Lezione di Paolo Borsellino a Bassano del Grappa

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Quella che segue è la trascrizione della lezione di Paolo Borsellino tenuta presso l’Istituto professionale di Stato per il Commercio «Remondini» di Bassano del Grappa, il 26 gennaio 1989. A promuovere l'incontro fu Enzo Guidotto.

Paolo Borsellino
Paolo Borsellino

La lezione di Paolo Borsellino

Grazie, vi ringrazio di essere intervenuti così attenti e così numerosi. Io lavoro in una delle più lontane province d’Italia. La provincia di Trapani. Nonostante i miei impegni di lavoro non me lo dovrebbero consentire, io amo spesso incontrarmi con gli studenti di quella provincia, e soprattutto con quelli di una zona di quella provincia che si chiama Belice, una zona che è stata, anni fa, sottoposta da un violento terremoto a profondi sconvolgimenti, quasi tirata fuori da una condizione di degrado economico e di sottocultura.

Non amo, però, quando mi incontro con gli studenti, parlare di mafia, come spesso coloro che mi ascoltano si aspettano. Cioè, di fatti inerenti alla criminalità mafiosa, di fatti dei quali per ragioni professionali mi sono dovuto occupare. Perché mi sembra anche più importante, quando si parla con degli studenti, scandagliare quali sono le ragioni di fondo, naturali, economiche, sociali, per cui non solo esiste questo fenomeno – perché il fenomeno si è radicato in Sicilia per ragioni storiche, peraltro non del tutto ancora ben chiarite –, ma quali sono le ragioni culturali, socioeconomiche, per le quali questo fenomeno è così, o sembra così invincibile nonostante l’impegno di tanti magistrati, di tante forze dell’ordine, di tanta attenzione che va crescendo nel pubblico.

Quindi io vorrei brevemente accennare queste ragioni, per la parte che credo possa più interessare una popolazione studentesca, lasciando poi un po’ di spazio per le domande che voi vorrete porre a me, o al professore, o anche tra di voi.

La cultura della legalità

Vorrei cominciare dicendo che in un tempio della cultura qual è la scuola, non si può, soprattutto, non parlare di quella che io chiamo la cultura della legalità. Una cosa che probabilmente a scuola si insegna molto poco, sulla quale ci si sofferma molto poco, ma che mi sembra estremamente importante. Che cosa io intendo per cultura della legalità? Intendo sapere e recepire appieno che cosa sono le leggi e perché le leggi debbono essere osservate. Le leggi, brevemente, e senza voler entrare in definizioni scientifiche, sono dei comandi e dei divieti che dà lo Stato. Comandi e divieti che normalmente prescrivono certe attività o vietano certe attività che normalmente sono accompagnate dalla cosiddetta sanzione. Cioè, se si compie un’azione che lo Stato proibisce o se non si compie un’azione che lo Stato impone, lo Stato impone una sanzione. E a seconda del tipo di sanzione che lo Stato impone, le leggi si distinguono in leggi penali o in leggi civili. C’è questa grossa distinzione, ci sono poi le leggi amministrative e via dicendo. E cioè, tanto per fare un esempio, se io costruisco una casa aprendo una finestra sul fondo del vicino, poiché questa azione è proibita dalla legge (cioè bisogna osservare certe distanze, non si può andare a guardare dappresso al fondo del vicino) lo Stato impone una sanzione, una sanzione civile (cioè il vicino può costringermi a farmi chiudere questa finestra).

Se io, nonostante lo Stato mi impedisca di uccidere, facciamo l’esempio del delitto più grave, e io uccido il mio prossimo, lo Stato mi punisce con una determinata pena da 21 a 24 anni di galera o ancora di più, se ci sono delle aggravanti.

E allora verrebbe tanto da pensare che le leggi vengono osservate soprattutto perché se non si osservano le leggi ci sono queste sanzioni, sia penali se si tratta di leggi penali, sia civili se si tratta di leggi civili. Ma non è vero: le leggi non vengono osservate dalla maggior parte della popolazione perché nel caso in cui non venissero osservate si rischia di sottostare alla sanzione stabilita dalla legge. Le leggi, la maggior parte della popolazione, le osserva, dovrebbe osservarle, perché condivide le leggi, cioè ritiene che si tratti di comandi o divieti giusti. La maggior parte di noi non apre finestre sul fondo del vicino, non fa sorpassi in curva per strada, non uccide, non ruba, non perché teme che violando questa legge possa essere, possa incorrere in una sanzione, penale o civile, ma osserva queste leggi perché ritiene che sia giusto non aprire finestre sul fondo del vicino, non uccidere, non fare sorpassi in curva e comunque… è inutile ancora dilungarsi con riferimento a tutti quei comandi e divieti che la legge impone. Perché altrimenti, se così non fosse, se le leggi non fossero osservate soprattutto perché i cittadini consentono alla legge, ritengono giusto, ritengono doveroso quel divieto, be’, non basterebbero tanti Carabinieri quanti sono i cittadini della Repubblica italiana perché ce ne vorrebbe almeno uno per ogni persona per sorvegliarlo e saltargli addosso non appena commette il divieto. Invece voi sapete che la maggior parte della popolazione osserva le leggi perché sente di doverle osservare e non perché teme il divieto.

Ma è chiaro che tanto più queste leggi vengono osservate, quanto più si ritiene che le leggi siano giuste, cioè quanto più il cittadino tende a identificarsi con l’istituzione che questa legge propaga, quanto più il cittadino si sente partecipe, parte integrante dello Stato, del Comune, della Provincia, della Regione, di quell’organo che emana queste leggi.

Perché quanto più comincia, per una qualsiasi ragione, a ritenersi estraneo a queste istituzioni, tanto meno osserverà i comandi che da queste istituzioni propagano. E allora ci vorranno sanzioni più forti, Carabinieri. Questo è quello che per ragioni storiche è avvenuto nella gran parte del Meridione d’Italia, soprattutto in Sicilia, perché proprio lì, per una vicenda storica o socioeconomica che si chiama, grosso modo, Questione Meridionale, il cittadino del Meridione si è sentito estraneo allo Stato. Conseguentemente, l’impulso istintivo di osservare le leggi non è stato mai sentito pesantemente. Ecco perché, in queste regioni, soprattutto nelle più grosse regioni meridionali, quali la Campania, la Calabria e la Sicilia, si sono create queste situazioni generalizzate di disaffezione alla legge, di non osservanza della legge, che, con varie articolazioni sia in Sicilia sia in Calabria sia in Campania, hanno provocato l’insorgere nella storia di queste grosse organizzazioni criminali.

Perché? Perché ci sono dei bisogni nel cittadino che sono il bisogno di giustizia, il bisogno di sicurezza, il bisogno sia di sicurezza dal punto di vista civile sia dal punto di vista economico, che debbono, che il cittadino chiede, naturalmente, che gli vengano assicurati da un’istituzione sovrapersonale qual è lo Stato, inteso in tutte le sue articolazioni. Stato, Comune, Provincia, eccetera.

Quando ritiene che non gli vengono assicurati, quando non si identifica, quando non ha la fiducia nelle pubbliche istituzioni, cerca naturalmente di trovare dei surrogati a queste esigenze che lui ricerca. Vi faccio qualche esempio, probabilmente più facile da capire.

