Prima Guerra di Mafia

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La Prima guerra di mafia fu un violento conflitto interno a Cosa Nostra, avvenuto tra il 1962 e il 1963.

prima guerra di mafia

Per molto tempo le istituzioni italiane hanno pensato che questa guerra fosse una sorta di resa dei conti tra la “vecchia” e la “nuova” mafia[1], la prima rappresentata da Salvatore Greco detto “Cicchiteddu”, a capo della Famiglia di Ciaculli e, dal 1957 al 1963, a capo della “Commissione”, e l’altra dai fratelli Angelo e Salvatore La Barbera, rispettivamente “capofamiglia” di Palermo Centro e “capo mandamento” di Porta Nuova, che avevano scalato velocemente la gerarchia mafiosa fino a diventare esponenti molto influenti all’interno dell’organizzazione.

Questa versione però non è condivisa da vari storici, come John Dickie, il quale sostiene che questa narrazione sia troppo semplicistica. Infatti, in entrambi gli schieramenti figuravano esponenti di entrambe queste categorie: tra gli alleati di “Cicchiteddu”, ad esempio, vi era Luciano Leggio, capofamiglia di Corleone, mentre coi La Barbera vi era Pietro Torretta, ex-membro della banda di Salvatore Giuliano.[2]

Antefatti

Secondo quanto sostenuto da Tommaso Buscetta, i fratelli La Barbera stavano ottenendo sempre più potere all’interno della “Commissione” e premevano affinché fosse rispettata la regola che prevedeva che il “capofamiglia” non poteva allo stesso tempo essere anche “capo mandamento”.

L’obiettivo dietro a questa richiesta era quello di sostituire i "capifamiglia" più anziani con altri più giovani e meno autorevoli, permettendo ai due fratelli di manovrare più facilmente la “Commissione”.

Alcuni “capifamiglia”, come Michele Cavataio (della famiglia di Acquasanta) e Calcedonio Di Pisa (della famiglia della Noce) si opposero, ma dopo lunghe discussioni alcuni iniziarono a cedere le loro cariche (Cesare Manzella aveva ceduto a Gaetano Badalamenti la carica di capo della "famiglia" di Cinisi e in modo analogo stava facendo Calcedonio Di Pisa).

Preoccupati dalla crescente influenza dei La Barbera, alcuni “capi mandamento” (Antonio Matranga della famiglia di Resuttana, Mariano Troia della famiglia di San Lorenzo, Salvatore Manno della famiglia di Boccadifalco e Michele Cavataio) decisero di intervenire, uccidendo il 26 dicembre 1962 Calcedonio Di Pisa in Piazza Principe di Camporeale (Palermo) con una pistola calibro 38 e una doppietta a canne mozze.

L’esecutore materiale dell’omicidio, si scoprì solo dopo, fu Michele Cavataio, che però lo attribuì il delitto ai La Barbera. Gli atti del Maxiprocesso riportano 3 (falsi) moventi attribuiti ai fratelli, due dei quali comunicati agli inquirenti in modo da depistare le indagini.

La versione di Buscetta

Secondo quanto affermato da Tommaso Buscetta, Anselmo Rosario, "uomo d'onore" della famiglia di Porta Nuova, si era invaghito della figlia di Raffaele Spina, membro della famiglia della Noce, il quale però era contrario alle nozze. Anselmo, allora, su consiglio dell’intera famiglia di Porta Nuova e dello stesso Buscetta, era scappato con la ragazza, costringendo Spina ad acconsentire alle nozze.

A questo punto, però, Calcedonio Di Pisa pretese che Anselmo Rosario passasse, per ragioni di prestigio, dalla famiglia di Porta Nuova a quella della Noce, pretesa avversata dalla prima famiglia, sulla base della regola secondo cui non è possibile cambiare famiglia di appartenenza. Per questa ragione, i La Barbera avrebbero deciso di ordinare l’omicidio di Di Pisa.

