Paolo Bongiorno

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Paolo Bongiorno (Cattolica Eraclea, 30 luglio 1922 – Lucca Sicula, 27 settembre 1960) è stato un bracciante agricolo, sindacalista e politico italiano assassinato dalla mafia.

Biografia

Dopo l'iscrizione al Partito Comunista nel 1946 e una discreta esperienza politica nello stesso, ricevette l'incarico di segretario della Camera del Lavoro di Lucca Sicula ove iniziò ad interessarsi dei problemi dei contadini. Durante la campagna elettorale per le regionali del 1956 tenne apprezzabili comizi dove esponeva senza timore le sue idee rivoluzionarie: reclamava più diritti sociali, un salario più alto, condizioni e orari di lavoro più dignitosi. Per il suo rilevante impegno, fu candidato per il PCI alle elezioni amministrative per il Consiglio Comunale del 1960 che si sarebbero svolte il successivo 6 novembre, ma non farà in tempo ad essere eletto. Tutto il partito puntava sulla sua figura per ottenere la guida della città di Lucca Sicula e affidare a Paolo Bongiorno la carica di sindaco al fine di intraprendere una serie di evoluzioni etico-sociali.

L'omicidio

Fu assassinato la sera del 27 settembre 1960, a Lucca Sicula (AG) alle 22:30, mentre tornava a casa. Era in compagnia di suo nipote quando da dietro un muretto fu raggiunto da diversi colpi di lupara alla schiena. Dopo un urlo straziante cadde a terra e agonizzante spirò poco dopo tra le braccia della moglie, incinta del suo sesto figlio. Nella tasca dei pantaloni fu trovata una lettera da lui firmata, intestata alla CGIL, con cui stava riunendo i lavoratori per lo sciopero generale del primo ottobre, mentre nella tasca della giacca furono rinvenuti dei bollettini per la raccolta fondi destinati al giornale de L'Unità; era stato, infatti, da poco nominato presidente della commissione adibita alla raccolta fondi per il giornale del partito.

Le indagini e i processi

Sull'omicidio Bongiorno vi furono numerosi depistaggi e non furono individuati né i mandanti, né gli esecutori materiali. I dirigenti sindacali e politici assassinati dalla mafia erano stati sistematicamente indicati dalle autorità come personaggi "rissosi" o "violenti" oppure veniva fatto credere che il movente dei delitti fosse legato a questione d’onore o sentimentali. Altro espediente spesso utilizzato per offuscare l’origine politica dei delitti di mafia era quello di sostenere nel corso delle indagini che a commettere i delitti fossero stati o i compagni di partito con i quali si era in contrasto o i parenti delle vittime stesse.