Se il cittadino vuole reagire, o vuole recuperare, vuole reagire a un danno subito, per esempio uno scippo o una rapina, e ha la sensazione che le istituzioni non gli assicurino la risposta a questo danno che ha subito, se c’è un’organizzazione la quale, sostanzialmente, apparentemente, tende a presentarsi come un’organizzazione in grado di fargli recuperare questa refurtiva, o impedire che per le strade avvengano le rapine, si rivolge a questa organizzazione. Questa è una delle ragioni per le quali queste organizzazioni criminali riescono a trovare un grosso consenso tra la popolazione, quel consenso che invece dovrebbe essere rettamente indirizzato nei confronti delle istituzioni pubbliche e dello Stato. E se passiamo, questo mi sembra che sia un istituto che si occupa di commercio, se passiamo più specificamente a un campo che più vi interessa, è chiaro che nella vita […] civile che si svolge, nella vita economica di ogni cittadino, regolata nei nostri climi dal libero mercato, è chiaro che i vari contraenti, siano essi imprenditori, industriali, soggetti economici in genere, hanno bisogno, naturalmente, per le loro contrattazioni di una fiducia. Di quella che io vorrei chiamare fiducia, la fiducia di poter svolgere liberamente la contrattazione con il proprio contraente, il quale rispetterà i patti, pagherà quel determinato prezzo che io gli ho imposto, che abbiamo concordato per la vendita e che mi dovrà dare mettiamo tra 30 giorni. Se io ho un’industria ho bisogno che mi si assicuri intorno la fiducia, cioè che io possa trattare con i miei operai a determinate condizioni, senza che queste condizioni vengano rotte o non vengano rispettate una volta che i patti vengono firmati, eccetera.

Questa fiducia, chi la deve assicurare? La fiducia chiaramente la deve assicurare lo Stato. La deve assicurare sia assicurando le generali condizioni, perché le contrattazioni più alte si possano svolgere in un clima di reciproca fiducia, sia intervenendo allorché da queste contrattazioni nascano delle controversie, allora intervenendo con l’amministrazione giudiziaria per risolvere queste controversie. Se il mio vicino non mi paga, se il mio contraente non mi paga, io devo essere in condizione di rivolgermi a un giudice che lo condanni a pagare e che mi assicuri la possibilità di eseguire, di riprendermi quello che io ho dato, di eseguire le esecuzioni immobiliari, pignoramenti e così via dicendo.

Quando queste cose non funzionano, cioè quando questo clima di reciproca fiducia non viene assicurato dallo Stato, non funzionano perché la società civile non è ben vigilata dalla presenza pesante dello Stato, nel senso che in caso di controversie nascenti tra le parti, uno Stato con l’amministrazione della giustizia che è allo sfascio e non è efficiente non assicura la possibilità di risolvere pacificamente queste libere contrattazioni. Anche in questo caso, se esiste, se storicamente si è formata un’organizzazione criminale in grado di assicurare qualcosa del genere, un surrogato di questa fiducia che lo Stato deve poter assicurare per tutti i cittadini, ecco che questa organizzazione trae forza. Perché un surrogato di questa fiducia, le organizzazioni criminali di tipo mafioso riescono ad assicurarlo. Riescono ad assicurarlo anche nel caso in cui il mio vicino non mi paga, perché esercitano una tale capacità di minaccia che se io mi rivolgo a loro, se il cittadino meridionale si rivolge a loro, ho la possibilità di recuperare il debito che la giustizia non mi può far recuperare presto, perché una causa civile dura dieci anni.

La vera essenza della mafia

Viceversa, io posso rivolgermi a taluno al quale, pagando una tangente, pagando un pizzo, in realtà mi dà un servizio, mi protegge, nel senso che mi assicura che la mia fabbrica non sarà oggetto di attentati, o non mi faranno ruberie, o qualcosa del genere. La mafia nasce, si presenta, come qualcosa che garantisce questi servizi. Naturalmente, questi servizi non li può assicurare a tutti, perché per dare a uno deve togliere all’altro, mentre la fiducia lo Stato dovrebbe distribuirla imparzialmente a tutti i cittadini. La fiducia che distribuiscono le organizzazioni criminali è una fiducia a somma zero, perché per fare il vantaggio di uno le organizzazioni criminose debbono fare necessariamente lo svantaggio ad altri.

La vera essenza della mafia è questa. E quando ancora, per scendere ancora più nel particolare, il cittadino ritiene inaffidabile la pubblica amministrazione nel momento in cui distribuisce le commesse, gli appalti pubblici, eccetera, e cioè in quella distribuzione di ricchezza che, purtroppo, nel Meridione è molto più ampia della produzione di ricchezza; quando lo Stato non si presenta con una faccia pulita tale da assicurare l’imparziale distribuzione di queste risorse, allora ecco il pericolo in cui si inserisce l’organizzazione criminale alla quale rivolgendosi si ha, quantomeno, la speranza di riuscire ad accaparrare quella commessa, quell’appalto pubblico, quella possibilità di lucrare sulla distribuzione di risorse pubbliche. Ed ecco perché le organizzazioni criminali hanno sempre cercato di inserirsi nel mondo, nel potere politico, nel potere burocratico, per avere le leve per inserirsi in queste fasi di distribuzione della ricchezza.

Quindi è errato quando si pensa che la mafia sia soltanto un supporto, una conseguenza del mancato benessere economico. Tant’è che da taluni sono sostenuti tipi di intervento quali più soldi diamo, più possibilità di lavoro diamo, più risorse dispensiamo, allora in questo modo si toglierà la mafia. Eh, no. Perché in realtà lo Stato ha, sì, il dovere e il bisogno di intervenire dove ci sono sacche di disoccupazione, sacche di miseria, di emarginazione, ma quando interverrà con un aspetto tale da non riuscire a captare la fiducia dei cittadini sulla imparziale ed equa distribuzione di queste risorse, le organizzazioni criminali, anzi, da questo profluvio di risorse in più si inseriranno per potere meglio lucrare. Pensate soltanto, l’avrete probabilmente letto nei giornali, a quello che è avvenuto in Irpinia con riferimento alla ricostruzione del dopo terremoto. È stata una torta meravigliosa messa a disposizione di una di queste organizzazioni, che si chiama camorra, che non soltanto si è accaparrata lei gran parte di queste risorse ma, in più, si sono scannati tra di loro per vedere come meglio distribuirsele. La vera essenza, e la vera causa dell’esistenza delle organizzazioni mafiose è questa.

Mafia ed economia

Poi, è avvenuto qualche cosa di ancora più grave. Perché negli anni Settanta e Ottanta, la mafia si è impossessata del traffico delle sostanze stupefacenti. Badate bene, il traffico delle sostanze stupefacenti non l’ha inventato la mafia, è nato fuori dalla mafia. È stato gestito a lungo da organizzazioni non mafiose. In principio in Europa furono i cosiddetti marsigliesi che se ne occupavano, la mafia non si occupava di queste cose, era dedita a tutt’altro, a quelle cose di cui ho parlato prima. Sennonché, a un certo punto la mafia scoprì che, interessandosi di questo traffico i suoi profitti potevano essere enormemente moltiplicati e si impossessò, tra l’indifferenza generale, tra gli anni Settanta e gli Ottanta, del monopolio del traffico di sostanze stupefacenti.

E mentre prima era solo un’organizzazione parassitaria che si inseriva, nel modo che ho cercato di descrivervi, nella distribuzione delle risorse, cominciò addirittura a produrre queste risorse e a locupletarsi in maniera incredibile. E allora, è diventato davvero un grossissimo problema nazionale, perché altro è un’organizzazione che agisce illecitamente in un campo che però, economicamente, resta limitato, geograficamente resta limitato ad alcune regioni, altro è che questa organizzazione diventi potentissima perché ha una disponibilità di risorse così enormi che, talvolta, raggiungono quasi le disponibilità o le cifre di bilancio di piccoli o grossi Stati.

