Cosa Nostra Americana
Con il termine Cosa Nostra americana (o Cosa nostra statunitense o mafia americana) si intende l’organizzazione di stampo mafioso fondata verso la Seconda metà dell'Ottocento da mafiosi siciliani emigrati negli Stati Uniti d'America. La sua esistenza fu rivelata per la prima volta al mondo intero dal killer italo-americano Joseph Micheal Valachi, che nel 1963 decise di collaborare con la giustizia statunitense.
Storia ed evoluzione
La prima volta in cui venne fatto un esplicito riferimento all'organizzazione risale all'ottobre 1888, in un rapporto dell'allora ispettore capo di New York City Thomas Byrnes, in riferimento all'omicidio di un siciliano per il quale erano fortemente sospettati due corregionali, proprietari del ristorante “La Trinacria”.
Il linciaggio di New Orleans
Due anni dopo, nel 1890, l'organizzazione balzò agli onori della cronaca dopo l’assassinio del comandante della polizia locale David Hennessy, avvenuto la notte del 15 ottobre. In città, quell'anno, su 274mila abitanti, ben 30mila erano immigrati italiani, definiti in maniera dispregiativa col termine dagoes[1]. In città le due famiglie mafiose che si contendevano il controllo del territorio erano i Provenzano e i Matranga. Secondo quanto documentò Giuseppe Prezzolini[2], Hennessy venne ucciso perché legato ai primi. Nonostante i tempestivi soccorsi, il comandante morì, non prima di aver confidato ai suoi soccorritori: "Dagoes did it", cioè "i dagoes lo hanno fatto".
Anche per questo, nei giorni successivi la polizia indagò quasi esclusivamente nella comunità italiana, arrestando 19 persone, di cui 11 accusate di aver avuto un ruolo nell'omicidio del comandante. Tuttavia, nel marzo 1891, otto degli undici imputati vennero assolti, scatenando la rabbia della comunità americana. Istigati anche dall'allora sindaco Joseph Shakespeare, che definì gli italiani «gli individui più abietti, più pigri, più depravati, più violenti e più indegni che esistono al mondo, peggiori dei neri e più indesiderabili dei polacchi», il 14 marzo un gruppo di manifestanti, tra le 3mila e le 20mila persone (le fonti sono incerte) assaltò la prigione, linciando gli undici imputati. Secondo Prezzolini, dopo il linciaggio di New Orleans «il nome mafia è rimasto collegato con quello degli italiani acquistando anzi forza e diffusione con il tempo».
L'emigrazione negli Stati Uniti e la nascita della «Mano Nera»
D'altronde, ben prima del linciaggio, la presenza di esponenti mafiosi a New Orleans era già stata documentata. Nel 1879 un confidente della polizia americana aveva portato dalla capitale della Louisiana delle lettere di alcuni capi-mafia delle borgate palermitane, trovate tra le carte di un mafioso di alto rango ricercato dalle autorità, il quale operava nel commercio della frutta sotto falso nome. Sempre nella città americana si rifugiò, nel 1898, un guardiano di agrumeti del palermitano, Santo Vassallo, in fuga per aver rivelato alla polizia alcune informazioni. Nonostante la sua morte per febbre gialla, il questore palermitano dell’epoca sostenne invece fosse stato «avvelenato dalla mafia che in America, e particolarmente a New Orleans è largamente rappresentata»[3].
Lo sviluppo verso la fine dell'Ottocento dei mafiosi siciliani aveva a che fare anzitutto con l'importazione degli agrumi, soprattutto palermitani, dalla Sicilia. Molti mafiosi iniziarono a curare direttamente i propri affari commerciali negli USA, dapprima a New York, poi a New Orleans e a Philadelphia. A New Orleans si rifugiò anche un boss del calibro di Francesco Motisi, anch'egli esportatore di agrumi, per sfuggire a una condanna per associazione per delinquere[4].
Nel primo decennio del novecento gli Stati Uniti conobbero un ingente flusso migratorio proveniente da tutta Europa, e tra i tanti italiani la maggior parte erano meridionali. L'arrivo negli USA di molti mafiosi siciliani è da ricondurre all'attivismo dell'allora questore di Palermo Ermanno Sangiorgi, che a cavallo tra i due secoli rappresentò una risposta al primo delitto eccellente della storia italiana, quello di Emanuele Notarbartolo.
In quella che poi divenne Little Italy a Manhattan iniziarono ad approdare criminali provenienti dalla Calabria e dalla Campania, le cui imprese alimentarono non poco il clima di razzismo e xenofobia degli americani contro gli immigrati italiani.
