna eroina», era più che corriera: era stata l’organizzatrice del traffico di droga fatto dalla sua famiglia e all'atto dell’arresto, e poi durante il processo e nei confronti del figlio pentito, si comportò da perfetta mafiosa<ref>Cascio - Puglisi (a cura di), 1986, pp. 83 s., 86 s., 96 s.</ref>. Ad esempio, chiamò il figlio «vigliacco e infame» e in un'intervista disse: | |||
«''Salvatore io l’ho perdonato, ma non so se Dio potrà mai perdonarlo. … Dicono che fra un anno esce. Lui lo sa che è condannato, lo sa che esce e lo ammazzano. Quelli non perdonano. … Lui prima spera di avere il tempo di vendicare suo fratello Mario, morto ammazzato per causa sua. Ma che pensa di poter fare? Prima ci doveva pensare a Mario. Ora non gli daranno il tempo. Ora, Salvino, quando esce muore''»<ref>Pino, 1988, p. 89</ref>. | |||
E ancora, non riconoscendosi nel ruolo subalterno che le veniva attribuito: «''Quindi secondo loro io me ne andavo su e giù per l’Italia a portare pacchi e pacchetti per conto d’altri. … Dunque io che in vita mia ho sempre comandato gli altri, avrei fatto questo servizio di trasporto per comando e conto d’altri? Cose che solo questi giudici che non capiscono niente di legge e di vita possono sostenere''». | |||
Contestualmente espose una sua precisa idea di mafia, fatta di «veri uomini», come suo padre, di leggi severe che colpivano inesorabilmente chi «sbagliava» e risparmiavano i «figli di mamma», mentre ora: | |||
«''E vanno a dire mafioso a questo, mafioso a quello. Ma che scherzano? Siamo arrivati a un punto che un pinco pallino qualsiasi che ruba subito è «mafioso». Io in quel processo di mafiosi proprio non ne ho visti. Ma che scherzano, è modo di parlare di cose serie? Ma dove è più questa mafia, chi parla di mafia, cosa sanno loro di mafia? Certo, sissignora, io ne so parlare perché c’era nei tempi antichi a Palermo e c’era la legge. E questa legge non faceva ammazzare i figli di mamma innocenti. La mafia non ammazzava uno se prima non era sicurissima del fatto, sicurissima che così si doveva fare, sicurissima della giusta legge. Certo, chi peccava «avia a chianciri», chi sbaglia la paga, ma prima c’era la regola dell’avvertimento… Allora in Palermo c’era questa legge e questa mafia. C’erano veri uomini. Mio padre, don Peppino, era un vero uomo e davanti a lui tremava di rispetto tutta Torrelunga e Brancaccio e fino a Bagheria...''»<ref>Pino, 1988, pp. 79 s.</ref>. | |||
Un esempio degli ultimi anni è quello invece di '''Maria Filippa Messina''', giovane moglie di '''Nino Cinturino''', boss di Calatabiano, paese in provincia di Catania, in carcere dal [[1992]]. Il suo è un esempio di donna «supplente», in assenza del marito capomafia, ma una supplente che dimostra di potere assumere essa stessa il ruolo di capomafia. Arrestata il [[4 febbraio]] [[1995]] nella sua abitazione a Calatabiano, appunto perché sospettata di essere alla guida della famiglia del paese dopo l’arresto del marito, venne accusata di avere assoldato killer per vendicare l’omicidio di un mafioso della cosca, ucciso assieme alla madre. In alcune conversazioni, intercettate dalla polizia, la Messina disse che era venuto il momento «di pulire il paese», per ottenere il controllo del territorio occupato dalla cosca rivale dei «Laudani». | |||
Con lei furono arrestati altri sette mafiosi, tra cui autori di alcuni delitti commissionati dalla donna<ref>«Giornale di Sicilia», 5, 6 e 7 febbraio 1995</ref>. In carcere le venne notificato un altro ordine di custodia cautelare, assieme al marito e ad altri presunti mafiosi, per i delitti avvenuti durante una guerra di mafia tra la cosca catanese di Turi Cappello e il suo alleato Nino Cinturino e quella dei Laudani avvenuta tra il [[1990]] e il [[1995]]. Tra gli arrestati altre due donne, '''Vincenza Barbagallo''' e '''Domenica Blancato''', e tra le persone a cui il provvedimento fu notificato in carcere vi era un'altra donna, '''Sebastiana Trovato'''. | |||
Con una lettera al quotidiano «La Sicilia», pubblicata il [[19 dicembre]] [[1996]], la Messina si lamentò di essere stata sottoposta al carcere duro, cioè all'isolamento secondo l’articolo 41 bis, prima donna nella storia<ref>«Giornale di Sicilia», 11 gennaio e 19 dicembre 1996</ref>. | |||
