Salvatore Giuliano: differenze tra le versioni

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<center><blockquote>“''Siamo un corpo solo, banditi, polizia e mafia, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo''”


('''Gaspare Pisciotta''', al processo di Viterbo)<ref>Citato in John Dickie (2009). ''Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana'', Roma-Bari, Laterza, pp. 281-282.</ref>
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Salvatore Giuliano (Montelepre, 16 novembre 1922 – Castelvetrano, 5 luglio 1950) fu un criminale e indipendentista siciliano. A partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, a capo di un gruppo di separatisti, fu autore di una serie di efferati crimini in tutta la Sicilia, tra cui la [[Strage di Portella della Ginestra]]
'''Salvatore Giuliano''' (Montelepre, 16 novembre 1922 – Castelvetrano, 5 luglio 1950) fu un bandito e indipendentista siciliano. Capo della banda che da lui prese il nome, attiva tra il 1943 e il 1950 nell'area di Montelepre, in provincia di Palermo, aderì con il grado di colonnello all''''Esercito volontario per l'indipendenza della Sicilia''' (EVIS)<ref>Salvatore Lupo (2004). ''Storia della mafia. Dalle origini ai giorni nostri'', Roma, Donzelli, cap. IV, par. 6</ref>.
 
È noto soprattutto come esecutore della '''[[Strage di Portella della Ginestra|strage di Portella della Ginestra]]''' del [[1° maggio]] [[1947]], che lo storico Salvatore Lupo ha definito la prima «strategia della tensione» della storia repubblicana<ref>Ibidem.</ref>, nonché per la morte in circostanze mai del tutto chiarite. La sua vicenda è un caso esemplare dell'intreccio tra banditismo, mafia, politica e apparati dello Stato nella Sicilia del secondo dopoguerra<ref>Dickie, ''op. cit.'', p. 274.</ref>.


== Biografia ==
== Biografia ==
=== Primi anni ===
=== Banditismo ===
Il 2 settembre 1943, durante un controllo di routine, furono sequestrati dai carabinieri due sacchi di frumenti di 80 kg insieme al cavallo che li trasportava; Salvatore Giuliano estraendo una pistola uccise il carabiniere Antonio Mancino. Si rifugiò nelle campagne di Montelepre iniziando la sua vicenda nel banditismo.


=== Origini e primi anni ===
Figlio di Salvatore Giuliano e di Maria Lombardo, fu il più giovane dei quattro figli di una famiglia contadina di Montelepre, paese sui monti a circa quindici chilometri a ovest di Palermo. Da ragazzo coltivò una forte ammirazione per gli Stati Uniti, uno dei pochi tratti costanti delle sue confuse convinzioni politiche<ref>Ibidem.</ref>.
Dopo la scuola elementare lavorò nei campi con il padre e poi come dipendente di una società elettrica. Dopo lo sbarco alleato del luglio 1943 si dedicò al commercio di grano sul mercato nero, il cosiddetto ''intrallazzo''<ref>Ibidem.</ref>.
=== L'inizio del banditismo (1943-1945) ===
Lo storico Francesco Renda<ref>Francesco Renda (2002). ''Salvatore Giuliano. Una biografia storica'', Palermo, Sellerio</ref> ha suddiviso i sette anni di banditismo di Giuliano in quattro fasi:
* il banditismo sociale (1943-1945);
* il banditismo politico-separatista (1945-aprile 1947);
* la fase anticomunista (maggio-giugno 1947);
* il declino, dal giugno 1947 alla morte.
La carriera criminale di Giuliano iniziò il [[2 settembre]] [[1943]] in località Quattro Mulini, nel territorio di San Giuseppe Jato. Fermato da una pattuglia mentre trasportava due sacchi di grano di contrabbando, estrasse una pistola, uccise il carabiniere [[Antonio Mancino]] e ferì una guardia campestre. Ferito a sua volta, si diede alla latitanza<ref>Giuseppe Casarrubea (1997). ''Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato'', Milano, FrancoAngeli, p. 22.</ref>.
Secondo Casarrubea, l'episodio procurò al giovane una «posizione di prestigio» di cui le cosche di San Giuseppe Jato, Monreale e Partinico non poterono non tener conto: da quel momento Giuliano entrò nell'orbita mafiosa<ref>Ibidem.</ref>.


=== Morte ===
Il [[23 dicembre]] 1943, per vendicarsi di un rastrellamento che aveva portato all'arresto di 126 persone, tra cui il padre e diversi parenti, uccise il carabiniere [[Aristide Gualtieri]]. Lo Stato rispose militarizzando Montelepre: i carabinieri della caserma passarono da cinque a cinquanta e fu imposto il coprifuoco. I metodi brutali dei rastrellamenti finirono però per accrescere il sostegno della popolazione al bandito<ref>Enzo Magrì (1987). ''Salvatore Giuliano'', Milano, Mondadori, p. 27.</ref>.


Nella notte tra il 30 e il [[31 gennaio]] [[1944]] Giuliano organizzò l'evasione dei parenti detenuti nel carcere di Monreale, tra cui lo zio Francesco Lombardo e il cugino Giacomo Lombardo. L'impresa ne accrebbe enormemente il prestigio e gli fornì il primo nucleo della banda<ref>Dickie, ''op. cit.'', p. 274.</ref>.