E diventando così enorme e dovendo gestire questi enormi capitali che cosa ha fatto? I capitali come si gestiscono? Si vanno a cercare dei mercati in cui poterli poi impiegare, delle attività che noi chiamiamo «paralecite», attività che nascono dall’illecito ma poi bisogna impiegare da qualche parte. E la mafia va a cercare naturalmente i mercati più ricchi, che non sono i mercati del Sud, ma sono i mercati del Nord, sono Milano, sono Torino, sono le zone al Centro, dove i capitali impiegati fruttano di più. Tuttavia, nell’impiegare questi capitali si è portata appresso quella carica di violenza e delinquenza con le quali questi capitali erano stati accumulati. Si è portata appresso quella tendenza monopolistica che hanno queste organizzazioni che non tendono tanto a fare il meglio per il proprio contraente, ma tendono decisamente a farlo fuori. In Sicilia c’è un proverbio che dice: «Il nemico è chi fa il tuo mestiere», perché in realtà la normale concorrenzialità di mercato là viene intesa anche culturalmente in questo senso. Cioè, nel momento in cui sono in concorrenza con taluno, mi riesce molto più facile o più semplice eliminarlo, eliminarlo non soltanto fisicamente. Ma per esempio pagando il mafioso che protegge me e non protegge lui, gli fa saltare la fabbrica…

Dico, questa enorme potenza economica che la mafia ha acquisito, che non aveva prima e che ha acquisito con il traffico di sostanze stupefacenti, che la porta, naturalmente, a riversare la sua attenzione su dove esistono i più grossi mercati, ha portato questa spinta notevole di espansione della mafia verso i centri più ricchi del mercato e cioè nel Nord Italia. Espansione che si era già verificata per altre ragioni, ma non così importanti come questa, che è la vera ragione. Spesso si è parlato contro il soggiorno obbligato, si è detto che mandando i mafiosi a svernare in soggiorno obbligato al Nord si è esportata la mafia. Badate, il soggiorno obbligato avrà fatto pure dei danni, ma anche se il soggiorno obbligato non ci fosse mai stato la mafia sarebbe comunque arrivata, sotto questa forma, per impiegare questi grossissimi capitali. Sarebbe arrivata comunque al Nord, perché è chiaro che quando si hanno questi grossi capitali non si sta, per farli fruttare, in un’area depressa come la Sicilia, la Calabria o la Campania, ma si va dove i capitali fruttano di più, cioè al Nord Italia, e dove appunto, assieme a questi capitali, arriva questo modus faciendi di violenza, arriva questa specie di distorto sistema di trattare gli affari economici che hanno i mafiosi.

La magistratura da sola non basta

Se queste sono le ragioni di fondo del pericolo e della persistenza dell’attività mafiosa, non illudiamoci che le azioni giudiziarie, per quanto penetranti, possano fare piazza pulita della mafia. Si potranno accertare l’esistenza di quello o di quell’altro mafioso, raggiungere le prove, condannarlo. Ma se non si incide a fondo sulle cause che generano la mafia e fanno persistere la sua pericolosità è chiaro che ce la ritroveremo davanti così come l’abbiamo. Abbiamo assistito al grande clamore che si è fatto attorno al maxiprocesso di Palermo. Finito il maxiprocesso, si è cominciato punto e daccapo. Ma è evidente. Perché quando un’azione è soltanto giudiziaria e repressiva, e così soltanto poteva essere quella della magistratura e della polizia, e non incide sulle cause di fondo del fenomeno, è chiaro che ce lo saremmo dovuti ritrovare davanti così come ce lo siamo ritrovati.

La verità è che c’è stata una delega inammissibile a magistrati e polizia di occuparsi essi soli della mafia. Però lo Stato non ha fatto sostanzialmente nulla, non ha fatto nulla per creare un’amministrazione della giustizia efficiente nel senso soprattutto civile, a cui il cittadino si potesse rivolgere quando doveva risolvere i suoi problemi. Noi sappiamo il grande sfascio della giustizia soprattutto civile in Italia. Non è possibile fare una causa e concluderla in tempi minori di dieci anni, o dodici anni. Non ha fatto nulla per dare alle pubbliche amministrazioni, soprattutto a quelle locali, mi riferisco al Meridione, ma ci sono grossi problemi del genere anche in tutte le altre parti d’Italia, un’immagine credibile. Il presidente della Regione siciliana poche settimane fa ha dichiarato pesantemente che le USL, cioè le unità di sanità locale siciliane, subiscono e non resistono a enormi pressioni mafiose, decisive, ha detto addirittura nella formazione degli esecutivi, cioè sostanzialmente che anche nella sanità si sono inseriti pesantemente i boss mafiosi, perché alle USL oggi affluisce un’enorme quantità di denaro per quella che dovrebbe essere la tutela delle condizioni di salute di tutti i cittadini, denaro che si disperde in mille rivoli generando una sanità allo sfascio.

La mancanza di credibilità dello Stato

Che cosa si è fatto per dare allo Stato, in queste regioni, e comunque dovunque in Italia, un’immagine credibile? Si è fatto ben poco, non ci si è posti questo problema. Sino a quando questo problema non verrà risolto, ed è un problema che interessa tutti e non interessa soltanto i siciliani, ci ritroveremo la mafia sempre più forte, sempre più preparata di prima. Perché sarà nata per ragioni storiche che in questo momento sarebbe troppo lungo e complicato scandagliare, ma c’è e prospera su questo. Prospera sulla mancanza di credibilità delle istituzioni statali. Questa mancanza di credibilità probabilmente c’è dovunque, più o meno accentuata. In Sicilia è soprattutto accentuata come mancanza di credibilità degli enti locali, quelli che stanno più a immediato diretto contatto con il cittadino. Con enti locali mi riferisco al sindaco, mi riferisco ai prefetti, cioè più che ai prefetti, al sindaco, mi riferisco all’ente sanitario locale, ai vari enti, alle varie aziende che agiscono in sede locale, che sono quelle che il cittadino vede, con cui interagisce.

C’è, questa mancanza di credibilità, in realtà c’è in gran parte anche nel resto d’Italia, e siccome la mafia, forte oggi della potenza economica enorme che ha per il traffico di sostanze stupefacenti, tende a operare in gran parte delle regioni italiane, ecco perché questo diventa un problema di tutti, e diventa un problema di tutti non gridando che il giudice deve arrestare più persone o la polizia deve presidiare più strade… perché la vera risoluzione sta nell’invocare, nel lavorare perché uno Stato diventi più credibile, perché noi ci possiamo identificare di più in queste istituzioni. Mi riferisco al mio inizio circa la cultura della legalità, perché solo questa è la via che col passare degli anni, visto che non si tratta di un fenomeno di facile o immediata risoluzione, ci porterà un giorno ad avere sì della criminalità (perché la criminalità si può contenere ma non far scomparire del tutto, è un dato storico ormai accertato), ma ci porterà a non avere più questa pericolosissima forma di criminalità in cui il pericolo, la cui caratteristica principale è proprio questa: nel confondersi e nello stravolgere il senso vero delle istituzioni statuali. Grazie.

Le domande degli studenti

Mafia e carcere

Il carcere diventa l’università del crimine, come mai questa cosa non viene fermata?

Intanto bisogna fare un po’ di chiarezza, perché sì, è vero che per il carcere, come dice la Costituzione: «La pena deve tendere alla riabilitazione del condannato», però prima dobbiamo metterci d’accordo su cos’è la pena.