=== Tipologia delle donne di mafia === | |||
Tra le donne di famiglie mafiose sono stati riscontrati una varietà di comportamenti derivanti dalla personalità delle donne, che non si discosta molto dalla tipologia riscontrabile in altre famiglie, anche se la specificità della provenienza mafiosa non può non esercitare un forte condizionamento, ma non fino al punto da tradursi in standard uniformi. | |||
==== Le fedeli compagne religiose ==== | |||
Così vi sono donne nate in famiglie mafiose e sposate a mafiosi che obbediscono allo stereotipo delle «fedeli compagne», discrete e premurose, come '''Rosaria Castellana''', moglie di [[Michele Greco]] soprannominato «il papa”. Quando il marito, latitante, venne accusato della strage in cui perse la vita [[Rocco Chinnici]], dichiarò che si trattava di una «assurda macchinazione»: «''Il papa? Ho letto questo appellativo sui giornali… Lui è un uomo così tranquillo, sapeste! Adora me e suo figlio. Il tempo lo trascorreva tutto in campagna a curare i suoi agrumeti. E poi è così religioso''»<ref>Madeo, 1992, p. 76</ref>. | |||
La famiglia Castellana era una famiglia di grossi proprietari terrieri della zona di Ciaculli. L'educazione della signora Rosaria era stata quella che si dava alle ragazze destinate a fare un «buon matrimonio»: studiò musica e le lingue straniere, scriveva poesie, si interessava d'arte. «''La mia vita trascorre tra casa e chiesa''», disse. Una donna religiosa, insomma, come il marito. | |||
E religiose dichiarano di essere numerose altre donne di famiglie mafiose che coniugano cristianesimo e convivenza con l’assassinio. Per fare qualche esempio recente, '''Antonietta Brusca''', che dopo l’arresto dei figli dichiarò di averli educati nel timore di Dio, rimarcando come la moglie di Greco la sua vita tutta casa e chiesa<ref>«La Repubblica», 24 maggio 1996</ref>. Cosa che non le impedì di essere l’intestataria dei conti bancari dove i suoi figli, educati cristianamente, depositavano il denaro acquisito con il traffico di droga ed altri traffici illeciti. | |||
Religiosissima è '''Filippa Inzerillo''', autrice di un appello rivolto alle donne di mafia pubblicato dal «Giornale di Sicilia« il [[2 novembre]] [[1996]]. Vedova di [[Salvatore Inzerillo|Salvatore]], il capo di una delle più importanti famiglie mafiose ucciso nel maggio [[1981]], due settimane dopo l’omicidio di [[Stefano Bontate]], all’inizio della [[Seconda Guerra di Mafia|seconda guerra di mafia]] che portò al dominio assoluto dei [[Corleonesi]] in Cosa Nostra. Della famiglia Inzerillo furono uccisi anche due fratelli di Salvatore, due zii, un cugino e il figlio di sedici anni, [[Giuseppe Inzerillo|Giuseppe]], che aveva dichiarato di volere vendicare la morte dei congiunti. La signora Inzerillo, che ora fa parte di un cenacolo di carismatici scrisse: "''Donne di mafia, ribellatevi. Rompete le catene, tornate alla vita. Sangue chiama sangue, vendetta chiama vendetta. Basta con questa spirale senza fine. Lasciate che Palermo rifiorisca sotto una nuova luce, nel segno dell’amore di Dio. Lasciate che i vostri figli crescano secondo principi sani, capaci di esaltare quanto di bello c’è nel mondo''". | |||
La villa dove abitava la Inzerillo, nella borgata Passo di Rigano, divenne un luogo di preghiera. Ma malgrado la sua religiosità, la mentalità mafiosa fece capolino nella risposta alla domanda se avesse perdonato anche [[Totò Riina]]: «''È solo un figlio (di Dio) che ha sbagliato. Ha lo spirito malato e dovrebbe pentirsi, non dico davanti ai magistrati, ma davanti al Signore, prima che sia troppo tardi''». Come dire: l'unica giustizia è quella divina, quella umana non conta nulla. Uno dei principi fondamentali del codice mafioso. | |||
==== Le «madrine» e le «supplenti» ==== | |||
Altre donne invece ricoprono un ruolo attivo negli affari della propria famiglia, svolgendo compiti criminali in prima persona (ad esempio, il traffico e lo spaccio di droga) e che si possono definire «''madrine''» a pieno titolo, anche in presenza di uomini, o «supplenti» in seguito all'arresto o alla latitanza degli uomini. | |||