== Il mistero della morte ==
Poco dopo, intimidendo il campiere, l'avvocato e il proprietario dell'ex feudo Sagana, ottenne che le mezzadrie fossero assegnate ai contadini di Giardinello e vi stabilì la propria base, lasciando la grotta del Calcerame sopra Montelepre, primo rifugio della latitanza<ref>Magrì, ''op. cit.'', p. 31.</ref>.


Giuliano coltivò con abilità il mito del bandito alla ''Robin Hood'', ma il silenzio della popolazione era garantito soprattutto da intimidazioni e denaro. Spietato con chiunque sospettasse di tradimento, gli sono state attribuite complessivamente '''430 vittime'''<ref>Dickie, ''op. cit.'', pp. 274-275.</ref>.


=== Il separatismo e l'EVIS (1945-1946) ===
Dopo lo sbarco alleato, i grandi proprietari terrieri siciliani, timorosi delle rivendicazioni contadine, videro nel separatismo uno strumento per difendere i propri privilegi. Tra gli esponenti del '''Movimento per l'indipendenza della Sicilia''' (MIS) vi era il barone Lucio Tasca Bordonaro, nominato sindaco di Palermo dagli Alleati alla fine di settembre 1943 e ritenuto vicino alla mafia<ref>Ivi, p. 255.</ref>.
Il leader del movimento, l'avvocato Andrea Finocchiaro Aprile, in un comizio a Bagheria si dichiarò «''amico dei mafiosi''». Secondo [[Tommaso Buscetta]] era addirittura membro della sua stessa famiglia mafiosa<ref>Ivi, pp. 255-256.</ref>.
Molti mafiosi aderirono al MIS: tra questi [[Calogero Vizzini]], [[Michele Navarra]], [[Giuseppe Genco Russo]] e [[Paolino Bontate]]. Secondo Salvatore Lupo, fu l'unico caso in cui la mafia, anziché inserirsi in un apparato di potere già esistente, sembrò voler contribuire direttamente a un progetto politico<ref>Lupo, ''op. cit.'', cap. IV, par. 6.</ref>.
Con il ritorno della Sicilia all'amministrazione italiana, nel febbraio 1944, e la condanna del separatismo da parte dei partiti antifascisti, il movimento si radicalizzò. Nel settembre [[1945]], in una proprietà dei Tasca, i vertici del MIS decisero di servirsi delle bande armate che battevano le campagne per rafforzare l'EVIS<ref>Ibidem. Per la data del febbraio 1944 cfr. Dickie, ''op. cit.'', p. 256.</ref>.
Già nella primavera del 1945 Giuliano aveva incontrato alcuni capi separatisti, tra cui il figlio di Lucio Tasca. Chiese dieci milioni di lire per entrare nell'esercito indipendentista, ma accettò un milione, il grado di colonnello e la promessa di armi e uniformi<ref>Dickie, ''op. cit.'', p. 275.</ref>. Il primo contatto era stato curato dal futuro cognato del bandito, Pasquale Sciortino<ref>Casarrubea, ''op. cit.'', p. 35.</ref>.
Nel gennaio 1946 la banda attaccò le caserme dei carabinieri, considerati il simbolo dell'Unità d'Italia: quelle di Bellolampo e Grisì furono espugnate, mentre a Pioppi, Borgetto e Montelepre gli assalti vennero respinti<ref>Ibidem; Magrì, ''op. cit.'', p. 62.</ref>. Senza rinunciare ai crimini comuni, nello stesso mese la banda assaltò anche il treno Palermo-Trapani<ref>Dickie, ''op. cit.'', pp. 275-276.</ref>.
L'insurrezione separatista fu rapidamente schiacciata. Parte della destra del movimento, guidata dai Tasca e dal duca di Carcaci, avviò intanto contatti con gli ambienti monarchici<ref>Lupo, ''op. cit.'', cap. IV, par. 6.</ref>. Con la vittoria della Repubblica al referendum del [[2 giugno]] [[1946]] e l'amnistia del [[22 giugno]] successivo, dalla quale Giuliano e i suoi furono esclusi perché già colpevoli di reati comuni, la fase separatista si chiuse: la banda si ridusse al suo «stato maggiore» e tornò al banditismo comune<ref>Casarrubea, ''op. cit.'', p. 60.</ref>.
=== I sequestri di persona e i rapporti con la mafia ===
Tra il [[1946]] e il [[1949]] la banda si dedicò soprattutto ai sequestri di industriali, commercianti e proprietari terrieri. Le testimonianze dei banditi Giovanni Genovese e Frank Mannino ne documentano almeno sedici, con riscatti che arrivarono a 30 milioni di lire<ref>Ivi, pp. 60-62.</ref>. Giuliano non vi partecipava direttamente, ma sceglieva gli obiettivi, gli uomini incaricati e l'entità dei riscatti<ref>Ivi, p. 63.</ref>.
I sequestri non sarebbero stati possibili senza la mafia. I familiari delle vittime si rivolgevano al capomafia locale, che garantiva il rilascio dell'ostaggio in cambio di una percentuale: la mafia «tassava» così sia il bandito sia le sue vittime<ref>Dickie, ''op. cit.'', p. 275.</ref>.
