Matteo Vinci

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Matteo Vinci (Limbadi, 1976 - Cervolaro, 9 aprile 2018) è stato un biologo ucciso dalla 'ndrangheta con un'autobomba.

Matteo Vinci


Biografia

Figlio di Rosalba Scaramuzza, la madre, non potendolo crescere, lo affidò ai parenti più prossimi, Sara Scarpulla e Francesco Vinci.

Ex militare ed ex rappresentante di medicinali, candidato alle elezioni comunali di Limbadi, la sua famiglia era in lite con la potente 'ndrina dei Mancuso per dei terreni che non volevano cedere. Le tensioni erano arrivate al punto che nel novembre 2017 la lite fra il padre e i vicini di terreni degenerò con il ferimento del padre con un'arma da taglio, con conseguente rissa che fece finire in carcere sia Vinci che Sara Mancuso, poi rilasciati ma finiti sotto i riflettori della procura antimafia.

L'autobomba di Limbadi

La sera del 9 aprile 2018 Matteo stava rientrando col padre dopo una giornata di lavori nei propri terreni in campagna. Dopo appena 80 metri, un'esplosione fratturò le gambe a Matteo, impedendogli di lasciare l'abitacolo, e ferì gravemente il padre Francesco, sbalzato fuori dall'abitacolo. In pochi minuti l'auto fu completamente avvolta dalle fiamme e Matteo morì carbonizzato.

I Funerali

I funerali vennero celebrati solo il 14 luglio successivo, nei locali della scuola media di Limbadi, con rito civile. Parteciparono centinaia di concittadini, Libera, le Agende Rosse, ma non le autorità civili invitate dai genitori.

Indagini

Il 25 giugno 2018 la Procura di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, spiccò sei arresti, eseguiti nella notte dai Carabinieri di Vibo Valentia e del ROS, portando in carcere Rosaria Mancuso e il genero Vito Barbara, considerati gli ideatori dell’attentato, Rosina e Lucia Di Grillo, figlie di Rosaria Mancuso, il marito della donna, Domenico Di Grillo, e il fratello, Salvatore Mancuso.

Tutti quanti sono accusati a vario titolo non solo di aver coperto il piano omicida messo a punto dalla matriarca Rosaria, con la collaborazione del genero, ma anche di aver partecipato alla lunga serie di aggressioni e intimidazioni subite dalla famiglia Vinci per costringerla a cedere i suoi terreni, nonché di illecita detenzione di armi clandestine, inclusa una Colt.

Stando alle parole del Procuratore Gratteri, “Ci troviamo dinanzi all’esternazione di un potere mafioso sul territorio, non è una semplice lite fra vicini. Quel terreno doveva essere dei Mancuso, con le buone o con le cattive”. Per anni Francesco Vinci, la moglie Rosaria Scarpulla e il figlio Matteo, erano stati minacciati e più volte aggrediti. Ma alle pretese dei Mancuso non cedettero mai, per questo, stando alla ricostruzione degli inquirenti, la matriarca del clan decise di infliggere loro una “punizione” esemplare. “Un’autobomba non è un modo comune di uccidere le persone. Era un messaggio che hanno voluto inviare a tutta la comunità, a tutti quelli che stanno a contatto con il contesto di Limbadi per costringerli ad abbassare la testa”.

A incastrare la matriarca Rosaria Mancuso e i suoi familiari, sono state le intercettazioni telefoniche e ambientali che hanno confermato i sospetti degli investigatori sul quadro in cui è maturato l’omicidio e hanno svelato la diretta responsabilità della matriarca e del genero, Vito Barbara. Ascoltati dalle cimici, i due commentano le indagini in corso.

Processo

Al Processo di 1° grado Regione Calabria e Comune di Limbadi non furono ammessi come parte civile, perché presentarono tardi la richiesta. L'avvocato della famiglia commentò: "Desideravamo fare un fronte unico con le istituzioni e le associazioni, come Libera, che è del tutto assente, ma la colpa di quanto accaduto non è nè della Corte, né delle parti offese, ma della sciatteria e della superficialità di chi ha presentato in ritardo le richieste di costituzione di parte civile. Oggi in questo processo siamo soli."


Bibliografia