Fu proprio in quel periodo che la parola “mafia” venne affiancata nel dibattito politico all’espressione “Black Hand” (Mano Nera), sigla che comparve a New York intorno al 1903 all’interno di lettere estorsive indirizzate a uomini d’affari italiani[5]. Pur trattandosi di un consorzio criminale, non era un'organizzazione mafiosa vera e propria, data la sua frammentazione in numerose e piccole bande, che condividevano tuttavia lo stesso metodo criminale. Tuttavia, per lungo tempo, le due espressioni vennero usate nel dibattito pubblico americano come equivalenti.
Giuseppe Morello e la prima gang siculo-americana
Tra le prime manifestazioni del fenomeno mafioso a New York vi è certamente la gang guidata da Giuseppe Morello, balzata agli onori delle cronache giudiziarie per il c.d. "omicidio del barile", su cui si trovò a indagare il poliziotto Joe Petrosino. Morello, nato a Corleone il 2 maggio 1867, era noto con diversi soprannomi ("Piddu", "Fritteddu" e “Joe l’artiglio”, per via del fatto che avesse solo il mignolo alla mano destra a causa di una malformazione). Emigrò negli Stati Uniti probabilmente dopo il 1894, anno in cui subì una condanna per omicidio aggiuntasi a un’altra per spaccio di banconote false. A Manhattan aveva un negozio di barbiere e uno di scarpe e amava fregiarsi del titolo di “banchiere”, in quanto concedeva prestiti ai compaesani[6].
Anche suo cognato Ignazio Lupo, nato il 21 marzo 1877 a Palermo, si fregiava del titolo di "banchiere" e conduceva un tenore di vita altissimo. Da un ufficio in pieno centro a Manhattan, al numero 10 di Mott Street, gestiva l'importazione di olio d'oliva e di limoni, diventando ben presto uno dei maggiori importatori italo-americani. Fuggito a New York nel 1898 per evitare la condanna a 21 anni per un omicidio compiuto nel suo negozio di tessuti, aveva assunto il cognome della madre "Saitta" per depistare le autorità locali[7].
Un altro esponente ben conosciuto dalla polizia italiana era invece Vito Cascio Ferro, accusato di essere l'organizzatore del delitto Petrosino. Nato a Palermo il 21 giugno 1862, fin da giovanissimo si stabilì in un paesino della provincia, Bisacquino, per seguire il padre incaricato da un latifondista dell’esazione delle rendite. Inizialmente attivista politico radicale, una volta tornato da Tunisi dove era finito come rifugiato politico si dedicò esclusivamente ad attività criminali, dalle estorsioni agli incendi e ai sequestri di persona. Nel 1899 venne sottoposto a vigilanza speciale di polizia per aver stuprato una baronessa, così nel 1901 decise di emigrare negli USA. Dopo essere passato a New Orleans, tornò dopo qualche tempo a Bisacquino, stringendo relazioni in tutta l'area circostante, e intrecciando nuovi rapporti in campo politico a Palermo. Per sancire il proprio successo si iscrisse al Circolo dei Civili, tradizionalmente frequentato dai notabili del luogo, ma ciononostante non riuscì nell'impresa di guadagnare la stima dei propri concittadini[8].
Va infine citato come trait d’union con la mafia palermitana il già citato Francesco Motisi, stabilitosi sotto il falso nome di Francesco Genova a New Orleans, che intratteneva più di una relazione con Morello come dimostrò una lettera ritrovata dopo il delitto del barile[9].
Le relazioni tra tutti questi soggetti che andavano da New York a New Orleans, coinvolgendo altre città della East Cost, veniva spiegata dai servizi segreti con lo spaccio di monete false. Nella stessa area iniziò ad operare anche la Ignazio Florio Association of Corleone, una società per azioni che si sarebbe occupata della costruzione di “tenements” (caseggiati) per italo-americani, creata proprio da Lupo e Morello per ottenere la fiducia degli immigrati italiani, nello specifico dei siciliani. Tuttavia, nonostante il tentativo di salvarla dalla bancarotta con soldi frutto delle attività illecite, nel 1907 la società fallì e tutti i principali esponenti di quella che era stata la prima gang sicula-americana sparirono dalla circolazione. Anche Motisi liquidò le sue attività a New Orleans per trasferirsi a Liverpool e aprire in loco una nuova ditta di importazione di limoni e altri prodotti alimentari.
Dopo una scrupolosa attività di indagine, le autorità emisero un mandato di cattura per diciotto persone, tra cui anche Cascio Ferro, imputati a vario titolo di reati come l’estorsione, l’omicidio, il tentato omicidio, la subornazione di testimoni in occasione del processo Notarbartolo e lo spaccio di denaro falso in Sicilia e America[10].