La “Commissione” decretò quindi lo scioglimento delle famiglie di Palermo Centro e Porta Nuova, e l’eliminazione del “capo mandamento” Salvatore e del “capofamiglia” Angelo[3].

Lo scritto anonimo

Il secondo finto movente è uno scritto anonimo trasmesso alla Squadra Mobile di Palermo, nel quale c'era scritto:

“In origine erano tutti d'accordo. I Greco avevano preso il sopravvento con le loro riunioni cui partecipavano i più qualificati esponenti; deliberavano la morte o la scomparsa di persone con giudizio insindacabile; facevano parte della commissione anche i fratelli La Barbera i quali avevano assunto entrambi la posizione di capo mafia. Ciò però i Greco non intendevano tollerare in quanto uno solo di loro doveva occupare il posto di comando di "capomafia". Tale veduta era pienamente condivisa, anzi sollecitata, dal Di Pisa Calcedonio, il quale d'accordo con i Greco si era assunto il compito di far capire ai La Barbera che uno di loro doveva cedere il posto di capo mafia. Fu così che il Di Pisa molto avventatamente senza attendere di pronunziarsi in sede di una prossima riunione della commissione avvicinò il La Barbera Salvatore presso il suo garage (Ninive) e gli espose la decisione presa nei suoi confronti e cioè che egli o il fratello doveva ritirarsi dalla carica. Il La Barbera tagliò corto la discussione dicendogli “va bene, ne riparleremo” Il giorno successivo lo faceva uccidere in piazza principe di Camporeale”[4].

Il rapporto dei Carabinieri

Il terzo è contenuto nel rapporto dei Carabinieri di Roma del 25 febbraio 1967, in cui viene riportato che nel 1962 i La Barbera e i Greco avevano finanziato, assieme ad altri mafiosi, una spedizione di eroina che dall’Egitto sarebbe dovuta arrivare a New York. Dopo che la merce arrivò in Sicilia, venne mandato Calcedonio di Pisa a controllare la regolarità del contenuto sul transatlantico Saturnia. Ma all’arrivo al porto di Brooklyn, i mafiosi statunitensi rilevarono una quantità minore di droga di quella prevista. Di Pisa divenne il principale sospettato, accusato di aver trattenuto per sé la quantità di droga mancante, ma venne assolto durante una riunione della Commissione, contrariamente a quanto auspicato dai La Barbera, che quindi decisero di ucciderlo[5].

Gli sviluppi successivi

La morte di Salvatore La Barbera

Cavataio continuò con gli omicidi e gli attentati dinamitardi con il duplice fine di attirare l’attenzione degli inquirenti sui mafiosi oggetto degli attentati e di attribuirne la responsabilità ad Angelo La Barbera. Tra il 27 dicembre 1962 e il 10 gennaio 1963 i membri della “famiglia” della Noce presenti al controllo della partita di droga vennero assassinati, salvo due, che riuscirono a salvarsi: Raffaele Spina, che rimase ferito dopo un agguato a colpi di pistola, e Giusto Picone, scampato a un attacco dinamitardo alla saracinesca di un deposito di acqua gassata di sua proprietà.

Salvatore La Barbera venne assassinato il 17 gennaio 1963 da Cesare Manzella, boss di Cinisi. La sua automobile venne data alle fiamme e il corpo non fu mai più trovato. L’auto incendiata venne poi ritrovata in un cantiere nei pressi di Santo Stefano Quisquina, in provincia di Agrigento.

Antonino Calderone, boss della Famiglia di Catania, divenuto poi nel 1986 collaboratore di giustizia, durante il suo interrogatorio sostenne che La Barbera venne ritenuto colpevole della morte di Di Pisa, accusato di insubordinazione nei confronti della Commissione e strangolato su ordine di "Cicchiteddu" Greco durante una riunione a San Giovanni Gemini, sempre in provincia di Agrigento[6][7].

Il fratello Angelo andò a Roma per tenere una conferenza stampa, cercando in questo modo di proteggersi rendendosi un personaggio troppo pubblico per venire ucciso.