Intanto, la pena serve soprattutto prima di essere applicata, non dopo. Quando viene applicata vuol dire che quella sanzione, o quella minaccia di cui ho parlato poco fa, ha fallito il suo scopo. Se la pena dell’ergastolo viene comminata a chi commette un omicidio, ha un senso nel momento in cui viene minacciata. Perché si spera che con quella minaccia l’omicidio non venga commesso. Nel momento in cui l’omicidio viene commesso lo stesso, la pena, sotto il profilo della prevenzione, che è quello più importante, si è rivelata inutile. E tuttavia deve essere applicata, perché altrimenti, in altre occasioni, evidentemente, se non venisse applicata è fallita come minaccia e non viene applicata più. Eh, no, bisogna applicarla perché una volta che è stata minacciata è una conseguenza necessaria l’applicazione della pena, ed è soprattutto perché altrimenti, sicuramente, nelle altre occasioni non funzionerà. Almeno si sa che, in quel momento non ha funzionato come minaccia però viene applicata e quindi si spera che la prossima volta, anche con riferimento ad altri, funzioni veramente. Questa è la vera funzione della pena. La pena ha una funzione soprattutto nel momento in cui viene minacciata, non nel momento in cui viene applicata.

La nostra Costituzione, tuttavia, ha imposto al legislatore di far sì che una volta che questa pena venga applicata, perché deve essere applicata, questa pena abbia questo carattere rieducativo, evidentemente un carattere rieducativo lo dovrebbe avere già di per sé la pena, comunque venga applicata, perché è chiaro che quella persona, avendo subito una pena, dovrebbe avere ulteriori remore a compiere un atto grave. Di fatto, però, avviene, soprattutto con riferimento a coloro che delinquono per la prima volta, che il contatto che il carcere provoca, naturalmente, con altri che hanno commesso dei delitti, faccia sì che si affinino, anzi, le capacità di delinquere di questa persona.

Qual è la ragione? La ragione è che l’amministrazione carceraria in Italia è tenuta in una situazione assolutamente precaria. Nel senso che lo Stato spende, per la giustizia, e quindi anche per l’amministrazione carceraria che rientra nell’amministrazione della giustizia, appena lo 0,8 o 0,6% del bilancio statale. Cioè, dedica ben poco, dedica molto meno di quanto non dedichi ad altre attività, cioè, una percentuale infinitesimale del bilancio. Lo Stato italiano non si è mai preso veramente carico dei problemi della giustizia. Il nostro, rispetto a quello di altri Paesi, è uno dei bilanci più miserevoli, con riferimento ai problemi della giustizia. Non voglio scandagliare le ragioni, dico però che è così.

È chiaro che quando si può spendere così poco le carceri debbono stare in queste condizioni precarie di affollamento e di poca possibilità, lì dentro, di fare scuola o di fare attività sportive, o di fare cultura, o di fare opera di rieducazione, di riabilitazione. È chiaro che le carceri diventano soltanto un posto dove si è privati della libertà e per di più si sta insieme ad altri delinquenti, e quindi non ci si redime affatto, ma si diventa più delinquenti. Ma non, sicuramente, per mal volontà dei direttori delle carceri o dei responsabili della sorveglianza.

Quando io vado a interrogare i detenuti nel carcere di Marsala debbo chiedere 4 sedie, siccome normalmente quando si interroga un detenuto si è almeno in 4 persone: ci vuole un giudice, un segretario, l’avvocato che difende l’imputato e l’imputato. Se ci vogliono 4 persone mi sembra che ci vogliano pure 4 sedie. Al carcere di Marsala, che è sede di tribunale, non ci sono 4 sedie disponibili. E la sedia va, deve essere presa in prestito, qualche sgabello in una cella di qualche detenuto. Il detenuto deve venire nella zona dell’interrogatorio con lo sgabello sotto al braccio. Questa storia dura da 3 anni, e tu mi parli di rieducazione dei carcerati? Ma bisognerebbe cominciare a rieducare gli sgabellieri… per potere fare almeno gli interrogatori in modo decente. Questa è la situazione. È una poca, anzi nulla attenzione dello Stato a questi problemi. Una poca o quasi nulla destinazione di risorse finanziarie a questi problemi.

La legge Rognoni-La Torre

Qual è stata l’importanza della legge Rognoni-La Torre? La legge Rognoni-La Torre fu emanata in un momento […] firmata con grosso ritardo rispetto al momento in cui bisognava emanare una legge del genere, ma è stata emanata in un momento di particolare emozione, nascente appunto da tutto quello che stava avvenendo a Palermo e dai delitti cosiddetti «eccellenti», tra i quali proprio quello di La Torre, perché la legge Rognoni-La Torre fu approvata dopo l’uccisione di colui che l’aveva proposta.

Questa legge, evidentemente, risentì parecchio della fretta con la quale fu discussa e approvata dal Parlamento, e si manifestarono tutta una serie di difficoltà operative che finirono, questa legge, per renderla addirittura invisa, del tutto o in parte, anche a coloro che non avevano nulla a che fare con le organizzazioni mafiose. Per esempio, il caso delle certificazioni antimafia: che erano intese a regolare in modi così burocratici ogni impresa che doveva accedere a una commessa pubblica, da costringerla a presentare tutta una serie di documentazioni che hanno rallentato enormemente la possibilità di operare contrattando con lo Stato di imprese che nulla avevano a che fare con le organizzazioni mafiose.

Ci sono state le modifiche delle misure al soggiorno obbligato, ci sono state le modifiche alla diffida, ci sono state modifiche o sono allo studio tuttora modifiche che riguardano, per esempio, la gestione dei patrimoni sequestrati. Perché è giusto che il patrimonio accumulato illecitamente sia sequestrato, ma questi patrimoni non è che siano soltanto brillanti, gioielli o beni i quali hanno un valore di per sé, si mettono in un cassetto e si possono tenere nella cassaforte. Spesso questi patrimoni si portano dietro coloro che ci lavorano. Per esempio, il sequestro di un’azienda comporta, o potrebbe comportare, la perdita di centinaia o decine di posti di lavoro. Perché la legge Rognoni-La Torre regolava il sequestro, e quindi addirittura la gestione dei beni sequestrati, secondo i criteri che si rifacevano grossomodo alla legge fallimentare.

Cioè, per esempio, il sequestrante o il curatore, il custode di questi beni (perché una volta sequestrati questi beni devono essere custoditi da qualcuno sin dal momento del sequestro, credo che venisse pagato 100 lire al giorno o qualcosa del genere), non aveva nessun interesse a continuare a far funzionare questa azienda. Quindi questi patrimoni, anche se sono state sequestrate delle cifre di miliardi – io non so molto, non ho molta familiarità con le cifre –, probabilmente non valgono nulla, perché la maggior parte delle imprese sequestrate sono imprese che a un certo punto si sono dovute chiudere, non sono andate avanti. Si sono persi dei posti di lavoro, si è persa ricchezza, si è persa la possibilità di far lavorare… ecco, le modifiche, sia in parte affrontate sia in parte in studio della legge Rognoni-La Torre, riguardano questo aspetto che nella legge era stato trascurato per l’emotività o per la fretta con cui venne approvata.

E poi, mi sembra di aver accennato, sono state già introdotte notevoli modifiche alle misure personali della diffida e del soggiorno obbligato che venivano contestate, venivano usate soprattutto in modo distorto, e hanno provocato delle reazioni, non sempre ingiustificate, sia nei criminali che si vedevano così talvolta eccessivamente penalizzati, con una misura che li metteva lontano dal luogo d’origine, soprattutto dalle loro famiglie, sia nelle popolazioni che dovevano sopportare questi soggiornanti considerati portatori di una pericolosa carica criminale.

Sul pool antimafia

Perché tante polemiche sul pool antimafia?