Nel 1911, la sezione d’accusa della Corte d’Appello di Palermo decretò il non luogo a procedere nei confronti di tutti gli indiziati, mentre Morello e Lupo a New York furono condannati rispettivamente a trenta e venticinque anni di reclusione per falsificazione di banconote. Motisi ritornò quindi nella sua città natale da uomo libero e si inserì nuovamente nel “gotha mafioso”, fregiandosi del soprannome di “l’americano”[11].
I precursori e il radicamento mafioso negli USA
Paul Kelly e i Five Points Gang
Un precursore assoluto di ciò che sarebbe diventata Cosa nostra americana fu sicuramente Paul Kelly, all'anagrafe Paolo Antonio Vaccarelli, il primo a concepire il crimine come business organizzato negli USA. Nato a New York il 23 dicembre 1876 in una famiglia originaria di Potenza, iniziò la sua carriera di pugile nei pesi gallo, divenendo abbastanza famoso. In seguito, adottò il nome che poi lo rese celebre nel mondo criminale. Dapprima coi soldi delle gare investì in bordelli nel quartiere Bowery di New York, poi aprì una catena di club sportivi, dove si riunivano giovani delinquenti che ben presto riunì verso la fine dell'Ottocento nella Five Points Gang.
Ben presto, l'influenza della gang la portò nell'orbita della Tammany Hall, un'associazione newyorkese del Partito Democratico americano nata per dare assistenza agli immigrati irlandesi e che ben presto poté contare anche sul sostegno degli italiani. Kelly e altri mafiosi, infatti, iniziarono a portare pacchetti di voto ai candidati sostenuti dall'associazione.
All'apice della carriera, Kelly aprì il "New Brighton Athletic Club": situato a Great Jones Street, il Club poteva contare su una caffetteria, una sala da ballo e ospitava anche incontri di pugilato, oltre ad essere il quartier generale della Five Points. Rispetto ai boss del suo periodo, Kelly si distingueva per la sua cultura elevata (parlava italiano, francese, spagnolo; apprezzava l'arte e la musica classica) e per la sua immagine elegante e raffinata che affascinarono l'élite newyorkese, la quale frequentava spesso il suo locale[12].
Johnny Torrio, dalla James Street Gang ai Chicago Outfit
Mentre Kelly espandeva i suoi traffici e conquistava le simpatie della classe dirigente della città, nei bassifondi del Lower East Side di Manhattan iniziò a farsi strada un altro nome destinato ad avere un peso rilevante nel radicamento della mafia negli USA: Donato Torrio, meglio conosciuto come John o Johnny Torrio. Nato a Montepeloso nel 1882, in provincia di Matera, emigrò con la madre a New York nel dicembre 1884. Da adolescente, Torrio iniziò a lavorare come portiere della drogheria del patrigno, che era un centro di ritrovo per lustrascarpe e alcolizzati; divenne in seguito buttafuori in un bar della malavita locale, imparando a destreggiarsi in quel mondo, tanto da fondare una sua banda di strada, la James Street Gang. Dopo aver aperto una sala da biliardo per il suo gruppo, cominciò sempre più a sviluppare attività illegali, dal gioco d'azzardo all'usura.
Il suo fiuto per gli affari attirò l'attenzione di Kelly e nel 1905 la James Street Gang venne trasformata nel ramo giovanile della Five Points, con Torrio che divenne il fedele discepolo di Kelly. Il boss italo-americano istruì il giovane boss a comportarsi e a vestirsi elegantemente, da rispettabile affarista. Per le sue doti diplomatiche e astuzia, Torrio ben presto si guadagnò il soprannome di "The Fox" (la Volpe).
Per conto di Kelly, Torrio iniziò a controllare gli affari legali e illegali della sua zona, allevando nella James Street giovani come Lucky Luciano e Al Capone, che si guadagnarono presto la sua completa fiducia. Capone in particolare entrò ben presto di diritto nella Five Points e nel 1917 Torrio gli diede il posto di barista e buttafuori all'Harvard Inn, un night club di Coney Island che serviva da copertura ad un bordello gestito da un socio in affari, Frankie Yale, cui nel 1909 aveva lasciato il controllo delle attività di New York dopo essersi trasferito a Chicago, per lavorare con lo zio, il gangster Giacomo “Big Jim” Colosimo.
Dopo aver fatto uccidere lo zio nel 1920, dopo il divorzio con la sorella della madre, Torrio si impossessò del suo impero criminale e fondò una sua gang, i Chicago Outfit, diventando uno dei principali boss statunitensi.