Uno dei più stretti collaboratori di Giuliano rivelò in seguito che il bandito era stato sottoposto a un rito di affiliazione mafiosa, e Buscetta raccontò di essergli stato presentato come «la stessa cosa». Secondo Dickie, più che fare di Giuliano un membro a pieno titolo dell'organizzazione, l'affiliazione servì alla mafia per garantirsene la fedeltà e controllarne le mosse<ref>Ibidem.</ref>.
Ai propri uomini, invece, Giuliano pagava somme modeste, mentre la parte maggiore dei riscatti restava a lui e ai mafiosi mediatori: una fonte di frequenti malumori<ref>Casarrubea, ''op. cit.'', p. 65.</ref>.
=== La svolta anticomunista ===
Con il declino del separatismo, Giuliano rischiava di restare senza protezioni politiche. Cercò allora nuovi alleati schierandosi contro il comunismo e arrivò a scrivere al presidente statunitense Harry Truman per denunciare il «''dilagare della canea rossa''»<ref>Dickie, ''op. cit.'', p. 276.</ref>.
Alle elezioni regionali del [[20 aprile]] [[1947]] il '''Blocco del Popolo''', l'alleanza tra socialisti e comunisti, conquistò la maggioranza relativa<ref>Ibidem.</ref>. Giuliano aveva sostenuto l'ala repubblicana del separatismo guidata dal suo avvocato Antonino Varvaro, che ottenne un grande successo a Montelepre<ref>Lupo, ''op. cit.'', cap. IV, par. 6.</ref>, mentre a Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello prevalsero le sinistre.
=== La strage di Portella della Ginestra ===
*Per approfondire, vedi [[Strage di Portella della Ginestra]]
Il 1° maggio 1947 circa duemila contadini di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello si radunarono a Portella della Ginestra per la festa dei lavoratori e per celebrare la vittoria elettorale. Mentre parlava il calzolaio e segretario socialista [[Giacomo Schirò]], dalle alture circostanti partirono raffiche di mitra<ref>Casarrubea, ''op. cit.'', p. 146.</ref>.
Sul terreno furono trovati circa '''ottocento bossoli'''. I morti furono undici, tra cui Serafino Lascari, di 15 anni, Giovanni Grifò, di 12, e i bambini di sette anni Giuseppe Di Maggio e Vincenzo La Fata. I feriti furono alcune decine<ref>Dickie, ''op. cit.'', pp. 277-279. Il numero dei feriti varia a seconda delle fonti: Dickie ne indica trentatré, altre ricostruzioni ventisette.</ref>.
La strage era stata decisa pochi giorni prima, il 27 o il 28 aprile, in una riunione dello stato maggiore della banda in contrada Saraceno. Secondo diversi testimoni, Giuliano ricevette una lettera, la lesse, la bruciò e annunciò: «''È giunta l'ora della nostra liberazione''»<ref>Casarrubea, ''op. cit.'', p. 128; Dickie, ''op. cit.'', p. 281.</ref>.
Per la Corte d'Assise di Viterbo il bandito si riferiva alla promessa di un'amnistia fatta da «uomini politici» con cui era in rapporti. Il contenuto della lettera, tuttavia, non fu mai accertato, perché le testimonianze dei banditi e dei familiari di Giuliano risultarono discordanti<ref>Casarrubea, ''op. cit.'', pp. 128-130.</ref>.
Sulla dinamica restano versioni contrastanti. In un memoriale Giuliano sostenne di aver voluto colpire soltanto i dirigenti comunisti e di aver ordinato di sparare sopra la folla per disperderla<ref>Angelo La Bella, Rosa Mecarolo (2003). ''Portella della Ginestra. La strage che ha cambiato la storia d'Italia'', Milano, Teti, pp. 286-288.</ref>. Secondo Dickie, però, gli ottocento bossoli trovati sul posto smentiscono questa versione<ref>Dickie, ''op. cit.'', pp. 278-279.</ref>.
Alcune ricostruzioni attribuiscono il fuoco sulla folla al gruppo di '''Salvatore Ferreri''', detto «''Fra' Diavolo''», e segnalano la presenza di alcuni mafiosi del luogo su un'altura vicina, con compiti di controllo<ref>Casarrubea, ''op. cit.'', pp. 122, 168.</ref>. Ferreri era un confidente dell'ispettore generale di Pubblica Sicurezza Ettore Messana<ref>Lupo, ''op. cit.'', cap. IV, par. 6.</ref>.
Al processo di Viterbo [[Gaspare Pisciotta]], cugino e luogotenente di Giuliano, indicò tra i mandanti il ministro dell'Interno [[Mario Scelba]]. Le accuse dei banditi furono però spesso contraddittorie o vaghe, anche perché scaricare la responsabilità su politici e poliziotti era nel loro interesse<ref>Dickie, ''op. cit.'', p. 280.</ref>.
La Corte concluse che nessuna autorità aveva ordinato il massacro e che la banda aveva agito in piena autonomia, per punire la sinistra locale del risultato elettorale. Il verdetto convinse però pochi, perché troppi elementi rimanevano inspiegati<ref>Ivi, pp. 280-281.</ref>.
=== Gli assalti alle sedi comuniste del 22 giugno 1947 ===