Numerose sono le donne che si limitano a favorire le attività delittuose dei congiunti, risultando prestanome, proprietarie di quote o addirittura intestatarie di società e imprese per lo più usate per il riciclaggio del denaro sporco, proprietarie di immobili acquistati con denaro illecito, proprietarie di esercizi commerciali al posto dei mafiosi che non possono comparire. | |||
Ci sono poi '''le donne appartenenti a famiglie storiche di Cosa Nostra''', cioè nate e cresciute in quell'ambiente e, come le ragazze dell'aristocrazia e dell'alta borghesia i cui matrimoni avvenivano e continuano ad avvenire prevalentemente nel loro ambiente, sposate con mafiosi di rango, per le quali è ragionevole pensare che siano coscientemente partecipi delle attività dei congiunti; e ci sono poi le mogli di piccoli mafiosi, provenienti da ambienti non mafiosi e trovatisi a fare da prestanome probabilmente senza avere piena coscienza dell’origine del denaro impiegato. | |||
Un esempio interessante è quello di '''Francesca Citarda''', non tanto per il caso in sé, quanto per l’atteggiamento del collegio che doveva giudicarla, frutto di una mentalità retriva – questa sì, rigidamente maschilista – e di giudizi stereotipi sulle donne meridionali ancora non del tutto scomparsi negli ambienti giudiziari. La Citarda, moglie di [[Giovanni Bontate]] e figlia di Matteo Citarda, entrambi appartenenti a famiglie mafiose storiche, venne proposta per il soggiorno obbligato nel marzo [[1983]], in applicazione della disposizione della legge La Torre che estendeva ai familiari e ai prestanome dei mafiosi le indagini patrimoniali, finalizzate alla confisca dei beni di cui non venga provata la legittima provenienza. Con lo stesso provvedimento venne richiesto il soggiorno obbligato per altre donne di famiglie mafiose: '''Rosa Bontate''', sorella di Giovanni e Stefano e moglie di Giacomo Vitale, coinvolto nel falso sequestro Sindona; '''Epifania Letizia Lo Presti''' e '''Francesca Battaglia''', rispettivamente sorella e moglie di [[Francesco Lo Presti]], mafioso di Bagheria; '''Anna Maria Di Bartolo''', moglie del mafioso Domenico Federico; '''Anna Vitale''', cognata di [[Gerlando Alberti]], proprietaria di una villa a Trabia trasformata in una raffineria di eroina e latitante da quando il laboratorio era stato scoperto. | |||
Queste donne sarebbero, secondo gli inquirenti, «organicamente collegate alla mafia ed inserite in quella fitta rete di legamenti col tessuto sociale e con l’apparato della cosa pubblica” rivelata dalle indagini patrimoniali<ref>Cascio - Puglisi (a cura di), 1986, pp. 32 s.</ref>. | |||
Il matrimonio tra Francesca Citarda e Giovanni Bontate venne richiamato nel rapporto della questura come un evidente patto tra famiglie mafiose. Per il pubblico ministero che fa la richiesta di soggiorno obbligato per Giovanni Bontate e per la moglie, il patrimonio dei due sarebbe in larga parte di origine illecita, costituito con il denaro del traffico di droga e il successivo riciclaggio<ref>Ivi, p. 35</ref>. | |||
Il Tribunale di Palermo, presieduto dal giudice Michele Mezzatesta, accolse però la richiesta soltanto per Giovanni Bontate, sostenendo che ''troppo lontane per ideologia, mentalità e costumanza sono le cosiddette «donne di mafia” dalle «terroriste” che purtroppo hanno avuto un ruolo di attiva partecipazione alle bande armate che tuttora attentano alla sicurezza dello Stato e all'ordine democratico''. | |||
=== Donne e pentitismo === | |||
=== Donne collaboratrici di giustizia === | |||
== Donne e 'ndrangheta === | |||