Ciro Terranova e la Morello Gang
Un altro boss destinato ad avere un peso nella storia criminale statunitense fu Ciro Terranova, nato il 20 luglio 1889 a Corleone e arrivato a New York nel 1893 con la famiglia per raggiungere il fratellastro Giuseppe Morello, di cui si è già parlato. Nonostante l'arresto e la condanna di Morello e Lupo nel 1911, la Morello Gang continuò le sue attività, aggiudicandosi una serie di attività legali e illegali dopo aver vinto la guerra contro una gang di napoletani avversari (passata alla storia come camorra newyorkese)[13], ma spostando il centro delle sue attività dal Lower East Side verso East Harlem e il Bronx.
La guerra costò la vita il 7 settembre 1916 al fratello di Ciro, Nicolò, noto anche con lo pseudonimo di Nicholas o Nick Morello, che aveva ereditato il comando dal fratellastro Giuseppe. Gli succedette poi Vincenzo, anche lui tuttavia vittima di un agguato a Manhattan l'8 maggio 1922. Ciro, più volte arrestato dal 1907 anche per gravi reati ma riuscendo sempre a cavarsela per insufficienze di prove, riuscì ad assurgere al rango di boss solo nel primo dopoguerra.
Nel “suo” quartiere, il Bronx, Ciro gestiva il traffico di alcool e cocaina e proteggeva i gestori del gioco d’azzardo. Si occupava altresì di aziende e commerci leciti, come le panetterie e i carciofi provenienti dalla California da cui derivò il suo soprannome “artichoke king” (Re dei carciofi). Al pari di Torrio, anche Terranova Intratteneva buoni rapporti la politica democratica, in particolare col magistrato Albert H. Vitale, politicamente appoggiato dalla già citata Tammany Hall[14].
Joe Masseria, "The Boss"
Infine, in quegli anni si affacciò sul panorama criminale Giuseppe Joe Masseria, destinato ad essere il successore di Vincenzo Terranova a capo di quella che sarebbe diventata anni dopo la Famiglia Genovese. Nato a Menfi, in provincia di Agrigento, il 17 gennaio 1886, Masseria sbarcò a New York nel 1903 per sottrarsi a un'accusa di omicidio. Subito entrò nella gang di Morello, dedicandosi a furti, rapine, fino a diventare il killer di fiducia del boss nella guerra che scoppiò per il controllo della città con la famiglia di Salvatore D'Aquila. Ucciso Terranova nel 1922, Masseria vinse la guerra e ottenne il comando della famiglia, guadagnandosi l'appellativo di The Boss a New York, reclutando Lucky Luciano come suo fido braccio destro.
L'ascesa negli anni del Proibizionismo
L'ascesa di Cosa Nostra americana negli anni '20 del Novecento coincise con un provvedimento governativo adottato il 17 gennaio 1920, il diciottesimo emendamento, che inaugurò la buia stagione del Proibizionismo: da quel giorno divenne illegale negli Stati Uniti d'America la fabbricazione, il trasporto o la vendita di alcolici. L'effetto di questa norma, che nelle intenzioni dei suoi promotori doveva far tornare la società americana ai valori dei padri fondatori, ebbe l'unica conseguenza di arricchire col mercato nero il frastagliato panorama della criminalità organizzata statunitense[15]. E, al suo interno, di Cosa Nostra americana.
Rimanendo infatti la domanda elevata, quello degli alcolici divenne un grande affare e la merce arrivò ai consumatori in barba alle nuove leggi, grazie ai carichi spediti dal Canada, dal Messico, oppure da navi inglesi collocate fuori delle acque territoriali o da una miriade di distillerie clandestine[16]. D'altronde, per usare le parole di Al Capone: «Tutto quello che faccio è rispondere alla domanda del pubblico»[17].
Proprio Al Capone divenne il simbolo di quegli anni, riuscendo a imporre il proprio dominio nel campo criminale, eliminando ogni forma di concorrenza nella città di Chicago, dove era stato chiamato da Torrio dopo l'omicidio di Colosimo. Quando nel 1925 rimase quasi ucciso in un agguato della North Side Gang, in risposta all'omicidio del suo capo, il gangster irlandese Charles Dean O'Banion, Torrio decise di ritirarsi e lasciare il comando a Capone. Anche grazie a lui alla fine la futura Cosa Nostra americana si impose una volta per tutte sugli altri gruppi criminali nel racket degli alcolici.
La guerra castellammarese e l'ascesa di Lucky Luciano
Dopo aver ereditato il comando da Morello, Joe Masseria era diventato una sorta di "Capo dei Capi" di Cosa Nostra americana, tanto da affiliare Al Capone nonostante si occupasse di sfruttamento della prostituzione. Il dominio incontrastato di Masseria venne meno con lo scoppio della cosiddetta guerra castellammarese, poi vinta dal rivale Salvatore Maranzano a causa del tradimento di Lucky Luciano che vendette The Boss per porre fine alla guerra che stava pesantemente danneggiando gli affari. Divenuto nuovo capo della Famiglia, Luciano fece uccidere anche Maranzano, che si era fatto nominare "Capo dei Capi", e gettò le basi per la fondazione della nuova Cosa Nostra americana.