Questa polemica riguardante il pool antimafia non l’ho iniziata io, che non faccio più parte da tempo del pool antimafia, non faccio parte del pool antimafia dall’agosto del 1986.

Ho continuato a lavorare con questi colleghi, mi sono fatto carico di questi problemi quando ho avuto la sensazione che stava succedendo qualcosa che, dal mio punto di vista ovviamente, non potevo apprezzare. Ho rilasciato dapprima una dichiarazione a un convegno e quindi un’intervista ai giornali «Repubblica» e «l’Unità», ho detto che era in atto una smobilitazione del pool antimafia di Palermo.

Non che il pool antimafia sia la bacchetta magica per risolvere il problema della mafia, stiamo attenti. Non lo è, la bacchetta magica, ma era l’unico organo che facesse effettive investigazioni, e che le facesse con un metodo che aveva portato a notevoli risultati. Io lanciai un allarme dicendo: «Badate, poiché oggi non è che il pool antimafia risolve il problema della mafia, ma è l’unico che fa effettive investigazioni con metodi ormai affinati, non mettetelo nelle condizioni di non dover lavorare più». Vi fu, come tu sai, un’ampia polemica sui giornali per tutto il mese di agosto 1988, si risolse la vicenda a metà di settembre, con una decisione del CSM che riconosceva la validità di questo pool antimafia, che raccomandava di farlo lavorare così come aveva lavorato prima. Da quel momento sono successe altre cose. Sembra che ci siano ulteriori difficoltà.

Io non so, perché purtroppo non ho letto questo articolo, se il prof. Guidotto afferma qui chiaramente che questo sgambetto che sarebbe stato fatto al pool o a Falcone sia stato uno sgambetto intenzionale. Siccome sono magistrato e debbo parlare sempre con riferimento a prove, debbo dire che in realtà si è verificata una notevole difficoltà di funzionamento, e si continua a verificare una notevole difficoltà di funzionamento di questo pool antimafia. Non ho prove che vi sia un’intenzione o un disegno determinato per non farlo funzionare. C’è qualcuno che autorevolmente lo afferma.

Sui reati di mafia

Nel giudicare un reato commesso dalla delinquenza ordinaria o in un reato di mafia il giudice segue metodi diversi?

Il giudice non può, ovviamente, seguire metodi diversi nel giudicare un reato di mafia, o nel giudicare un reato commesso di giustizia ordinaria. Sono diversi, tuttavia, i metodi d’indagine. Sono diversi perché normalmente un reato commesso dalla delinquenza ordinaria è un reato che il giudice… è un reato che si è già esaurito nel tempo e il giudice deve, avvalendosi della polizia e delle tecniche investigative, ricostruire e poi ritenere quale sia, nel momento giudicante, la sanzione giusta da applicare.

Il reato di mafia, e soprattutto il reato di associazione mafiosa, è un reato che mentre il giudice sta indagando su di esso, e addirittura mentre il giudice sta giudicando, è un reato che si sta ancora compiendo. Non è un fatto storico esauritosi nel tempo, è qualcosa che ancora continua a produrre i suoi danni a causa del perdurare dell’operatività mentre il giudice sta giudicando. È chiaro che, mentre il giudizio deve sottostare sempre e soltanto alla legge, e quindi i criteri di giudizio sono identici, sono invece estremamente diversi i momenti di approccio investigativo a queste realtà completamente diverse quali sono i reati commessi dalla delinquenza ordinaria e i reati commessi dalla delinquenza mafiosa.

Inoltre, tieni presente che, normalmente, una delle forze su cui si basa la delinquenza mafiosa, o l’organizzazione mafiosa, è quella che noi definiamo, e che viene comunemente definita «omertà». Cioè vi è una legge fondamentale dell’organizzazione mafiosa che è quella del silenzio. Silenzio, cioè tanto per cominciare si comincia sempre a negare, e non si ammette mai non solo di far parte dell’organizzazione mafiosa ma non si ammette mai l’esistenza di questa organizzazione mafiosa, è una regola non scritta di Cosa Nostra, che noi abbiamo appreso con le dichiarazioni dei pentiti, secondo cui il mafioso giura, per la vita, di non ammettere mai che esista Cosa Nostra.

Questa omertà è un’omertà che è diventata un dato addirittura sub-culturale di tutte le larghe fasce della popolazione. Conseguentemente, le possibilità di apprendere da testi che è stato commesso questo o quel delitto di stampo mafioso sono minime. Ed essendo minime, il giudice deve ricorrere ad altri tipi di accertamento, e il giudice deve ricorrere a soppesare, a valorizzare al massimo quelle ombre che riesce a captare in questo mondo criminale che addirittura nega del tutto l’esistenza di se stesso, e che quindi non offre grossi approcci probatori al giudice.

Ecco perché si giudica, è chiaro, nello stesso modo se un delitto è mafioso o non è mafioso, ma le investigazioni, le tecniche di investigazione e di approccio a questi delitti cambiano enormemente e occorrono grosse specializzazioni quando ci si approccia a un delitto di un genere o ci si approccia a un delitto di un altro genere.

Sulla legalizzazione delle droghe

La legalizzazione degli stupefacenti può diventare uno strumento per combattere le mafie?

No, la legalizzazione degli stupefacenti non può rappresentare uno strumento per combattere la mafia, intanto perché, come mi sembra di aver chiarito, non bisogna stabilire un’equazione assoluta tra mafia e traffico di sostanze stupefacenti. La mafia esisteva ancor prima del traffico di sostanze stupefacenti e probabilmente, se per miracolo divino questo traffico scomparirà, la mafia continuerà a esistere ancora dopo. Perché l’essenza della mafia non è il traffico di sostanze stupefacenti. Pensate che i primi trafficanti di stupefacenti in Italia non furono i mafiosi. Furono i contrabbandieri di tabacchi esteri. Perché, avendo dei canali per importare i tabacchi, li utilizzarono per importare qualcosa che rendeva molto di più, ma prendeva molto meno spazio. Una nave poteva portare centinaia di casse di tabacchi lavorati esteri, portava facilmente un pacchetto di droga che valeva tanti miliardi in più di tutti quei tabacchi.

Poi, in un secondo tempo, la mafia, accortasi dell’importanza del business, cooptò, dentro di sé, questi contrabbandieri. I vari Michele Zaza, Nunzio Lamartina, Spadaro, citato dal professor Guidotto, non nascono come mafiosi, nascono come contrabbandieri di sigarette. Diventano mafiosi in un secondo momento, quando la mafia li coopta, addirittura forse li costringe, a entrare nell’organizzazione mafiosa per impossessarsi di questo traffico.

Oggi è vero che il business più importante della mafia è il traffico di sostanze stupefacenti, e qualcuno ha sostenuto: be’, se noi eliminiamo il traffico clandestino e legalizziamo il consumo di droga, abbiamo contemporaneamente levato dalle mani della mafia la possibilità di locupletare tutti questi guadagni illeciti ed essere così potente.

Tuttavia, forse non si riflette che una legalizzazione del consumo di droga non elimina affatto il mercato clandestino. Anzi, avviene che le categorie più deboli, meno protette, saranno le prime a essere investite dal mercato clandestino. Perché qualsiasi forma di legalizzazione io non riesco, per esempio, a immaginarla, la legalizzazione che consenta al minore di entrare in farmacia e andarsi a comprare la sua dose di eroina. Perché una legalizzazione del genere, tra l’altro, in Italia, alla luce dei nostri principi costituzionali, non è possibile. È chiaro quindi che ci sarebbe questa fascia dei minori che sarebbe immediatamente investita dal residuo traffico clandestino.