L’esplosione della violenza

Il 13 febbraio 1963 una Fiat 1100 imbottita di esplosivo distrugge la casa di “Cicchiteddu” a Ciaculli, ferendo il boss. Secondo le indagini dell'epoca, l'autobomba era stata preparata da Rosolino Gulizzi su ordine di Angelo La Barbera in risposta alla scomparsa del fratello Salvatore.

Il 19 aprile 1963 alle 10:25 una Fiat Seicento color crema si fermò davanti alla pescheria Impero, in via Empedocle Restivo, a Palermo, in cui si trovavano Angelo La Barbera e due suoi gregari, Stefano Giaconia e Vincenzo Sorce. Due uomini uscirono dall'auto, iniziando a far fuoco e uccidendo due uomini, tra cui il pescivendolo, ritenuto un killer di La Barbera. Dall’interno del locale qualcuno rispose al fuoco, forse Angelo La Barbera stesso, ma i due sicari rimasero illesi. Secondo le indagini, i mandanti furono Salvatore Greco, Cesare Manzella e Calogero Passalacqua, “capofamiglia” di Carini.

Successivamente, secondo le ricostruzioni dell'epoca, Angelo La Barbera ordinò l’eliminazione di due suoi gregari, sospettati di volersi dissociare dalle azioni del gruppo: il 21 aprile 1963 Vincenzo "u' muticeddu” D'Accardi, mafioso del quartiere del Capo, e il 24 aprile 1963 Rosolino Gulizzi, elettrauto[8].

Il 26 aprile Cesare Manzella rimase ucciso a Cinisi dall’esplosione causata da una bomba collegata all’impianto di accensione di una Giulietta rubata.

Il 25 maggio in viale Regina Giovanna a Milano due auto si accostarono ad Angelo La Barbera e iniziarono a sparare, colpendolo all’occhio sinistro, al collo, al petto, alla schiena, a una gamba e all’inguine. La Barbera, tuttavia, riuscì a salvarsi.

I duri colpi inferti agli alleati dei Greco

Il 19 giugno Pietro Garofalo e Girolamo Conigliaro, gregari dei Greco, vennero invitati a casa di Pietro Torretta, “capofamiglia” dell’Uditore per un chiarimento, ma vennero colpiti da numerosi colpi di arma da fuoco, che uccisero Garofalo sul colpo e ferirono Conigliaro, che provò a salvarsi gettandosi dal balcone dell'abitazione, ma morì durante il trasporto in ospedale, mentre Torretta rimase ferito alle gambe, colpito dalla risposta al fuoco dei due.

Il 22 giugno venne ucciso Bernardo Diana, vicecapo della famiglia di Santa Maria di Gesù e fedelissimo di Stefano Bontate e del suo alleato “Cicchiteddu”. Secondo le notizie raccolte all'epoca dagli inquirenti, l'omicidio era stato compiuto da Buscetta assieme a Vincenzo Sorce e Pietro Badalamenti, su mandato di Torretta e Cavataio. Anni dopo, Buscetta rivelò invece che i responsabili dell'omicidio erano in realtà Cavataio e il suo vice Giuseppe Sirchia.

Il 27 giugno venne infine ucciso in un agguato Emanuele Leonforte, alleato di “Cicchiteddu” ed esponente della cosca di Ficarazzi. Secondo i verbali della polizia dell'epoca, gli assassini furono Buscetta e Arturo Vitrano, sempre su incarico di Torretta e Cavataio.

Strage di Ciaculli
Una delle foto subito dopo la strage di Ciaculli

L'epilogo della prima, sanguinosa, guerra di mafia a Palermo si ebbe il 30 giugno, quando nel giro di poche ore esplosero due Giuliette imbottite di esplosivo.

La prima a Villabate, davanti all’autorimessa del boss mafioso Giovanni Di Peri (alleato dei Greco), dove l’esplosione uccise il custode Pietro Cannizzaro e il fornaio Giuseppe Tesauro.