Nella notte tra il 22 e il 23 giugno 1947 la banda colpì con mitra, bombe a mano e ordigni incendiari sei sedi del PCI e delle Camere del Lavoro, a Partinico, Carini, Borgetto, San Giuseppe Jato, Monreale e Cinisi. A Partinico morirono [[Giuseppe Casarrubea]] e [[Vincenzo Lo Iacono|Vincenzo Lo Iacono]]; sul posto furono trovati manifesti firmati da Giuliano che invitavano i siciliani alla lotta anticomunista<ref>Dickie, ''op. cit.'', p. 278.</ref>.
=== Il declino (1947-1950) ===
Dopo Portella la banda perse progressivamente le protezioni politiche e divenne sempre più dipendente dalla mafia, che a sua volta iniziò a collaborare con le forze dell'ordine<ref>Casarrubea, ''op. cit.'', p. 68.</ref>.
Il [[26 giugno]] [[1947]] Salvatore Ferreri e i fratelli Pianello, testimoni chiave dei fatti di Portella, furono uccisi in un'imboscata dei carabinieri del capitano Giallombardo. Ferreri, catturato vivo, morì in caserma in circostanze mai chiarite<ref>Lupo, ''op. cit.'', cap. IV, par. 6.</ref>. Secondo il questore Francesco Spanò, a fornire la soffiata sarebbe stato il capomafia di Alcamo [[Vincenzo Rimi]], che temeva le rivelazioni di Ferreri<ref>Ibidem.</ref>.
Tra il 9 luglio e il 28 ottobre 1947 furono arrestati diciassette gregari della banda, spesso grazie a confidenti mafiosi, in particolare i Minasola e i Miceli di Monreale<ref>Casarrubea, ''op. cit.'', p. 66.</ref>.
Nell'estate del 1948 la banda uccise cinque mafiosi, tra cui il capomafia di Partinico Santo Fleres. Le ragioni del gesto restano in gran parte oscure e molti vi hanno visto l'episodio che segnò il destino del bandito<ref>Dickie, ''op. cit.'', p. 278; Lupo, ''op. cit.'', cap. IV, par. 6.</ref>.
Al vertice dell'Ispettorato generale di Pubblica Sicurezza per la Sicilia, dopo la rimozione di Messana nel luglio 1947, si succedettero diversi funzionari fino all'arrivo di Ciro Verdiani, nel gennaio 1949<ref>La Bella, Mecarolo, ''op. cit.'', pp. 101, 106.</ref>. Verdiani intrattenne rapporti con i mafiosi di Monreale e con lo stesso Giuliano, al quale rendeva visite «amichevoli» e arrivò a mandare a dire: «Guardati da tuo cugino»<ref>Lupo, ''op. cit.'', cap. IV, par. 6.</ref>.
Il 19 agosto 1949 la banda attaccò la caserma di Bellolampo senza tagliare i fili del telefono, per attirare i rinforzi su una mina anticarro piazzata lungo la strada: morirono sette carabinieri e undici rimasero feriti. Il 26 agosto 1949 l'Ispettorato fu soppresso e sostituito dal '''Comando forze repressione banditismo''' (CFRB), affidato al colonnello dei carabinieri Ugo Luca<ref>La Bella, Mecarolo, ''op. cit.'', pp. 126-127. Dickie (''op. cit.'', p. 278) parla invece di sei carabinieri uccisi.</ref>.
=== La morte ===
Il CFRB puntò sul tradimento: attraverso Nitto Minasola e la mafia di Monreale, i carabinieri presero accordi con Gaspare Pisciotta<ref>Lupo, ''op. cit.'', cap. IV, par. 6.</ref>.
Il corpo di Giuliano fu ritrovato il [[5 luglio]] [[1950]] nel cortile di una casa di Castelvetrano. I carabinieri sostennero di averlo ucciso in un conflitto a fuoco, ma un'inchiesta giornalistica smontò presto la versione ufficiale. Secondo la ricostruzione più accreditata, Giuliano fu ucciso nel letto, probabilmente da Pisciotta, d'accordo con i carabinieri, che spostarono poi il cadavere nel cortile per simulare la sparatoria<ref>Dickie, ''op. cit.'', pp. 279-280; Lupo, ''op. cit.'', cap. IV, par. 6, che colloca l'uccisione al 4 luglio 1950.</ref>.
Secondo Dickie, il bandito avrebbe molto probabilmente potuto essere catturato vivo, ma per diversi politici, poliziotti, carabinieri e mafiosi un Giuliano vivo avrebbe rappresentato '''un pericolo'''<ref>Dickie, ''op. cit.'', p. 280.</ref>.
== Dopo la morte: il processo di Viterbo e l'avvelenamento di Pisciotta ==
Il processo per la strage di Portella della Ginestra si era aperto davanti alla Corte d'Assise di Viterbo nell'estate del 1950<ref>Ivi, p. 279.</ref>. Pisciotta, che in aula aveva denunciato la complicità tra banditi, polizia e mafia, fu condannato all'ergastolo<ref>Ivi, pp. 281-282.</ref>.
In carcere annunciò di voler rivelare nuovi particolari. Il [[9 febbraio]] [[1954]] morì nel carcere palermitano dell'Ucciardone dopo aver bevuto un caffè avvelenato con la stricnina. Per Dickie è impossibile che l'omicidio sia avvenuto senza almeno l'assenso della mafia<ref>Ivi, p. 282.</ref>.
Per Lupo, dalla vicenda di Giuliano la mafia uscì rafforzata, legittimata nella sua «funzione d'ordine» dagli stessi apparati dello Stato impegnati nella caccia al bandito<ref>Lupo, ''op. cit.'', cap. IV, par. 6.</ref>.