Nacque infatti la Commissione, che avrebbe dovuto evitare guerre come quella appena conclusa, governando gli affari dell'organizzazione e ripartendo le aree di competenza tra i diversi Stati. Ne facevano parte le Cinque Famiglie di New York, la Chicago Outfit di Al Capone e la Famiglia di Buffalo di Stefano Magaddino, in rappresentanza delle altre Famiglie minori degli Stati Uniti. Inoltre Luciano autorizzò gli altri boss a collaborare con gangster non-siciliani e non-italiani per formare quello che sarebbe stato soprannominato "Sindacato nazionale del crimine" (national crime syndicate), che sarebbe servito per controllare il contrabbando di alcolici e stupefacenti, la prostituzione, il gioco d'azzardo, i sindacati del porto di New York e l'industria dell'abbigliamento.
A confermare questa versione fu lo stesso Luciano, in un'intervista:
«Ai tempi del proibizionismo non esisteva un sindacato nazionale, c’erano solo un sacco di bande che si ammazzavano tra loro e si facevano guerra una contro l’altra. Così dopo la prima grande guerra io organizzai il sindacato nazionale. Divisi i ragazzi in famiglie e diedi qualche regola. Poi creai la Commissione, il consiglio supremo, con i grandi boss e gli altri membri, per risolvere i contrasti tra le famiglie e mantenere l’ordine»[18].
In seno alla sua nuova Famiglia, Luciano affiliò quali suoi luogotenenti anche napoletani e calabresi, elevandoli in posizioni di comando: il napoletano Vito Genovese divenne vicecapo, mentre Frank Costello (al secolo Francesco Castiglia) fu nominato "consigliere", insieme a Meyer Lansky e Johnny Torrio, che però ricoprivano il ruolo in veste non ufficiale in quanto non affiliati a Cosa nostra americana.
I rapporti con Cosa nostra siciliana, dopo la Seconda Guerra Mondiale
Dopo più di trent’anni nei quali erano rimasti in penombra, i boss della seconda ondata finirono per la prima volta sotto i riflettori; venne identificato anche Bonanno che si guadagnò, non con poco ritrosia, il nomignolo di Joe Bananas. In quel periodo cambiò tutto sia per l’opinione pubblica, sia per il governo federale che per l’FBI, che negli anni precedenti fu scettica sul concetto di mafia, scegliendo di non utilizzarne neanche la parola. Fu la Central Research Section a chiarine i punti chiave elaborando nel 1958 il rapporto intitolato alla mafia. In esso si dichiara che la mafia esiste sia in Sicilia, sia negli Stati Uniti; nella sua terra d’origine conserva un grande potere, ma non è corretto pensare che goda del sostegno di tutti i siciliani: possiede la tecnica che consente ai pochi di dominare i molti.
È stata sicuramente colpita dal fascismo, ma si è ripresa anche con la creazione di un’istituzione regionale autonoma. I federali definirono improbabile l’idea di un’unica organizzazione intercontinentale con a capo Luciano, che sicuramente giocò un ruolo importante garantendo una continuità tra i due versanti, siciliano e americano, soprattutto nell’ambito del narcotraffico. In generale l’ipotesi più accreditata fu quella della presenza di gruppi interconnessi ma autonomi l’uno con l’altro, collegati da solidarietà regionale, paesana, nello specifico di clan che consentono il mantenimento delle caratteristiche originarie. A New York questi gruppi furono cinque, i quali prendevano il nome dal loro boss: Genovese, Bonanno, Gambino, Lucchese e Profaci. Molte città degli USA avevano una famiglia e una commissione le dirigeva tutte. L’organizzazione non veniva definita mafia, ma “La cosa nostra”.
L’FBI mostrò alla stampa schemi raffiguranti 24 famiglie organizzate secondo un modello gerarchico, sparse in forma simmetrica per l’America e governate da una sola commissione. Il termine scelto per indicare questa organizzazione fu anche qui “cosa nostra”, intesa come una catena di solidarietà etnica, di equilibrio, di senso dell’onore, da distinguersi dalle cose loro: non volevano indicarsi come una banda criminale, ma come una famiglia calda e protettiva, quella di cui tanti ragazzi di strada, non avevano mai goduto.
“La mafia- Cosa Nostra- è come Dio, cui si può credere solo per fede”.