L’altra in contrada Ciaculli, destinata al boss Salvatore Prestifilippo, che uccise invece sette uomini delle forze dell’ordine che erano arrivati sul posto per disinnescare la bomba (quattro carabinieri, due militari del Genio dell’Esercito e un poliziotto); la polizia, basandosi soprattutto su fonti confidenziali e ricostruzioni indiziarie, attribuì la paternità delle due autobombe a Pietro Torretta, Michele Cavataio, Tommaso Buscetta e Gerlando Alberti. Buscetta sosteneva invece che Cavataio fosse l'unico responsabile dei due attentati.

L'attentato passò alla storia come Strage di Ciaculli e non solo svegliò dal torpore lo Stato italiano a guida democristiana, che fino a quel momento aveva negato l'esistenza della mafia, ma cominciò a far sospettare ai vertici di Cosa Nostra che qualcosa non quadrava, dato che Angelo La Barbera era ricoverato in ospedale per le conseguenze dell'attentato di Milano, quindi dietro lo scoppio della guerra doveva esserci qualcun altro.

Il ruolo di Tommaso Buscetta

Tommaso Buscetta
Tommaso Buscetta

Ci sono due versioni riguardo alle responsabilità di Buscetta all’interno delle vicende della Prima guerra di Mafia. La prima, quella ufficiale, è il frutto del lavoro d’indagine avvenuto negli anni successivi agli avvenimenti, mentre la seconda è stata fornita dallo stesso Buscetta durante l’interrogatorio con Giovanni Falcone nel 1984[9].

Secondo le fonti ufficiali inizialmente Buscetta era dalla parte dei La Barbera, ma quando le sorti della guerra iniziarono a favorire Salvatore Greco, passò dalla sua parte.

Dopo l’attentato ad Angelo La Barbera in viale Regina Giovanna, Buscetta iniziò a pensare di assumere il comando della “famiglia” di Palermo Centro. Quando capì che i Greco non erano d’accordo, Buscetta organizzò assieme a Torretta un attentato contro di essi, ma l’esplosione dell’autobomba che avevano preparato il 30 giugno uccise invece 7 poliziotti, ponendo fine temporaneamente alle ostilità.

Buscetta nella sua dichiarazione invece si descrisse come un mediatore tra Greco e Salvatore La Barbera. Inoltre accusò Michele “il Cobra” Cavataio di aver innescato la guerra con l’omicidio di Di Pisa, conscio che sarebbe stato attribuito ai La Barbera. Inoltre gli attribuì anche la responsabilità della strage di Ciaculli.

Secondo Buscetta, a sostenere Cavataio c’era un’alleanza di boss della zona nord occidentale di Palermo, uniti dall’obiettivo di fermare il crescente potere della Commissione, di cui stavano beneficiando i boss della zona sudorientale come Greco.

La stessa accusa venne fatta da Antonino Calderone nel 1987 durante una deposizione al tribunale di Marsiglia[10].

Il processo e le condanne

Nel periodo successivo alla bomba di Ciaculli vennero effettuati quasi 2000 arresti. "La polizia sembrava impazzita", commentò Buscetta, a proposito del clima di quei giorni.

I giornali scrivevano che si trattava del delitto più grave dai giorni di Salvatore Giuliano, e a peggiorare la situazione fu il fatto che con tutta probabilità non si era trattato di un incidente, in quanto le vittime si trovavano lì proprio a seguito di una chiamata anonima[11][12]. Una settimana dopo la strage, la commissione parlamentare antimafia iniziò formalmente i suoi lavori.

A seguito della repressione giudiziaria, nell'estate 1963 la Commissione decise di sciogliersi, mentre le varie famiglie mafiose di Palermo smisero di raccogliere il pizzo e diversi boss fuggirono all'estero. Negli anni successivi i delitti di mafia quasi spariscono.

Secondo quanto testimoniato da Buscetta, lo scioglimento della “Commissione” comportò un temporaneo “scioglimento” anche di Cosa Nostra stessa, dato che venne a mancare il precedente coordinamento tra le famiglie mafiose.