== Note ==
== Note ==
<references />


== Bibliografia ==
== Bibliografia ==
*Casarrubea, Giuseppe (1997). ''Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato'', Milano, FrancoAngeli.
*Dickie, John (2009). ''Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana'', Roma-Bari, Laterza.
*La Bella, Angelo; Mecarolo, Rosa (2003). ''Portella della Ginestra. La strage che ha cambiato la storia d'Italia'', Milano, Teti.
*Lupo, Salvatore (2004). ''Storia della mafia. Dalle origini ai giorni nostri'', Roma, Donzelli.
*Magrì, Enzo (1987). ''Salvatore Giuliano'', Milano, Mondadori.
*Marino, Giuseppe Carlo (1979). ''Storia del separatismo siciliano 1943-1947'', Roma, Editori Riuniti.
*Renda, Francesco (2002). ''Salvatore Giuliano. Una biografia storica'', Palermo, Sellerio.
*Tranfaglia, Nicola (1992). ''Mafia, politica e affari 1943-91'', Roma-Bari, Laterza.




[[Categoria:Mafiosi]] [[Categoria:Nati il 16 novembre]] [[Categoria:Nati nel 1922]] [[Categoria:Morti il 5 luglio]] [[Categoria:Morti nel 1950]]
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“Siamo un corpo solo, banditi, polizia e mafia, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”

(Gaspare Pisciotta, al processo di Viterbo)[1]

Salvatore Giuliano

Salvatore Giuliano (Montelepre, 16 novembre 1922 – Castelvetrano, 5 luglio 1950) fu un bandito e indipendentista siciliano. Capo della banda che da lui prese il nome, attiva tra il 1943 e il 1950 nell'area di Montelepre, in provincia di Palermo, aderì con il grado di colonnello all'Esercito volontario per l'indipendenza della Sicilia (EVIS)[2].

È noto soprattutto come esecutore della strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947, che lo storico Salvatore Lupo ha definito la prima «strategia della tensione» della storia repubblicana[3], nonché per la morte in circostanze mai del tutto chiarite. La sua vicenda è un caso esemplare dell'intreccio tra banditismo, mafia, politica e apparati dello Stato nella Sicilia del secondo dopoguerra[4].

Biografia

Origini e primi anni

Figlio di Salvatore Giuliano e di Maria Lombardo, fu il più giovane dei quattro figli di una famiglia contadina di Montelepre, paese sui monti a circa quindici chilometri a ovest di Palermo. Da ragazzo coltivò una forte ammirazione per gli Stati Uniti, uno dei pochi tratti costanti delle sue confuse convinzioni politiche[5].

Dopo la scuola elementare lavorò nei campi con il padre e poi come dipendente di una società elettrica. Dopo lo sbarco alleato del luglio 1943 si dedicò al commercio di grano sul mercato nero, il cosiddetto intrallazzo[6].

L'inizio del banditismo (1943-1945)

Lo storico Francesco Renda[7] ha suddiviso i sette anni di banditismo di Giuliano in quattro fasi:

  • il banditismo sociale (1943-1945);
  • il banditismo politico-separatista (1945-aprile 1947);
  • la fase anticomunista (maggio-giugno 1947);
  • il declino, dal giugno 1947 alla morte.

La carriera criminale di Giuliano iniziò il 2 settembre 1943 in località Quattro Mulini, nel territorio di San Giuseppe Jato. Fermato da una pattuglia mentre trasportava due sacchi di grano di contrabbando, estrasse una pistola, uccise il carabiniere Antonio Mancino e ferì una guardia campestre. Ferito a sua volta, si diede alla latitanza[8].

Secondo Casarrubea, l'episodio procurò al giovane una «posizione di prestigio» di cui le cosche di San Giuseppe Jato, Monreale e Partinico non poterono non tener conto: da quel momento Giuliano entrò nell'orbita mafiosa[9].

Il 23 dicembre 1943, per vendicarsi di un rastrellamento che aveva portato all'arresto di 126 persone, tra cui il padre e diversi parenti, uccise il carabiniere Aristide Gualtieri. Lo Stato rispose militarizzando Montelepre: i carabinieri della caserma passarono da cinque a cinquanta e fu imposto il coprifuoco. I metodi brutali dei rastrellamenti finirono però per accrescere il sostegno della popolazione al bandito[10].

Nella notte tra il 30 e il 31 gennaio 1944 Giuliano organizzò l'evasione dei parenti detenuti nel carcere di Monreale, tra cui lo zio Francesco Lombardo e il cugino Giacomo Lombardo. L'impresa ne accrebbe enormemente il prestigio e gli fornì il primo nucleo della banda[11].

Poco dopo, intimidendo il campiere, l'avvocato e il proprietario dell'ex feudo Sagana, ottenne che le mezzadrie fossero assegnate ai contadini di Giardinello e vi stabilì la propria base, lasciando la grotta del Calcerame sopra Montelepre, primo rifugio della latitanza[12].

Giuliano coltivò con abilità il mito del bandito alla Robin Hood, ma il silenzio della popolazione era garantito soprattutto da intimidazioni e denaro. Spietato con chiunque sospettasse di tradimento, gli sono state attribuite complessivamente 430 vittime[13].

Il separatismo e l'EVIS (1945-1946)

Dopo lo sbarco alleato, i grandi proprietari terrieri siciliani, timorosi delle rivendicazioni contadine, videro nel separatismo uno strumento per difendere i propri privilegi. Tra gli esponenti del Movimento per l'indipendenza della Sicilia (MIS) vi era il barone Lucio Tasca Bordonaro, nominato sindaco di Palermo dagli Alleati alla fine di settembre 1943 e ritenuto vicino alla mafia[14].