Per quanto concerne l’organizzazione «''flessibilità e fragilità interna hanno avuto un peso nella partecipazione delle donne alle attività delle ‘ndrine''»<ref>Ingrascì O., Donne, ‘ndrangheta, ‘ndrine. Gli spazi femminili nelle fonti giudiziarie. Donne di mafia. Rivista Meridiana, p. 39</ref> L’esclusione formale delle donne si sostanzia nella proibizione di partecipare all'organizzazione mafiosa mediante rito di iniziazione. Questa norma ha trovato però delle eccezioni nella storia di questa organizzazione criminale. Sono emersi degli atti di alcuni processi risalenti ai primi del Novecento in cui compaiono casi di donne affiliate all'organizzazione. Emerge così una strutturazione formale del coinvolgimento femminile. | Per quanto concerne l’organizzazione «''flessibilità e fragilità interna hanno avuto un peso nella partecipazione delle donne alle attività delle ‘ndrine''»<ref>Ingrascì O., Donne, ‘ndrangheta, ‘ndrine. Gli spazi femminili nelle fonti giudiziarie. Donne di mafia. Rivista Meridiana, p. 39</ref> L’esclusione formale delle donne si sostanzia nella proibizione di partecipare all'organizzazione mafiosa mediante rito di iniziazione. Questa norma ha trovato però delle eccezioni nella storia di questa organizzazione criminale. Sono emersi degli atti di alcuni processi risalenti ai primi del Novecento in cui compaiono casi di donne affiliate all'organizzazione. Emerge così una strutturazione formale del coinvolgimento femminile. | ||
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== Bibliografia == | == Bibliografia == | ||
Beretta F., Le figure femminili nei processi di 'ndrangheta. Il caso lombardo attraverso gli atti giudiziari 2009-2012, tesi di laurea, Facoltà di Scienze Politiche, Università degli Studi di Milano, 2012 | * AA.VV., Gabbie vuote. Processi per omicidio a Palermo dal 1983 al maxiprocesso, F. Angeli, Milano 1992. | ||
* Bartolotta Impastato Felicia, ''La mafia in casa mia, intervista di A. Puglisi e U. Santino'', La Luna, Palermo 1986. | |||
* Beretta F., Le figure femminili nei processi di 'ndrangheta. Il caso lombardo attraverso gli atti giudiziari 2009-2012, tesi di laurea, Facoltà di Scienze Politiche, Università degli Studi di Milano, 2012 | |||
* Cascio Antonia - Puglisi Anna (a cura di), ''Con e contro. Le donne nell'organizzazione mafiosa e nella lotta contro la mafia'', Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 1986. | |||
* Chinnici Giorgio - Santino Umberto, La violenza programmata. Omicidi e guerre di mafia a Palermo dagli anni ’60 ad oggi, F. Angeli, Milano 1989. | |||
* De Mauro Mauro, La vedova Battaglia accusa, «L’Ora”, 21 gennaio 1964. | |||
* Ganci Massimo, I fasci dei lavoratori, S. Sciascia, Caltanissetta-Roma 1977. | |||
* Levi Carlo, Le parole sono pietre. Tre giornate in Sicilia, Einaudi, Torino 1955. | |||
* Madeo Liliana, ''Donne di mafia'', Mondadori, Milano 1992. | |||
* Mazzocchi Silvana, Quelle iene non mi fanno paura, intervista a Giacoma Filippello, «Il Venerdì di Repubblica», 23 aprile 1993. | |||
* Ministro dell’Interno, Rapporto sul fenomeno della criminalità organizzata per l’anno 1995, Tipografia del Senato, Roma 1996. | |||
* Pino Marina, Le signore della droga, La Luna, Palermo 1988. | |||
* Puglisi Anna, Sole contro la mafia, La Luna, Palermo 1990. | |||
* Puglisi Anna, A proposito della lettera di Ninetta Bagarella e della risposta del giudice Vigna, «Narcomafie», luglio 1996; ripubblicato in A. Puglisi, Donne, mafia e antimafia, Centro Impastato, Palermo 1998. | |||
* Puglisi Anna, Donne, mafia e antimafia, Centro Impastato, Palermo 1998. | |||
* Rizza Sandra, Una ragazza contro la mafia. Rita Atria, morte per solitudine, La Luna, Palermo 1993. | |||
* Santino Umberto - La Fiura Giovanni, ''L’impresa mafiosa. Dall’Italia agli Stati Uniti'', F. Angeli, Milano 1990. | |||
* Santino Umberto, La mafia interpretata, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995a. | |||
* Siebert Renate, Le donne, la mafia, Il Saggiatore, Milano 1994. | |||
* Siebert Renate, La mafia, la morte e il ricordo, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995. | |||
* Siragusa Mario - Seminara Giuseppina, Società e mafia nella Gangi liberale e fascista, Edizioni Progetto Ganci, Ganci 1996. | |||
* Transirico Connie, Braccata. Dal rifugio segreto una pentita racconta, Sigma edizioni, Palermo 1994. | |||
* Tribunale civile e penale di Palermo, Misura di prevenzione nei confronti di Citarda Francesca, 11 febbraio 1983. | |||
* Zanuttini Paola, La mia guerra alla mafia, intervista a Piera Aiello, «Il Venerdì di Repubblica”, 14 gennaio 1994. | |||
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