Il processo Pizza Connection
Emblematico della potenza della Mafia in America fu l’inchiesta giudiziaria “Pizza Connection” sul traffico di droga condotta negli Stati Uniti dal Federal Bureau of Investigation (FBI) tra il 1979 e il 1984. All'indagine collaborarono altresì a più riprese diversi magistrati italiani come Giovanni Falcone e Giusto Sciacchitano, facenti parte del pool antimafia di Palermo. Dopo l’omicidio di Carmine Galante (mafioso italo-americano reggente della famiglia Bonanno) nel 1979, l’FBI cominciò a indagare sul ritrovamento di alcune valigie piene di eroina provenienti da Palermo all’aeroporto J.F.K di New York e prima ancora, circa la scoperta di due valige contenenti 500.000 dollari all’aeroporto Falcone e Borsellino di Palermo-Punta Raisi. I federali cominciarono a collaborare con i magistrati italiani, Giovanni Falcone e Giusto Sciacchitano, mettendo sotto osservazione diverse decine di mafiosi, grazie anche agli agenti sotto copertura Joseph Pistone ed Edgar Robbs.
Si trattò di un’indagine assolutamente complessa che riuscì a intercettare e scoprire ristoranti e pizzerie usate come terminali del traffico di eroina, intercettando anche diverse telefonate, effettuate per la maggior parte da cabine pubbliche, tanto da dover richiedere anche l’ausilio di un team di traduttori esperti, dato che i dialoghi avvenivano per lo più in dialetto siciliano. Vennero infatti intercettate anche le telefonate di boss come Gaetano Badalamenti, all’epoca dei fatti in Brasile, che parlava in codice riferendosi all’acquisto di spedizioni di cocaina ed eroina.
Nel 1984, grazie ad ulteriori intercettazioni telefoniche, l’FBI scoprì che Badalamenti, ex capo della mafia siciliana, sebbene bandito dalla Sicilia dai mafiosi appartenenti ai clan rivali, nel 1978, aveva continuato a guidare segretamente uno dei cartelli della droga più proficui del mondo, viaggiando con la moglie e il figlio maggiore aveva infatti programmato a Madrid un incontro con Pietro, che prese un volo proprio da Chicago per incontrarli (americanizzato con “Pete” Alfano), nipote, proprietario di una pizzeria in Illinois e considerato proprio il punto di contatto principale negli Stati Uniti per il traffico di eroina, molto attivo nel Midwest. Badalamenti non sapeva che le autorità spagnole lo stavano seguendo, basandosi sulle informazioni ricevute dall’FBI. Nello stesso anno, infatti, l’8 aprile, a Madrid gli agenti della polizia italiana, quelli dell’FBI e gli agenti della polizia spagnola fermarono immediatamente lo stesso Badalamenti e Alfano, mentre il figlio Vito venne arrestato poco dopo. Il giorno successivo, l’FBI condusse un rastrellamento che portò all’arresto di quasi 30 membri e associati della mafia che lavoravano negli USA per Badalamenti. Sequestrarono accessori per la droga, grandi quantità di denaro contante, armi e “una miniera” di documenti, eseguendo altresì arresti e mandati di perquisizioni.
Tra i personaggi coinvolti nella rete ci fu “Totò” Catalano, proprietario di una panetteria nel Queens e figura di spicco della famiglia mafiosa Bonanno con sede a New York; fu proprio lui il principale nesso di Badalamenti con la mafia americana e il leader del suo “equipaggio” statunitense, formato da immigrati siciliani, noto come “Zips”.
Il processo, che iniziò il 24 ottobre del 1985, con un totale di 22 imputati, tutti di origine siciliana, portò il governo degli Stati Uniti a protrarlo per 16 lunghi mesi, dando luogo a quello che sarà ricordato come il più lungo processo con giuria penale degli USA fino ad oggi. Due uomini si dichiararono colpevoli di accuse minori, mentre uno venne brutalmente assassinato; lo stesso Pietro Alfano fu ucciso da colpi di arma da fuoco per rappresaglia. Al termine del processo, quando la giuria emise il verdetto, il 2 marzo 1987, erano quindi presenti 19 imputati.
I pubblici ministeri federali, incluso Louis Freeh, che negli anni seguenti sarebbe diventato poi il futuro direttore dell’FBI, sostennero che gli uomini facevano parte di una “cospirazione vasta e di lunga data della droga”, che arrivò a toccare fino a quattro continenti.