Il leader del movimento, l'avvocato Andrea Finocchiaro Aprile, in un comizio a Bagheria si dichiarò «amico dei mafiosi». Secondo Tommaso Buscetta era addirittura membro della sua stessa famiglia mafiosa[15].

Molti mafiosi aderirono al MIS: tra questi Calogero Vizzini, Michele Navarra, Giuseppe Genco Russo e Paolino Bontate. Secondo Salvatore Lupo, fu l'unico caso in cui la mafia, anziché inserirsi in un apparato di potere già esistente, sembrò voler contribuire direttamente a un progetto politico[16].

Con il ritorno della Sicilia all'amministrazione italiana, nel febbraio 1944, e la condanna del separatismo da parte dei partiti antifascisti, il movimento si radicalizzò. Nel settembre 1945, in una proprietà dei Tasca, i vertici del MIS decisero di servirsi delle bande armate che battevano le campagne per rafforzare l'EVIS[17].

Già nella primavera del 1945 Giuliano aveva incontrato alcuni capi separatisti, tra cui il figlio di Lucio Tasca. Chiese dieci milioni di lire per entrare nell'esercito indipendentista, ma accettò un milione, il grado di colonnello e la promessa di armi e uniformi[18]. Il primo contatto era stato curato dal futuro cognato del bandito, Pasquale Sciortino[19].

Nel gennaio 1946 la banda attaccò le caserme dei carabinieri, considerati il simbolo dell'Unità d'Italia: quelle di Bellolampo e Grisì furono espugnate, mentre a Pioppi, Borgetto e Montelepre gli assalti vennero respinti[20]. Senza rinunciare ai crimini comuni, nello stesso mese la banda assaltò anche il treno Palermo-Trapani[21].

L'insurrezione separatista fu rapidamente schiacciata. Parte della destra del movimento, guidata dai Tasca e dal duca di Carcaci, avviò intanto contatti con gli ambienti monarchici[22]. Con la vittoria della Repubblica al referendum del 2 giugno 1946 e l'amnistia del 22 giugno successivo, dalla quale Giuliano e i suoi furono esclusi perché già colpevoli di reati comuni, la fase separatista si chiuse: la banda si ridusse al suo «stato maggiore» e tornò al banditismo comune[23].

I sequestri di persona e i rapporti con la mafia

Tra il 1946 e il 1949 la banda si dedicò soprattutto ai sequestri di industriali, commercianti e proprietari terrieri. Le testimonianze dei banditi Giovanni Genovese e Frank Mannino ne documentano almeno sedici, con riscatti che arrivarono a 30 milioni di lire[24]. Giuliano non vi partecipava direttamente, ma sceglieva gli obiettivi, gli uomini incaricati e l'entità dei riscatti[25].

I sequestri non sarebbero stati possibili senza la mafia. I familiari delle vittime si rivolgevano al capomafia locale, che garantiva il rilascio dell'ostaggio in cambio di una percentuale: la mafia «tassava» così sia il bandito sia le sue vittime[26].

Uno dei più stretti collaboratori di Giuliano rivelò in seguito che il bandito era stato sottoposto a un rito di affiliazione mafiosa, e Buscetta raccontò di essergli stato presentato come «la stessa cosa». Secondo Dickie, più che fare di Giuliano un membro a pieno titolo dell'organizzazione, l'affiliazione servì alla mafia per garantirsene la fedeltà e controllarne le mosse[27].

Ai propri uomini, invece, Giuliano pagava somme modeste, mentre la parte maggiore dei riscatti restava a lui e ai mafiosi mediatori: una fonte di frequenti malumori[28].

La svolta anticomunista

Con il declino del separatismo, Giuliano rischiava di restare senza protezioni politiche. Cercò allora nuovi alleati schierandosi contro il comunismo e arrivò a scrivere al presidente statunitense Harry Truman per denunciare il «dilagare della canea rossa»[29].

Alle elezioni regionali del 20 aprile 1947 il Blocco del Popolo, l'alleanza tra socialisti e comunisti, conquistò la maggioranza relativa[30]. Giuliano aveva sostenuto l'ala repubblicana del separatismo guidata dal suo avvocato Antonino Varvaro, che ottenne un grande successo a Montelepre[31], mentre a Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello prevalsero le sinistre.

La strage di Portella della Ginestra

Il 1° maggio 1947 circa duemila contadini di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello si radunarono a Portella della Ginestra per la festa dei lavoratori e per celebrare la vittoria elettorale. Mentre parlava il calzolaio e segretario socialista Giacomo Schirò, dalle alture circostanti partirono raffiche di mitra[32].

Sul terreno furono trovati circa ottocento bossoli. I morti furono undici, tra cui Serafino Lascari, di 15 anni, Giovanni Grifò, di 12, e i bambini di sette anni Giuseppe Di Maggio e Vincenzo La Fata. I feriti furono alcune decine[33].

La strage era stata decisa pochi giorni prima, il 27 o il 28 aprile, in una riunione dello stato maggiore della banda in contrada Saraceno. Secondo diversi testimoni, Giuliano ricevette una lettera, la lesse, la bruciò e annunciò: «È giunta l'ora della nostra liberazione»[34].

Per la Corte d'Assise di Viterbo il bandito si riferiva alla promessa di un'amnistia fatta da «uomini politici» con cui era in rapporti. Il contenuto della lettera, tuttavia, non fu mai accertato, perché le testimonianze dei banditi e dei familiari di Giuliano risultarono discordanti[35].

