Strage di Gela

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«Quel che accade a Gela, nel Sud della Sicilia, è quanto mai istruttivo: quarantacinque morti in pochi mesi, sono quasi sicuramente segno che la presenza di Cosa Nostra in quel centro non è ancora del tutto consolidata. Quando cesserà la mattanza, questo significherà che Cosa Nostra è riuscita a sopraffare le organizzazioni marginali ed è la sola a controllare le fonti di reddito, gli appalti, gli aiuti comunitari, i traffici locali. Finché si uccide, è segno che la situazione è instabile. E gli individui vulnerabili». (Giovanni Falcone)[1]

strage di gela

La Strage di Gela, detta anche "strage della sala giochi", è stato un attentato mafioso avvenuto nell'omonima cittadina martedì 27 novembre 1990, quando tra le 19:00 e le 19:18 vennero eseguiti quattro agguati in simultanea.

La strage si inseriva nel regolamento di conti tra stiddari e mafiosi di Cosa Nostra, guidati dal boss Giuseppe Madonia[2]. La strage causò la morte di 8 persone e il ferimento di altre 7. Fu il più efferato e violento episodio della Faida di Gela, combattuta tra la Stidda e Cosa Nostra tra il 23 dicembre 1987 e i primi mesi del 1991, che causò 120 morti. Una guerra feroce con sparatorie nelle strade, piazze e nei negozi. Un conflitto che si spinse fino al Nord Italia: in Lombardia furono infatti assassinati alcuni gelesi, oltre ad alcuni soggetti contigui al clan che avevano fornito appoggi durante la guerra di mafia[3].

Antefatti

La mattanza ebbe inizio l'anti-vigilia di Natale del 1987, quando vennero uccisi i due boss Salvatore Lauretta e Orazio Coccomini. La causa scatenante fu la lotta per il controllo del territorio, degli appalti, nonché delle estorsioni e del traffico di droga[4]. La presenza della diga del Desueri aveva moltiplicato gli affari, mentre la storica rivalità tra le famiglie legate da Madonia e i fuoriuscenti pastori aveva fatto il resto[5].

La guerra tra le due fazioni si trascinò così per ventitré mesi, con una tragica sequenza di attentati e omicidi, tra cui la morte il 29 novembre del 1989, di altri due fratelli incensurati, Salvatore e Giovanni Fumà, di 24 e 22 anni, feriti gravemente a colpi di lupara e finiti a colpi di pistola.

La sera del 27 novembre 1990 la Stidda decise quindi di organizzare un vero e proprio attacco militare contro diversi esponenti di Cosa Nostra, convinta di poter così affermare la propria supremazia in città. Quattro commando diversi partirono dal covo di Settefarine e da un casolare di campagna di Acate.

Gli agguati

L'agguato alla sala giochi Las Vegas

Alle 19:00 in punto il primo gruppo formato da quattro sicari entrò in azione nella sala giochi Las Vegas di Corso Vittorio Emanuele, affollata di ragazzini[6]: arrivarono a bordo di una moto Enduro armati di fucili e pistole; uno di loro estrasse dal suo impermeabile un fucile da caccia e cominciò a sparare all’impazzata per spaventare i passanti. In quel preciso momento all’interno della sala si trovavano almeno dieci ragazzini. Un ragazzo armato di fucile sbarrò la porta, mentre gli altri salirono sui tavoli da biliardo cominciando a fare fuoco.

"Quando ho sentito gli spari ho chiesto a tutti di fermarsi […] tutti abbassarono la saracinesca […] e uscendo ho visto uno uscire con due pistole. […] Quando io entro (nella sala giochi), ragazzi buttati a terra, sangue e chiamavo mio figlio, ma non era lì. Sono ricordi brutti, bruttissimi."

Furono queste le parole pronunciate da Crocifisso Cauchi, testimone presente quella sera stessa nel tabaccaio situato a fianco della sala giochi[7].

Emanuele Trainito, 24 anni, finì con la schiena su un flipper. Il secondo ad essere ucciso fu Salvatore Di Dio, di soli 18 anni. Il terzo, Giuseppe Areddia, che di anni ne aveva 17, tentò invano di fuggire, ma venne colpito alle spalle. Tutti e tre facevano parte di una banda di giovani estorsori al soldo di Madonia. I ragazzi feriti furono sei in totale, alcuni dei quali in gravissime condizioni. Il più giovane non aveva nemmeno 16 anni[8].