Resisterebbe poi un ulteriore traffico clandestino, che è quello delle droghe micidiali, sulle quali lo Stato, per la stessa ragione, non potrebbe mai liberalizzare. C’è questa nuova droga che si va diffondendo in America che è… rischia di uccidere anche alla prima assunzione, che si chiama crack, è chiaro che lo Stato, come non può liberalizzare il consumo di stricnina, non potrà legalizzare il commercio del crack.

E quindi si incrementeranno queste droghe proibite. E poi ci sarà un’ulteriore parte del mercato clandestino dovuto a tutti coloro che, per qualsiasi ragione, non vorranno ricorrere al mercato ufficiale. Per non essere schedati, per non essere individuati, per ragioni sociali, e quindi resterebbe una residua fetta di mercato clandestino che diventerebbe estremamente più pericoloso.

Perché diretto a coloro che per ragioni di età non possono entrare nel mercato ufficiale, quindi le categorie più deboli e più da proteggere. E verrebbe alimentato inoltre dalle droghe più micidiali, ovvero quelle che non potrebbero essere vendute in farmacie, non foss’altro perché i farmacisti, a buon diritto, si rifiuterebbero di venderle.

Conseguentemente mi sembra che sia da dilettanti di criminologia quello di pensare che liberalizzando il traffico di droga sparirebbe del tutto il traffico clandestino e si taglierebbero queste unghie dall’artiglio della mafia. Inoltre, come vi ho detto, ammesso che, per assurda ipotesi, questa liberalizzazione, che già produrrebbe danni enormi di altro genere, potesse levare dalle mani, dalle unghie della mafia, siccome la mafia non è, e non è soltanto, il traffico di sostanze stupefacenti, riconvertirebbe immediatamente la sua attività, e pesantemente, ad altri settori.

Prova ne sia che in realtà, oggi, noi stiamo vivendo un momento in cui non che sia diminuito il traffico di sostanze stupefacenti, ma ne sono diminuiti i proventi provenienti dal traffico. Perché oggi la mafia, che prima raffinava e poi vendeva, non raffina più. Non foss’altro perché i Paesi dell’Estremo Oriente hanno imparato perfettamente a raffinare e oggi l’eroina viene importata già raffinata e perfettamente raffinata da altri Paesi.

Da quel punto la mafia ci ha perso un grosso guadagno. Perché prima per ogni lira di morfina di base raffinata si ricavavano 100 lire di eroina […]. Oggi invece l’eroina magari si comprerà a 50 e si venderà a 100. Come vedete i guadagni sono estremamente diminuiti, e che cosa è avvenuto? È avvenuto che la mafia ha perso di potenza? Quando mai. Si è riversata pesantemente nel campo degli appalti, nel campo dell’edilizia. I morti. Quella teoria spaventosa di morti che è avvenuta quest’anno a Gela, Sicilia, città di 100.000 abitanti completamente in preda alle organizzazioni mafiose, anche sotto al profilo dell’ordine pubblico, non sono avvenuti per fatti di droga, sono avvenuti proprio perché lì la mafia si sta organizzando a spartirsi 1873 miliardi che arriveranno per sovvenzioni pubbliche e da parte di uno Stato così poco credibile; lo sapevano ormai tutti che se le divideranno le organizzazioni mafiose.

Sul perché è nato il Pool antimafia

Lei ha fatto parte del pool antimafia che è un organo formato da più giudici per risolvere l’omertà. Perché uno Stato che ci vuole garantire la giustizia vuole abolire quest’ordine?

Ma non è che lo Stato voglia abolire il pool antimafia. Intanto, lo Stato il pool antimafia non lo ha mai previsto. Perché il pool antimafia è nato nella completa assenza di previsione di un organo del genere. Il giudice istruttore, nella definizione legislativa, che peraltro risale all’epoca addirittura antecedente alla guerra, è addirittura un giudice che si chiama «monocratico», cioè che indaga e decide da solo. Quando ci si accorse, a Palermo, io coi miei colleghi […] che le dimensioni delle indagini erano tali, c’era un processo che pigliava tutta ’sta stanza, le pareti di tutta ’sta stanza, si trattava di qualcosa come… ora penso, che si sia abbondantemente superato il milione e mezzo di carte processuali, cioè quando ci si è accorti che una persona, da sola, non poteva dominare tutta questa materia processuale, perché [gli episodi] erano enormi, tantissimi, pensa che la sentenza istruttoria che ha concluso questo processo è formata da ben 8700 e rotti pagine, che per scriverne, una sola persona, evidentemente, già soltanto a copiarla da qualche altra parte deve essere stata una fatica immane.

Allora abbiamo sperimentato un sistema di lavorare assieme, e abbiamo sperimentato un sistema… è stata una sperimentazione estremamente difficile perché non prevista dalla legge. E comunque doveva essere fatto senza andare contro la legge. Cioè il giudice doveva restare un giudice monocratico, ma doveva avere la possibilità di lavorare assieme agli altri. Ed è stato qualcosa che non è che si è creato dall’oggi al domani. Ci sono voluti ben tre anni di tentativi e di sperimentazioni per riuscire a creare qualcosa che funzionasse come quello che oggi si chiama il pool antimafia.

Una legge per regolarizzarla non è stata mai fatta. A seguito di questa polemica di quest’estate, il CSM ha auspicato che venisse fatta una legge che regolasse l’attività del pool antimafia. Il ministro Vassalli, in un’intervista che rilasciò subito dopo la prima delle decisioni del CSM, ha detto che contava di intervenire con una legge che regolasse l’attività del pool antimafia. In realtà, questa legge, sino a questo momento, non è stata fatta.

Probabilmente una ragione, che non deve essere andata a ricercare in qualche disegno di non far lavorare il pool antimafia, c’è. Noi andiamo incontro a un profondo rivolgimento del nostro processo penale. A fine anno entrerà in vigore il nuovo codice di procedura penale che cambia totalmente quelli che sono i principi a cui si ispira il processo attuale, che era diventato per tanti versi ormai non gestibile. Probabilmente, questo nuovo codice di procedura penale prevede già qualcosa con riferimento al lavoro di pool, anche se lo prevede con riferimento alla collaborazione tra giudici che appartengono a diverse sedi giudiziarie.

So che è in preparazione un’aggiunta a questo nuovo codice che ancora deve entrare in vigore, che riguarda la collaborazione tra i giudici che fanno parte dello stesso ufficio, come nel pool di Palermo. Soltanto che questi giudici sostanzialmente saranno aboliti. Oltre alle indagini… col nuovo codice le indagini passeranno dall’istruttore al PM, non voglio entrare in tanti particolari che potrebbero essere non comprensibili a dei non tecnici. Però, è estremamente difficile fare una legge che riguardi, oggi, che riguardi i pool. Quindi, vi sono delle obiettive difficoltà. Purtroppo, in attesa di una regolamentazione legislativa, sembra che a Palermo le difficoltà di funzionamento del pool, che io denunciai a luglio, in parte continuino tuttora.

Mafia e politica

Cosa fa pensare che il potere politico sia in collaborazione con la mafia?

Non è che ci siano indizi che facciano pensare che il potere politico collabori con la mafia nel senso che noi giudici attribuiamo alla collaborazione, nel reato. Perché se questi indizi ci fossero è chiaro che ci sarebbe un numero estremamente alto di politici incriminati. In realtà, di caso almeno rilevante ce n’è stato uno soltanto. Ed è quello che riguarda l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Cioè lì non soltanto è stato accertato, non soltanto è stato chiesto rinvio a giudizio per questa questione, non soltanto è stato accertato che questo signore era vicino, aveva delle cointeressenze con delle associazioni mafiose, ma che addirittura era organico alla stessa mafia. Inserito, e quindi aveva commesso il reato di associazione mafiosa.