Il caso, da qui denominato “The Pizza Connection” dai media, per il frequente uso delle pizzerie come copertura per lo spaccio di droga, fu enormemente complesso e laborioso e fu proprio grazie all’agente sotto copertura Josh, “Joe” Pistone, infiltratosi nella famiglia criminale Bonanno nel 1976, che si arrivò ad ottenere informazioni cruciali che permisero di avviare l’inchiesta, che si trasformò in un enorme sforzo multinazionale, con contributi provenienti dal dipartimento di polizia di New York, dalla Drug Enforcement Administration (DEA), dalle dogane statunitensi e dalle autorità internazionali (inclusi gli uffici legali internazionali dell’FBI) in Italia, Spagna, Svizzera, Turchia, Brasile, Canada, Gran Bretagna, Germania e Messico. In quattro anni gli agenti dell’FBI e i suoi partner sono riusciti a raccogliere una moltitudine di documenti e prove, riuscendo anche a porre in essere una sorveglianza di 24h al giorno, tracciando migliaia di telefonate. L'impegno maggiore si è registrato nelle traduzioni delle numerose conversazioni da parte degli agenti stessi, dato che i mafiosi parlavano siciliano stretto: furono impegnati un team di traduttori esperti dell’FBI e altri agenti.
Al termine del processo vennero condannati 18 imputati (tutti tranne uno), con Gaetano Badalamenti e Totò Catalano che ricevettero pesanti pene detentive. L'inchiesta in questione ha apportato innumerevoli vantaggi soprattutto dal punto di vista relazionale: si sono rafforzate le varie partnership, fondamentali per l’espansione degli uffici legali dell’FBI, ancora oggi di vitale importanza nell’affrontare minacce globali come il terrorismo e la criminalità informatica. L'indagine è anche riuscita a stabilire uno standard investigativo per casi similari, impiegando gli stessi strumenti e approcci per contrastare la criminalità organizzata.
Lo stesso direttore Freeh definì il caso “la prima grande indagine e azione penale transazionale sull’impresa criminale dell’FBI” e “un punto di svolta storico per la cooperazione internazionale di polizia e l’azione coordinata delle forze dell’ordine”.
La Struttura
Codice, riti, simboli
Giuramenti e riti di iniziazione
Per entrare in una società di questo tipo si passava attraverso una cerimonia di iniziazione, che consisteva in un giuramento di fedeltà. L'iniziando veniva portato alla presenza dei membri della società, di solito in un luogo isolato, con al centro un tavolo sul quale solitamente venivano posti un coltello e un pugnale. Venivano poi formulate parole solenni riguardanti gli obblighi , che andavano a costituire un vero e proprio codice d’onore (non avere relazioni con le mogli di altri affiliati, non tradire la società, non tradire il giuramento, non vendicare nessun membro della famiglia ucciso dal membro di una famiglia diversa, previo permesso del boss, non creare lotte tra membri) e i vantaggi che sarebbero derivati dall’appartenenza al gruppo; successivamente il soggetto preposto doveva bruciare un pezzetto di carta, di fronte ad un padrino (estratto a sorte in quel momento tra i presenti), che puntava il dito facendo fuoriuscire del sangue e al termine tutti i presenti battevano le mani, scambiandosi baci. Questi giuramenti/riti di iniziazione trovarono spazio fin dal tardo ottocento, primo novecento, ricalcando la scena tradizionale in cui il padrino punge il dito al neofita, che brucia il famoso pezzo di carta, che come regola dovrebbe essere un’immagine religiosa, e poi con la mano intrisa di sangue pronuncia il consueto giuramento: “Giuro di essere fedele ai fratelli e di bruciare per essi se del caso le mie carni come sta attualmente bruciando questo pezzo di carta”.
La forza della società deriva proprio da questo vincolo criminoso che lega con il giuramento della puntura del dito all’organizzazione individui di qualsiasi classe sociale.
Rapporti odierni della mafia statunitense
Cosa nostra americana, dopo aver dominato per anni il mondo criminale ha vissuto in questi anni una fase di declino, vedendosi scomparire anche diverse famiglie. Nonostante questo, secondo osservatori interni all’FBI, la mafia italoamericana rimane ancora oggi l’organizzazione più potente degli USA, continuando a prosperare nel sottosuolo di sue aree storiche come New York, Chicago e il New England. A causa della legge RICO (Racketeer influenced and Corrupt Organization Act) in America i criminali possono essere arrestati anche solo per frequentazioni o telefonate con mafiosi o sospettati e questo induce i vari boss a mantenere il cosiddetto low profile. Le nuove modalità di reclutamento e operazioni convergono quindi nell’utilizzo di bande di strada o bikers fuorilegge, ovvero lo spostamento continuo della leadership, eliminando la presenza dell’unico boss, secondo le convenienze correnti, utilizzando un sistema a rotazione che permette di far perdere le proprie tracce.
Adattandosi ai cambiamenti che l’evoluzione degli anni impone, la mafia italo americana continua a conservare il monopolio degli Stati Uniti.