Sulla dinamica restano versioni contrastanti. In un memoriale Giuliano sostenne di aver voluto colpire soltanto i dirigenti comunisti e di aver ordinato di sparare sopra la folla per disperderla[36]. Secondo Dickie, però, gli ottocento bossoli trovati sul posto smentiscono questa versione[37].

Alcune ricostruzioni attribuiscono il fuoco sulla folla al gruppo di Salvatore Ferreri, detto «Fra' Diavolo», e segnalano la presenza di alcuni mafiosi del luogo su un'altura vicina, con compiti di controllo[38]. Ferreri era un confidente dell'ispettore generale di Pubblica Sicurezza Ettore Messana[39].

Al processo di Viterbo Gaspare Pisciotta, cugino e luogotenente di Giuliano, indicò tra i mandanti il ministro dell'Interno Mario Scelba. Le accuse dei banditi furono però spesso contraddittorie o vaghe, anche perché scaricare la responsabilità su politici e poliziotti era nel loro interesse[40].

La Corte concluse che nessuna autorità aveva ordinato il massacro e che la banda aveva agito in piena autonomia, per punire la sinistra locale del risultato elettorale. Il verdetto convinse però pochi, perché troppi elementi rimanevano inspiegati[41].

Gli assalti alle sedi comuniste del 22 giugno 1947

Nella notte tra il 22 e il 23 giugno 1947 la banda colpì con mitra, bombe a mano e ordigni incendiari sei sedi del PCI e delle Camere del Lavoro, a Partinico, Carini, Borgetto, San Giuseppe Jato, Monreale e Cinisi. A Partinico morirono Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Iacono; sul posto furono trovati manifesti firmati da Giuliano che invitavano i siciliani alla lotta anticomunista[42].

Il declino (1947-1950)

Dopo Portella la banda perse progressivamente le protezioni politiche e divenne sempre più dipendente dalla mafia, che a sua volta iniziò a collaborare con le forze dell'ordine[43].

Il 26 giugno 1947 Salvatore Ferreri e i fratelli Pianello, testimoni chiave dei fatti di Portella, furono uccisi in un'imboscata dei carabinieri del capitano Giallombardo. Ferreri, catturato vivo, morì in caserma in circostanze mai chiarite[44]. Secondo il questore Francesco Spanò, a fornire la soffiata sarebbe stato il capomafia di Alcamo Vincenzo Rimi, che temeva le rivelazioni di Ferreri[45].

Tra il 9 luglio e il 28 ottobre 1947 furono arrestati diciassette gregari della banda, spesso grazie a confidenti mafiosi, in particolare i Minasola e i Miceli di Monreale[46].

Nell'estate del 1948 la banda uccise cinque mafiosi, tra cui il capomafia di Partinico Santo Fleres. Le ragioni del gesto restano in gran parte oscure e molti vi hanno visto l'episodio che segnò il destino del bandito[47].

Al vertice dell'Ispettorato generale di Pubblica Sicurezza per la Sicilia, dopo la rimozione di Messana nel luglio 1947, si succedettero diversi funzionari fino all'arrivo di Ciro Verdiani, nel gennaio 1949[48]. Verdiani intrattenne rapporti con i mafiosi di Monreale e con lo stesso Giuliano, al quale rendeva visite «amichevoli» e arrivò a mandare a dire: «Guardati da tuo cugino»[49].

Il 19 agosto 1949 la banda attaccò la caserma di Bellolampo senza tagliare i fili del telefono, per attirare i rinforzi su una mina anticarro piazzata lungo la strada: morirono sette carabinieri e undici rimasero feriti. Il 26 agosto 1949 l'Ispettorato fu soppresso e sostituito dal Comando forze repressione banditismo (CFRB), affidato al colonnello dei carabinieri Ugo Luca[50].

La morte

Il CFRB puntò sul tradimento: attraverso Nitto Minasola e la mafia di Monreale, i carabinieri presero accordi con Gaspare Pisciotta[51].

Il corpo di Giuliano fu ritrovato il 5 luglio 1950 nel cortile di una casa di Castelvetrano. I carabinieri sostennero di averlo ucciso in un conflitto a fuoco, ma un'inchiesta giornalistica smontò presto la versione ufficiale. Secondo la ricostruzione più accreditata, Giuliano fu ucciso nel letto, probabilmente da Pisciotta, d'accordo con i carabinieri, che spostarono poi il cadavere nel cortile per simulare la sparatoria[52].

Secondo Dickie, il bandito avrebbe molto probabilmente potuto essere catturato vivo, ma per diversi politici, poliziotti, carabinieri e mafiosi un Giuliano vivo avrebbe rappresentato un pericolo[53].

Dopo la morte: il processo di Viterbo e l'avvelenamento di Pisciotta

Il processo per la strage di Portella della Ginestra si era aperto davanti alla Corte d'Assise di Viterbo nell'estate del 1950[54]. Pisciotta, che in aula aveva denunciato la complicità tra banditi, polizia e mafia, fu condannato all'ergastolo[55].

In carcere annunciò di voler rivelare nuovi particolari. Il 9 febbraio 1954 morì nel carcere palermitano dell'Ucciardone dopo aver bevuto un caffè avvelenato con la stricnina. Per Dickie è impossibile che l'omicidio sia avvenuto senza almeno l'assenso della mafia[56].