Dalle nostre inchieste, mi riferisco alle inchieste giudiziarie; perché i sociologi, i politici eccetera, traggono questi indizi non di realtà bensì indizi di certe situazioni sociopolitiche da una serie di altri elementi che però non riguardano il magistrato o la magistratura. Io mi riferisco agli indizi e penso che tu avessi chiesto gli indizi, quelli che il codice chiama tali.

Ora, io ti dico, sono emersi dalle nostre indagini tutta una serie di rapporti tra esponenti politici e organizzazioni mafiose che nella requisitoria del maxiprocesso vennero chiamati «contiguità». Cioè, delle situazioni di vicinanza o di comunanza di interessi che però non rendevano automaticamente il politico responsabile del delitto di associazione mafiosa. Perché non basta fare la stessa strada per essere una staffetta. La stessa strada si può fare perché in quel momento, almeno dal punto di vista strettamente giuridico, si trova conveniente fare convergere la propria attenzione sullo stesso interesse. Questo non ci ha consentito, dal punto di vista giudiziario, di formulare imputazioni su politici. Però stiamo attenti.

Vi è un accertamento rigoroso di carattere giudiziario che si esterna nella sentenza, nel provvedimento del giudice e poi, successivamente, nella condanna, che non risolve tutta la realtà, la complessa realtà sociale. Vi sono, oltre ai giudizi del giudice, esistono anche i giudizi politici. Cioè le conseguenze che da certi fatti accertati trae, o dovrebbe trarre, il mondo politico. Esistono anche i giudizi disciplinari. Un burocrate, un alto burocrate, per esempio dell’amministrazione, che ha commesso dei favoritismi, potrebbe non aver commesso automaticamente un reato, perché ne manca qualche elemento, ma potrebbe essere sottoposto a provvedimento disciplinare perché non ha agito nell’interesse della buona amministrazione.

Ora, l’equivoco su cui spesso si gioca è questo. Si dice: «Quel politico era vicino a un mafioso», «Quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti all’organizzazione mafiosa, però la magistratura non l’ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto». Eh, no. Questo discorso non va. Perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire: «Be’, ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi ma io non ho la certezza giudiziaria che mi consente di dire: “Quest’uomo è mafioso”».

Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri ordini, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, dovrebbero trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano reato ma rendono comunque un politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica.

Questi giudizi non sono stati tratti. Perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza. Si è detto: «Ah, questo tizio non è stato mai condannato, quindi è un uomo onesto». Ma dimmi un poco. Ma tu non la conosci gente che è disonesta ma non ci sono mai state le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe quantomeno indurre, soprattutto i partiti politici, a fare grossa pulizia? Non soltanto a essere onesti ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituiscono reato.

Sui pentiti

Fino a che punto possono essere utili i pentiti? Mah, i pentiti sono sempre utilissimi alla giustizia, perché in materia di organizzazione mafiosa hanno permesso qualche cosa che prima era ritenuto assolutamente impossibile, cioè di guardare dal di dentro questa organizzazione che era difficile anche guardare dal di fuori. I boss erano stati sempre circondati da un muro di omertà tale che era difficile raccogliere testimonianze sulle organizzazioni mafiose o sulle loro attività. A Palermo era naturale, anche nel periodo in cui c’erano duecento omicidi in un anno, era naturale che non vi fosse neanche una persona che aveva sentito gli spari, figurati se qualcuno poteva andare a chiedere se c’era un’organizzazione mafiosa che aveva organizzato quell’omicidio.

La mafia aveva un punto di forza in questa omertà, nel senso che uno dei complici di un delitto non temeva mai che l’altro complice lo andasse a denunciare, andasse mai un domani a raccontarlo. E questo era un momento di forza e di coesione fortissima per la mafia. Quando si cominciò a manifestare il fenomeno del «pentitismo», in un certo qual senso questa sicurezza finì. Cioè, c’era il pericolo che il mio complice di oggi domani diventasse pentito. Quindi la fiducia reciproca tra le organizzazioni e appartenenti alle organizzazioni mafiose continua a incrinarsi.

Probabilmente però è stato fatto un uso scriteriato dei pentiti, e mi riferisco soprattutto ad alcuni clamorosi processi avvenuti non però in Sicilia. È avvenuto che i pentiti sono stati considerati un po’ come la scorciatoia nell’acquisizione delle prove. Cioè a un certo punto, quando il pentito raccontava qualche cosa, alcuni giudici e alcuni poliziotti hanno creduto che il loro lavoro fosse finito. Bastava registrare quello che aveva detto il pentito e la prova era raggiunta. Con scarsi accertamenti, con scarsi riscontri, talvolta senza neanche cercare i riscontri. Tutto questo ha provocato una reazione di rigetto da parte di buona parte dell’opinione pubblica, e una forma di screditamento nei confronti di tutti i pentiti, anche quelli che in fallo non erano stati mai colti.

Tutti sappiamo il danno che è avvenuto con il cosiddetto processo Tortora. Ora io non entro nel merito, se il pentito aveva torto o ragione, ma sembra, e sembra accertato dalla Cassazione, che lì le dichiarazioni di questi pentiti che accusavano, non soltanto Tortora ma altri 800 camorristi, non erano state, così come dovevano essere, opportunamente approfondite e vagliate. Il pentito non deve essere una scorciatoia. Il pentito deve dare la chiave di lettura di certe cose, deve dare l’indirizzo e poi il giudice deve andarsi a cercare, a riscontrare quelli che sono appunto i riscontri obiettivi alla dichiarazione dei pentiti.

Se questo non fa, è pericoloso. Perché quando per esempio è avvenuto a Napoli che ci furono 800 arrestati della camorra e poi sostanzialmente sono stati tutti assolti, si è dato a questi la medaglia di essere quelli […] agli onesti si è data questa impressione, all’opinione pubblica, di gettare, con pochi elementi, degli onesti in galera. Ai disonesti, che l’hanno fatta comunque franca, assieme agli onesti, perché l’assoluzione generale ha finito per fare piazza pulita di tutti, il processo ha fatto il regalo di una medaglia: di essere quelli che erano riusciti a fare fessi i giudici, il che ha provocato evidentemente un loro maggiore peso all’interno dell’organizzazione criminale.

Sullo Stato

Si sente protetto dallo Stato? Ha fiducia nello Stato stesso? La risposta merita una precisazione. Spesso, una domanda del genere viene fatta per chiedere se sono scortato. Non so se tu ti volevi riferire a questo, perché questo ha poca importanza, onestamente. Anche perché, personalmente, per quanto io ritenga che nonostante queste scorte più o meno per otto anni di fila abbia dovuto sopportarle, io non ci credo granché, sull’effettiva possibilità di… lasciamo questo argomento che poi attiene a considerazioni personali dovute a tante situazioni una diversa dall’altra. Io non mi sento protetto dallo Stato perché quando (come dicevo poco fa) la lotta alla criminalità mafiosa viene sostanzialmente delegata soltanto alla magistratura e alle forze dell’ordine, perché si ritiene che sia un fatto esclusivamente di natura giudiziaria, mentre un fatto di natura esclusivamente giudiziaria non è, allora una situazione di pericolo si crea. Come dicevo prima, se non si incide sulle cause a monte, sulle cause di questo particolare fenomeno criminale, ce lo troveremo sempre davanti.

Dico, questa delega lasciata soprattutto a magistratura e forze dell’ordine, cosa ha provocato? Ha provocato una sovraesposizione di magistratura e forze dell’ordine. Cioè, nella mentalità del criminale è chiaro che, eliminato il magistrato che si occupa di mafia o il poliziotto che si occupa di mafia, ha eliminato l’unico nemico che aveva.

