Emanuela Sansone

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Emanuela Sansone (Palermo, 1879 - Palermo, 27 dicembre 1896 è stata una giovane palermitana uccisa dalla mafia.

Biografia

Emanuela era la primogenita di Salvatore Sansone e di Giuseppina Di Sano (riportata erroneamente nelle cronache dell'epoca come Basano), proprietari di una bottega di generi alimentari a Palermo, in via Sampolo 20, nella zona Giardino Inglese. Aveva due fratelli, Salvatore e Giuseppe. Tra i clienti della bottega vi era anche il Comandante della vicina Casera dei Carabinieri, assiduo frequentatore, cosa che non era ben vista nel quartiere.

Il possibile movente dell'omicidio

Un giorno il proprietario di una conceria cittadina aveva mandato i figli ad acquistare merci nella bottega, ma volevano pagare con soldi falsi. La madre di Emanuela li mandò via e il marito si recò dal padre dei ragazzi per sistemare la questione, che si risolse con un pagamento parziale della merce e molte proteste da parte del padrone della conceria. Dopo quell'episodio il clima si fece rovente nei confronti della famiglia Sansone: le donne del quartiere smisero di entrare a far compere lì e i membri della famiglia venivano evitato per strada.

La mattina del 27 dicembre due uomini entrarono nella bottega, formalmente per fare acquisti, in realtà, come raccontò Giuseppina al questore Sangiorgi, andarono a controllare l'altezza di un foro praticato nel muro di un limoneto proprio di fronte al negozio, per verificarne la linea di tiro. Difatti, la sera, attorno alle 20:00, da quel foro partirono i proiettili che ferirono Giuseppina alla spalla e a un fianco e uccisero Emanuela.

Indagini e Processi

Il “Giornale di Sicilia”, nell'edizione del 29 dicembre, avanzò due ipotesi sulle possibili cause della sparatoria: un delitto passionale, scatenato dall'ira di un pretendente alla mano di Emanuela, rifiutato dalla madre perché privo di una posizione lavorativa stabile; uno scambio di persona, ipotizzando che il bersaglio fosse il padre che si trovava in fondo alla bottega a giocare a carte con un amico. L'articolo si chiudeva con una breve descrizione della vittima, definita come “ragazza avvenentissima, un bel tipo di biondina, dagli occhi cerulei, piena di salute”.

Dal rapporto Sangiorgi emerse invece una terza e più probabile verità: la sentenza di morte era stata in realtà emessa contro Giuseppa Di Sano in quanto sospettata, peraltro a torto, di aver denunciato alcuni mafiosi per la fabbricazione di banconote false.

La morte di Emanuela spinse la madre ad una scelta certamente coraggiosa: incurante delle continue e pressanti intimidazioni, divenne una preziosissima testimone nel processo che il Questore Sangiorgi riuscì ad avviare nel maggio del 1901 contro 51 imputati per crimini mafiosi.

Dalle dichiarazioni della donna emerse l'amarezza per l'isolamento subito dopo la decisione di denunciare gli assassini della figlia: «mi sono veduta da allora mal vista e sfuggita da tutti ed alla piaga insanabile che mi produsse nel cuore la disgraziata morte della diciottenne mia figliola, si aggiunse ora il danno economico prodottomi dalle persecuzioni della mafia, che non mi perdona una colpa che io mai commisi».

Gli esiti del processo furono piuttosto deludenti, sia per le numerose ritrattazioni e del generale clima di omertà, sia perché le pene inflitte agli imputati furono inferiori al massimo previsto dal Codice. Inoltre, 19 dei 51 imputati furono assolti grazie alle testimonianze di parlamentari, nobili e professionisti della città.


Bibliografia

  • Umberto Santino, La mafia dimenticata, Milano, Melampo editore, 2017