L'agguato in via Tevere

Un altro agguato si consumò in via Tevere, contro il negozio di ortofrutta dei fratelli Giovanni e Aurelio Domicoli, legati anche loro ai Madonia. Giovanni venne ucciso, mentre Aurelio, pur colpito da due proiettili, riuscì a salvarsi nascondendosi dietro un bancone di ferro. Le circa cinquanta pallottole scaricate contro i due fratelli non lasciarono scampo anche a due cognati, privi di qualsiasi legame con la criminalità organizzata, che si trovavano lì per caso: Nicola Scerra, di 36 anni, e Serafino Incardona, di anni 33.

L'agguato all'abitazione dei Trubia

Qualche minuto più tardi, alle 19:15, una moto Enduro raggiunse l'abitazione dei fratelli Nunzio e Giuseppe Trubia, uccidendo sul colpo con tre colpi di pistola al cuore il cognato del primo, Luigi Blanco, giostraio incensurato[9].

L'agguato in Via Venezia

Solo trecento metri più a est, in via Venezia, un quarto gruppo di stiddari mise a segno l’ultimo degli agguati. Alle 19:18 Francesco Rinzivillo venne ucciso di fronte alla macelleria in cui lavorava[10]. Rinzivillo era un commerciante di carni di 45 anni, nonché boss già noto alle forze dell’ordine per via dei suoi legami con Giuseppe Madonia.

Il posto di blocco forzato

Verso le 22:00, alle porte di Comiso, sulla strada statale di collegamento con Gela, una Fiat Uno con tre persone all’interno, e una motocicletta con a bordo altri due uomini, forzarono uno dei posti di blocco istituiti dai carabinieri dopo le stragi. Dalla vettura partirono diversi colpi che ferirono un carabiniere. Gli uomini riuscirono a far perdere le loro tracce. La moto venne ritrovata poco dopo abbandonata. Secondo gli investigatori a bordo dei veicoli si trovavano i killer che poco prima avevano commesso le stragi[11].

Reazioni

La strage di Gela ebbe una grande risonanza mediatica sia a livello nazionale, sia a livello internazionale, finendo addirittura sul noto quotidiano francese “Le Monde”, che definì la città con il soprannome di “Mafiaville[12]. Lo stato italiano di tutta risposta reagì inviando l’Alto commissario antimafia Domenico Sica, con il compito di coordinare le forze dell’ordine.

Venne inoltre sancita l’istituzione del Tribunale di Gela, che venne inaugurato nel 1991 dall'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che portò in omaggio alla città il progetto di un palasport, rivolgendo un toccante appello ai giovani magistrati che prendevano servizio[13].

Fino ad allora la città di Gela sembrava dimenticata, vivendo in uno stato di caos, senza regole, con bande criminali che potevano comandare indisturbate[14]; l’associazione antiracket aveva fallito e la gente aveva paura, trincerandosi dietro l’omertà più assoluta. Fu solo in seguito a questi avvenimenti che Gela cominciò ad avere la giusta attenzione da parte dello Stato.

Le indagini

Cinque giorni dopo la strage, grazie a una soffiata, gli uomini della squadra mobile di Caltanissetta, capitanati dal commissario Carmelo Casabona, scoprirono il covo di Settefarine, da cui erano partiti i sicari e in cui successivamente gli stessi avevano festeggiato la buona riuscita degli agguati. In questa circostanza venne arrestato uno dei responsabili, Carmelo Ivano Rapisarda, detto “Ivano Pistola”, che successivamente venne condannato all’ergastolo[15].

Nei giorni seguenti vennero arrestati anche altri pregiudicati della città di Gela e di Vittoria con l’accusa di essere i killer: Carmelo Dominante, i fratelli Claudio e Bruno Carbonaro, Francesco Di Dio, Salvatore Casano ed Emanuele Antonuccio[16].

L'anno successivo, nel 1992, la prima sezione della Cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annullò l’ordine d’arresto per i fratelli Carbonaro[17].

Nello stesso momento, Gaetano e Marco Iannì, padre e figlio, ex capi della Stidda di Gela, si autoaccusarono, rivelando anche i nomi degli altri responsabili della strage[18]. Secondo quanto emerse, la strage venne organizzata da una coalizione eterogenea, formata dai membri delle principali famiglie stiddare della città, coadiuvati dai Russo di Niscemi, dai Carbonaro di Vittoria e dai Sanfilippo di Mazzarino[19]. All’ergastolo, insieme a Rapisarda, furono condannati anche Francesco Di Dio e Emanuele Antonuccio.

Il risultato della pronta azione dello stato portò nei primi mesi del 1991 alla stipulazione di una pax mafiosa tra Cosa Nostra e gli stiddari. La fine della faida generò una collaborazione nei principali settori criminali, con la divisione dei proventi in parti uguali[20].