E naturalmente in questo il magistrato e l’appartenente alle forze dell’ordine si trovano estremamente sovraesposti e poco protetti. E non sono chiacchiere, perché se noi facciamo il conto di quanti magistrati e quanti poliziotti sono stati uccisi dall’80, ma anche prima, incominciamo nel 1970 con il primo delitto eccellente, il numero diventa incredibile. E vi assicuro che, personalmente, non saprei se fossero miei più che amici o collaboratori, più che collaboratori o erano quasi tutti miei amici, questi che sono stati uccisi, oggi diventa estremamente difficile per me ricordarmeli tutti.

È chiaro, non erano protetti loro e non è protetto nessuno che si occupa di queste organizzazioni mafiose. Poi la situazione è diventata ancora estremamente più grave con l’ultimo omicidio di un magistrato che è avvenuto in Sicilia, il giudice Saetta. Perché per la prima volta è stato ucciso un giudice che non è di quelli che fanno le indagini sulla mafia, ma di quelli che appartenevano al dibattimento, cioè che dovevano giudicare le indagini fatte dagli altri. E questo ha portato un allarme generalizzato, perché non si è sentito più sicuro nessuno. È stata una forma di intimidazione che riguardava non soltanto i giudici che si occupano di mafia, ma anche quelli che un giorno potrebbero essere chiamati a far parte di un dibattimento che deve giudicare, che sono moltissimi, che deve giudicare un fatto di mafia.

Questa sovraesposizione è sicuramente intollerabile. Perché c’è chi reagisce, che nonostante questa sovraesposizione debba continuare a operare come operava prima. Ma c’è, ovviamente, chi può trovare estreme remore nel proprio lavoro, da una situazione o sensazione di pericolo in cui si può trovare. Nonostante, debba dire, che almeno in Sicilia, ma credo che sia così anche in tutte le altre parti d’Italia, non è mai avvenuto che per l’uccisione di un giudice o di un poliziotto si siano fermate o si siano bloccate le indagini, perché se n’è trovato sempre un altro che prendeva il loro posto. Ciononostante, proviamo a immaginarci cosa sarebbero oggi, come sarebbe l’efficienza delle forze di polizia e della magistratura in Sicilia se fossero ancora in vita il procuratore Gaetano Costa, proviamo a immaginarci cosa ha significato azzerare questa massa enorme di esperienze, di capacità investigative, di volontà, di lavoro e di incisione sul problema. Se noi proviamo a immaginare questo dobbiamo trarre, purtroppo, la negativa conseguenza che la mafia in questi casi ha colto ben nel segno.

Le indagini antimafia

Quali sono le difficoltà del pool antimafia nella raccolta delle prove?

Mah, intanto lo stesso numero e la stessa complessità dei fenomeni criminali. Si pensa che il processo… il primo maxiprocesso di Palermo riguardava ben 125 omicidi e 800 imputati. Già l’enorme massa di lavoro, oltre a un numero infinito di reati minori che arrivavano a 470-480. Cioè, bisognava indagare, prendere le decisioni, inserirle in un sistema sclerotico con un numero tanto enorme che già era estremamente difficile dedicare il tempo occorrente, un minimo tempo occorrente di studio delle carte processuali a ognuno di essi. Questa è stata un’estrema difficoltà.

C’è stata un’estrema difficoltà di mezzi. Quando venne fatto un mandato di cattura contro 325 persone subito dopo le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, presso un ufficio del pool antimafia non esisteva neanche una fotocopiatrice. Fu montata, mi ricordo, quella notte perché si dovesse fare il mandato di cattura con dieci giorni di anticipo perché vi era stata una fuga di notizie, un settimanale minacciava di uscire l’indomani con uno scoop con tutte le dichiarazioni di Buscetta. Allora l’abbiamo bruciato sul tempo e quello che dovevamo fare in dieci giorni lo abbiamo fatto in una notte. Tutta una serie di difficoltà operative, eccetera.

Poi ci sono le difficoltà che in seguito ci fecero lo sgambetto. Cioè, all’inizio posso dire ci fu una certa… coloro che cominciarono a interessarsi di questi problemi non è che raccolsero una grande solidarietà all’interno del Palazzo di Giustizia, perché si riteneva che fossero dei fanatici o delle persone che si dovevano interessare di una cosa che «tanto andrà sempre così, è inutile che ci mettete mano». Poi, questa indifferenza… si parla del procuratore generale che avrebbe chiamato il giudice Chinnici e gli avrebbe detto: «Guarda, riempi il collega Falcone di piccoli processi di rapina così finisce di rompere le scatole e di occuparsi di problemi di mafia».

È scritto nel diario [di Chinnici] che non so chi ce l’abbia… quindi nonostante queste grandi difficoltà di incomprensione nello stesso Palazzo… che poi a un certo punto cessarono, però poi probabilmente sono riemerse, per una certa forma di stanchezza, perché il potenziamento degli uffici del pool non è che sia stato fatto perché a un certo punto sono calati dal cielo tutti i segretari che servivano, tutte le macchine da scrivere che servivano, tutte le fotocopiatrici, i telefoni eccetera.

Ma perché sono state tolte ad altri settori della giustizia, i quali si sono lamentati perché potevano funzionare poco. Ecco. È tutto… il pool riuscì a ritagliarsi, per un certo tempo, a operare per tutto uno spazio di attività e di possibilità operative, ma non creando nuove strutture, utilizzando e cercando di succhiare residui o vecchie rimanenze di strutture vicine, ponendo tuttavia in crisi quelle strutture vicine.


A Palermo c’è stato un periodo in cui non si riusciva a trovare giudici o segretari che si occupassero delle vicende civili. Perché tutte le energie erano dirottate verso il penale. Questo provocò a un certo punto una forma di stanchezza da parte dell’apparato giudiziario che forse sta alla base delle ultime difficoltà del pool. C’è stata una reazione, hanno detto: «Forse qualcuno ha pensato bene di giocare, ma il gioco è finito».

Mafia e terrorismo

Si può parlare di legami tra mafia e terrorismo?

Vi è un procedimento a Firenze che riguarda un attentato a un treno, non ricordo precisamente, in cui ci sarebbero elementi della camorra, elementi del terrorismo ed elementi mafiosi. Però io non conosco questo processo. Vi è stato un episodio narrato da Buscetta, e sotto certi aspetti confermato da Liggio, relativo a certi aiuti che cercò il principe Borghese nelle organizzazioni mafiose per ideare quel golpe che sarebbe dovuto avvenire intorno al ’70 mi sembra. Vi è stato qualche contatto, a giudicare da taluni atti processuali che noi abbiamo raccolti tra la mafia e il terrorismo nero in occasione del delitto Mattarella, ma ancora non vi è nulla di chiaro o di accertato. Vi è stata un’assenza totale di delitti di terrorismo sia nero che bianco che rosso, in Sicilia.

È una regione che è rimasta pressoché assolutamente immune ai problemi del terrorismo che travagliarono il resto d’Italia dagli anni Settanta e che non sembrano del tutto ancora spenti. E questo lascerebbe pensare a una sorta quantomeno di accordo negativo, cioè «io qua e tu là» o qualcosa del genere. Ma compenetrazioni organiche tra mafia e terrorismo rosso, per esempio, non sono mai venute alla luce. Qualcosa, con riferimento al terrorismo nero, ma ancora tutta da accertare, e comunque solo, sembra, con riferimento a un delitto, l’omicidio Mattarella, che è un delitto mafioso ma che molti, a buona ragione, definiscono anche delitto politico.