Per Lupo, dalla vicenda di Giuliano la mafia uscì rafforzata, legittimata nella sua «funzione d'ordine» dagli stessi apparati dello Stato impegnati nella caccia al bandito[57].

Note

  1. ↑ Citato in John Dickie (2009). Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana, Roma-Bari, Laterza, pp. 281-282.
  2. ↑ Salvatore Lupo (2004). Storia della mafia. Dalle origini ai giorni nostri, Roma, Donzelli, cap. IV, par. 6
  3. ↑ Ibidem.
  4. ↑ Dickie, op. cit., p. 274.
  5. ↑ Ibidem.
  6. ↑ Ibidem.
  7. ↑ Francesco Renda (2002). Salvatore Giuliano. Una biografia storica, Palermo, Sellerio
  8. ↑ Giuseppe Casarrubea (1997). Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato, Milano, FrancoAngeli, p. 22.
  9. ↑ Ibidem.
  10. ↑ Enzo Magrì (1987). Salvatore Giuliano, Milano, Mondadori, p. 27.
  11. ↑ Dickie, op. cit., p. 274.
  12. ↑ Magrì, op. cit., p. 31.
  13. ↑ Dickie, op. cit., pp. 274-275.
  14. ↑ Ivi, p. 255.
  15. ↑ Ivi, pp. 255-256.
  16. ↑ Lupo, op. cit., cap. IV, par. 6.
  17. ↑ Ibidem. Per la data del febbraio 1944 cfr. Dickie, op. cit., p. 256.
  18. ↑ Dickie, op. cit., p. 275.
  19. ↑ Casarrubea, op. cit., p. 35.
  20. ↑ Ibidem; Magrì, op. cit., p. 62.
  21. ↑ Dickie, op. cit., pp. 275-276.
  22. ↑ Lupo, op. cit., cap. IV, par. 6.
  23. ↑ Casarrubea, op. cit., p. 60.
  24. ↑ Ivi, pp. 60-62.
  25. ↑ Ivi, p. 63.
  26. ↑ Dickie, op. cit., p. 275.
  27. ↑ Ibidem.
  28. ↑ Casarrubea, op. cit., p. 65.
  29. ↑ Dickie, op. cit., p. 276.
  30. ↑ Ibidem.
  31. ↑ Lupo, op. cit., cap. IV, par. 6.
  32. ↑ Casarrubea, op. cit., p. 146.
  33. ↑ Dickie, op. cit., pp. 277-279. Il numero dei feriti varia a seconda delle fonti: Dickie ne indica trentatré, altre ricostruzioni ventisette.
  34. ↑ Casarrubea, op. cit., p. 128; Dickie, op. cit., p. 281.
  35. ↑ Casarrubea, op. cit., pp. 128-130.
  36. ↑ Angelo La Bella, Rosa Mecarolo (2003). Portella della Ginestra. La strage che ha cambiato la storia d'Italia, Milano, Teti, pp. 286-288.
  37. ↑ Dickie, op. cit., pp. 278-279.
  38. ↑ Casarrubea, op. cit., pp. 122, 168.
  39. ↑ Lupo, op. cit., cap. IV, par. 6.
  40. ↑ Dickie, op. cit., p. 280.
  41. ↑ Ivi, pp. 280-281.
  42. ↑ Dickie, op. cit., p. 278.
  43. ↑ Casarrubea, op. cit., p. 68.
  44. ↑ Lupo, op. cit., cap. IV, par. 6.
  45. ↑ Ibidem.
  46. ↑ Casarrubea, op. cit., p. 66.
  47. ↑ Dickie, op. cit., p. 278; Lupo, op. cit., cap. IV, par. 6.
  48. ↑ La Bella, Mecarolo, op. cit., pp. 101, 106.
  49. ↑ Lupo, op. cit., cap. IV, par. 6.
  50. ↑ La Bella, Mecarolo, op. cit., pp. 126-127. Dickie (op. cit., p. 278) parla invece di sei carabinieri uccisi.
  51. ↑ Lupo, op. cit., cap. IV, par. 6.
  52. ↑ Dickie, op. cit., pp. 279-280; Lupo, op. cit., cap. IV, par. 6, che colloca l'uccisione al 4 luglio 1950.
  53. ↑ Dickie, op. cit., p. 280.
  54. ↑ Ivi, p. 279.
  55. ↑ Ivi, pp. 281-282.
  56. ↑ Ivi, p. 282.
  57. ↑ Lupo, op. cit., cap. IV, par. 6.

Bibliografia

  • Casarrubea, Giuseppe (1997). Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato, Milano, FrancoAngeli.
  • Dickie, John (2009). Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana, Roma-Bari, Laterza.
  • La Bella, Angelo; Mecarolo, Rosa (2003). Portella della Ginestra. La strage che ha cambiato la storia d'Italia, Milano, Teti.
  • Lupo, Salvatore (2004). Storia della mafia. Dalle origini ai giorni nostri, Roma, Donzelli.
  • Magrì, Enzo (1987). Salvatore Giuliano, Milano, Mondadori.
  • Marino, Giuseppe Carlo (1979). Storia del separatismo siciliano 1943-1947, Roma, Editori Riuniti.
  • Renda, Francesco (2002). Salvatore Giuliano. Una biografia storica, Palermo, Sellerio.
  • Tranfaglia, Nicola (1992). Mafia, politica e affari 1943-91, Roma-Bari, Laterza.