Il ricordo della strage

Ad oggi dell’accaduto rimane impressa nelle menti degli abitanti solamente la data del 27 novembre 1990, e nient’altro. Degli studenti e dei cittadini che all’epoca dei fatti aderirono in massa (circa trentamila persone, più altri settemila lavoratori del petrolchimico) alla mobilitazione indetta da CISL, CIGL e UIL sotto lo slogan “Gela non si ferma”, rimane solo il ricordo, perché quanto accaduto è scivolato nell’oblio[21].

Le istituzioni e la città stessa hanno preferito dimenticare totalmente quanto di doloroso accaduto in quegli anni, che è valso a Gela la nomea di “capitale della mafia” e “città dei baby killer”. Sono state così dimenticate sia la strage del 27 novembre, sia gli anni terribili e sanguinosi che l’hanno preceduta[22].

Note

  1. Cose di Cosa Nostra, Rizzoli, p. 48
  2. Attilio Bolzoni, Diciotto minuti per un massacro, la Repubblica, 29 novembre 1990
  3. Citato in Giuseppe D’Onchia, Il 23 dicembre del 1987 scoppiava la faida di Gela, il racconto di un ex carabiniere, Quotidiano di Gela, 23 dicembre 2019
  4. Citato in Fabrizio Parisi, Trent’anni fa la strage di Gela, cosa è rimasto di quella mattanza, Quotidiano di Gela, 27 novembre 2020
  5. Citato in Giuseppe D’Onchia, Il 23 dicembre del 1987 scoppiava la faida di Gela, il racconto di un ex carabiniere, Quotidiano di Gela, 23 dicembre 2019
  6. Citato in Redazione ANSA, Mafia: trent’anni fa la strage di Gela con 8 morti e 7 feriti, Palermo, 26 novembre 2020
  7. Citato in Fabrizio Parisi, Gela il giorno più buio, 30 anni dalla strage, Quotidiano di Gela, telegela 647
  8. Citato in Attilio Bolzoni, Diciotto minuti per un massacro, la Repubblica, 29 novembre 1990
  9. Citato in Fabrizio Parisi, Trent’anni fa la strage di Gela, cos’è rimasto di quella mattanza, 27 novembre 2020
  10. Citato in Umberto Rosso, Battaglia di mafia a Gela è strage, la Repubblica, 28 novembre 1990
  11. Citato in Umberto Rosso, Battaglia di mafia a Gela è strage, la Repubblica, 28 novembre 1990
  12. Citato in Le Monde fr, 3 giugno 1989, Portrait d’une ville sicilienne sous controle. Nuit tranquille a “Mafiaville”
  13. Citato in Adnkronos, Cossiga a Gela, 01 Gennaio 1991
  14. Citato in Fabrizio Parisi, Trent’anni fa la strage di Gela, cosa è rimasto di quella mattanza, Quotidiano di Gela, 27 novembre 2020
  15. Citato in Fabrizio Parisi, Trent’anni fa la strage di Gela, cosa è rimasto di quella mattanza, Quotidiano di Gela, 27 novembre 2020
  16. Citato in Umberto Rosso, Arrestato il quarto killer della strage di Gela, la Repubblica, 08 febbraio 1991
  17. Citato in Carnevale annulla gli arresti di Gela, la Repubblica, 18 febbraio 1992
  18. Citato in Adnkronos, Mafia: strage di Gela, Iannì accusa e si autoaccusa, 17 febbraio 1993
  19. Citato in Killer a 15 anni, ordini di papà, la Repubblica 22 febbraio 1995
  20. Citato in On. Luciano Violante, Relazione sulla visita effettuata a Gela dalla Commissione Parlamentare sul fenomeno della mafia in data 13/11/1992
  21. Citato in Fabrizio Parisi, Trent’anni fa la strage di Gela, cosa è rimasto di quella mattanza, Quotidiano di Gela, 27 novembre 2020
  22. Citato in Fabrizio Parisi, Trent’anni fa la strage di Gela, cosa è rimasto di quella mattanza, Quotidiano di Gela, 27 novembre 2020

Bibliografia

  • Adnkronos, Archivio Storico.
  • ANSA, Archivio Storico.
  • Falcone, Giovanni con Marcelle Padovani (2017). Cose di Cosa Nostra, Milano: Rizzoli.
  • Le Monde, Archivio Storico.
  • Quotidiano di Gela, Archivio Storico.
  • Violante, Luciano (1992, 13 novembre). Relazione sulla visita effettuata a Gela dalla Commissione Parlamentare sul fenomeno della mafia.