Questa strategia funzionò: l’interesse dell’opinione pubblica generato dalla strage di Ciaculli scemò presto e la Commissione antimafia smise di avere rilevanza politica.

Nel 1968 a Catanzaro si svolse il processo a 117 sospettati di partecipazione alla guerra di mafia, e la sentenza, pronunciata nel dicembre ‘68, assolse la maggior parte degli imputati. Tra i pochi che subirono una condanna ci furono: Pietro Torretta (27 anni di carcere per il duplice omicidio avvenuto nella sua casa), Angelo la Barbera (22 anni e 6 mesi di carcere), Tommaso Buscetta (14 anni) “Cicchiteddu” Greco (10 anni). “Cicchiteddu”, all’epoca già fuggito in Sud America, fu condannato in contumacia, e non trascorse alcun giorno in carcere.

Note

  1. Citato in John Dickie(2014). "Cosa nostra. Storia della mafia siciliana", Bari, Laterza, p. 325
  2. Citato in John Dickie(2014). "Cosa nostra. Storia della mafia siciliana", Bari, Laterza, p. 332
  3. Tribunale di Palermo, Ufficio istruzione, Ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni + 706, pp. 2330-2332
  4. Tribunale di Palermo, Ufficio istruzione, Ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni + 706, pp. 2335-2337
  5. Commissione Parlamentare Antimafia (2000) "Relazione sul Caso Impastato - Documenti del Senato della Repubblica XIII legislatura (1996-2001)”, a cura dell’on. Russo Spena e altri, Roma, 6 dicembre, pp. 15-16
  6. Commissione rogatoria internazionale, Tribunale penale di Marsiglia (1987) "Processo verbale di interrogatorio di prima comparizione al collaboratore di giustizia Antonino Calderone", a cura del giudice istruttore Debaq, Marsiglia, 9 aprile, p. 81
  7. Commissione Parlamentare Antimafia (2000) "Relazione sul Caso Impastato - Documenti del Senato della Repubblica XIII legislatura (1996-2001)”, a cura dell’on. Russo Spena e altri, Roma, 6 dicembre, pp. 15-16
  8. (Giudice istruttore Cesare Terranova), "Sentenza contro La Barbera Angelo + 42", Tribunale di Palermo, 23 giugno 1964, p. 23
  9. Citato in John Dickie(2014). "Cosa nostra. Storia della mafia siciliana", Bari, Laterza, p. 330
  10. Commissione rogatoria internazionale, Tribunale penale di Marsiglia (1987) "Processo verbale di interrogatorio di prima comparizione al collaboratore di giustizia Antonino Calderone", a cura del giudice istruttore Debaq, Marsiglia, 9 aprile, p. 81
  11. Citato in Roberto Ciuni, “La strage di Ciaculli”, L’Ora, 2 luglio 1963, p. 3
  12. Citato in Franco Desio, “Esplodono a Palermo due auto caricate a dinamite: nove morti” La Stampa, 1 luglio 1963, p. 5

Bibliografia

  • Archivio Storico de "L'Ora di Palermo";
  • Archivio Storico de "la Stampa";
  • Cattanei Francesco (31 marzo 1972). "Relazione sui lavori svolti e sullo stato del fenomeno mafioso al termine della V legislatura", Doc. XXIII N. 2-septies, Roma, Commissione Parlamentare Antimafia - V Legislatura.
  • Dickie John (2014). "Cosa nostra. Storia della mafia siciliana", Bari, Laterza
  • Caponnetto, Antonino (1985). “Ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni + 706 - Procedimento Penale N. 2289/82 R.G.U.I.”, Tribunale di Palermo - Ufficio Istruzione Processi Penali, 8 novembre
  • Lodato Saverio (2024). “Cinquant'anni di mafia. Storia di una guerra infinita. La trattativa Stato-mafia e la fine di Matteo Messina Denaro”, Rizzoli
  • Terranova Cesare, "Sentenza contro La Barbera Angelo + 42", Tribunale di Palermo, 23 giugno 1964