Da una recente relazione della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) è emerso che la cooperazione con le Autorità statunitensi è proseguita anche nel suddetto semestre, avviando un’intensa collaborazione con l’Ufficio Investigazioni Internazionali della Divisione Operazioni Investigative dello United States Marshals. I compiti istituzionali di questa Agenzia Federale sono orientati verso la ricerca e conseguente cattura di soggetti sui quali grava un mandato d’arresto per crimini federali, sequestro e gestione di beni provenienti da attività illecite, gestione di detenuti federali e protezione di testimoni e collaboratori di giustizia.
Vengono confrontati con la Direzione italiana elementi informativi allo scopo di individuare alcuni elementi responsabili di gravi reati nel territorio americano e sfuggiti alla cattura, che potrebbero trovarsi su territorio italiano volti alla verifica di continuità dei rapporti tra i ricercati e i contatti presenti in Italia.
Alla delegazione statunitense dell’Agenzia Federale è stata di recente proposta l’adesione alla Rete Operativa Antimafia (ONNET) che prevede, grazie all’utilizzo di strumenti di cooperazione preesistenti, di supportare le unità investigative degli Stati Membri con il dispiegamento di agenti specializzati sul fenomeno mafioso, utile anche per lo scambio di informazioni di indagine.
Note
- ↑ Il termine Dago (pronuncia [dey-goh]), a volte italianizzato in Dègo o Dego, è uno degli epiteti spregiativi tra i più utilizzati negli Stati Uniti d'America e in Canada per indicare una persona di origini latina, soprattutto italiana, spagnola o portoghese. Il termine probabilmente ha origine dall'inglese dagger (coltello) sulla scia dello stereotipo dell'italiano come popolo facile all'utilizzo del coltello. Venne utilizzato anche da Giovanni Pascoli nel poemetto Italy. Per approfondire, si veda Patrizia Salvetti (2003). Corda e sapone: storie di linciaggi degli Italiani negli Stati Uniti, Donzelli Editore.
- ↑ Prezzolini, che dagli anni Trenta era professore alla Columbia University, nel 1958 iniziò una sua personale ricerca a New Orleans negli archivi di giornale dell'epoca, scrivendo poi il libro "La strage di New Orleans".
- ↑ Citato in Salvatore Lupo, Quando la mafia trovò l’America, p. 17.
- ↑ Ibidem.
- ↑ Il termine rimandava ad una società anarchica spagnola, appunto detta “Mano nera”. Al riguardo, si veda: Thomas Pitkin e Francesco Cordasco (1977). The Black Hand. A Chapter in Ethnic Crime, Littlefield, Adam & Co., Totowa (N.J.) Una sintesi della discussione, con particolare riferimento alle posizioni della stampa italo-americana, si può trovare in Robert Ezra Park e Herbert Adolphus Miller (1921). Old World Traits Transplanted, Harper & Brothers, New York, p. 241 e ss.
- ↑ Lupo, op.cit., p. 26.
- ↑ Ivi, p. 28.
- ↑ Ivi, p. 30.
- ↑ Ivi, p. 31.
- ↑ Ivi, p. 32.
- ↑ Ivi, p. 33.
- ↑ La storia di Kelly è ben riassunta nel libro The Gangs of New York: An Informal History of the Underworld, scritto da Herbert Asbury e pubblicato per la prima volta nel 1927 dalla casa editrice Garden City Publishing Company.
- ↑ Si veda al riguardo Nelli, op.cit., pp. 129-131.
- ↑ Lupo, op.cit., pp. 58-59.
- ↑ Butts, Edward (2004). Outlaws of The Lakes – Bootlegging and Smuggling from Colonial Times To Prohibition, Toronto, Linx Images, p. 230.
- ↑ Lupo, op.cit., p. 49.
- ↑ Humbert Steven Nelli (1976). The Business of Crime: Italians and Syndicate Crime in the United States, Oxford University Press, p. 218
- ↑ Citato da Lupo, op.cit., p. 113.
Bibliografia
- Butts, Edward (2004). Outlaws of The Lakes – Bootlegging and Smuggling from Colonial Times To Prohibition, Toronto, Linx Images.
- Direzione Investigativa Antimafia (2021). Relazione I Semestre 2020, Roma.
- Direzione Investigativa Antimafia (2022). Relazione I Semestre 2021, Roma.
- Humbert Steven Nelli (1976). The Business of Crime: Italians and Syndicate Crime in the United States, Oxford University Press.
- Lupo, Salvatore (2008). Quando la mafia trovò l’America. Storia di un intreccio continentale (1888-2008), Torino, Einaudi.
- Salvetti, Patrizia (2003). Corda e sapone: storie di linciaggi degli Italiani negli Stati Uniti, Donzelli Editore.