Mafie in Emilia-Romagna

L’Emilia-Romagna è una regione storicamente interessata al fenomeno mafioso, sin dagli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, con legami nel caporalato e in attività illecite "tradizionali, fino a evolversi progressivamente verso attività criminali complesse che abbracciano l’economia legale e una complicità della “zona grigia” istituzionale e imprenditoriale[1]. Negli ultimi decenni, infatti, le presenze mafiose si sono intensificate, con un ruolo predominante della ‘ndrangheta, ma con una presenza significativa anche di esponenti di Cosa Nostra e della camorra. Il territorio regionale è stato interessato sia da episodi di plateale violenza, ma la strategia di colonizzazione della 'ndrangheta in particolare si è concentrata, come in altre parti d'Italia e all'estero, su una strategia più sottile e silenziosa, mirata a penetrare in maniera stabile il tessuto economico e sociale.
Le organizzazioni di stampo mafioso nella regione si sono nutrite di appalti pubblici e hanno intensificato la loro presenza nell'edilizia pubblica e privata, nello smaltimento dei rifiuti e nella ricettività turistica di alcune province dell’Emilia-Romagna[2].
Storia e attività
L’interesse da parte delle organizzazioni criminali a stampo mafioso verso l’Emilia-Romagna iniziò nella seconda metà del XX secolo, sia per effetto dell'industrializzazione che caratterizzò il Nord Italia che offrì nuove opportunità di crescita economica e sviluppò la migrazione interna dal Sud Italia, sia per effetto della misura del soggiorno obbligato.
Su quest'ultima misura, nel 1993 il Prefetto di Bologna Enzo Mosino dichiarò inizialmente che i soggiornanti obbligati che si erano stabiliti in tutta la Regione si erano dedicati allo sviluppo di attività commerciali e industriali apparentemente lecite. Un anno dopo, tuttavia, il sostituto procuratore della Repubblica di Bologna, Carlo Ugolini, affermò che molti dei mafiosi stabiliti in Regione costituivano solo una «testa di ponte per la formazione di affari illeciti con mantenimento di collegamenti organici con le famiglie di appartenenza.»[3].
D'altronde l'espansione delle organizzazioni mafiose nella regione non appare come una novità, in quanto ha caratterizzato inevitabilmente ogni regione ospitante del nord Italia[4].
Il soggiorno obbligato in Emilia-Romagna
È impossibile fare un resoconto preciso delle persone inviate nella regione nella loro totalità, ma è possibile ricostruirla in parte grazie a una lettera del 1974 inviata dall’allora ministro dell’Interno, Paolo Emilio Taviani, che conteneva un elenco di mafiosi spostati nell’Emilia-Romagna.
Tuttavia, le informazioni contenute sono scarse: non vi è indicata ad esempio la durata della misura, ma solo il nome, cognome, città di provenienza e di destinazione. Nella lettera vennero riportati circa 554 soggetti, ma altre fonti confermano che nella regione vennero state trasferite circa 2.035 persone, di cui 1.257 provenienti dalle regioni meridionali considerate “a rischio”.
Molti di questi non tornarono più nei paesi d'origine, stabilendosi definitivamente in regione anche dopo la fine della misura del soggiorno obbligato, trasformando così nel corso degli anni l’Emilia Romagna in uno degli scenari di vita quotidiana di noti esponenti mafiosi di Cosa Nostra, della ‘ndrangheta e della Camorra.
Tra i tanti soggiornanti obbligati, si ritrovano:
- Giacomo Riina, zio di Totò Riina, figura di appoggio logistico per Cosa Nostra e mandato a Budrio nel 1969, da dove manteneva i collegamenti con le consorterie siciliane e attività illecite, legate al traffico di droga e alla gestione degli interessi al Nord[5];
- Tommaso Scaduto, affiliato di Cosa Nostra da Bagheria, mandato dall’Asinara a Castelmaggiore negli anni Settanta. Considerato al nord come un vero e proprio capo e si occupava dei rapporti commerciali con soggetti locali[6];
- Gaetano Badalamenti, inviato a Sassuolo dal 1974 al 1976, era uno dei boss più potenti di Cosa Nostra, capomafia di Cinisi e futuro mandante dell'omicido di Peppino Impastato[7];
- Benedetto Capizzi, affiliato a Cosa Nostra nella famiglia di Villagrazia, fu inviato a Forlimpopoli;
- Francesco Mazzei, affiliato alla famiglia di Catania, venne inviato a Casalfiumanese e poi a Carpi, dove si specializzò nella vendita di materassi[8];
- Francesco Scaglione, inviato a Massa Lombarda, negli appunti dell’allora questore di Bologna venne descritto come «capace di commettere qualsiasi reato» e venne in seguito arrestato nel 1978 perché indiziato di associazione a delinquere e gestore di case da gioco[9];
- Silvio Bardellino, trasferitosi a Vezzano sul Crostalo e poi a Marabello, il suo cognome è riconducibile allo storico clan Bardellino, riunito nella Nuova Famiglia.
Anche Salvatore Riina, se non si fosse dato alla latitanza, sarebbe dovuto andare a San Giovanni in Persiceto, in provincia di Bologna, mentre Francesco Coppola evitò quello a Carpi[10].
È opportuno precisare che l’emigrazione e il soggiorno obbligato se presi isolatamente, non riescono a giustificare né la diffusione né l’espansione, né tantomeno il radicamento e la longevità di decenni di organizzazioni mafiose ben radicate e strutturate. Bisogna necessariamente riconoscere le responsabilità locali delle regioni del nord Italia, dove alcune condizioni hanno favorito in modo diretto o meno l’infiltrazione e presenza mafiosa. Così come si deve sottolineare anche la responsabilità delle istituzioni e apparati statali che non hanno saputo cogliere i segnali di pericolo ab origine, i quali consideravano fino a qualche tempo fa le mafie come un problema estraneo al nord.
Le attività criminali nei primi anni
Nei primi anni gli appartenenti alle organizzazioni mafiose si occuparono di attività criminali "classiche": truffe, estorsioni, usura e anche bische clandestine. Su tutte, tuttavia, spiccava il traffico degli stupefacenti, che costuiva e costituisce ancora oggi l'attività maggiormente remunerativa.
Fino agli anni Ottanta si poté parlare di un mercato aperto nel territorio emiliano-romagnolo, in quanto le consorterie mafiose che operavano nella regione non riuscirono a coprire tutte le realtà territoriali e dunque vi fu la possibilità per chiunque volesse di occuparsi di quest’ambito, prediligendo persino delle collaborazioni. Tanto che i criminali impegnate nello spaccio agirono in stretto accordo con le organizzazioni mafiose storiche, finendo per assimilare da esse tecniche e modalità di comportamento[11].
I proventi del traffico di stupefacenti, come accaduto in altre regioni, vennero riciclate in attività economiche "lecite". In particolare, mafiosi siciliani e 'ndranghetisti aprirono società di trasporto su gomma, così da mantenere anche un legame con le province di origine. Un caso simbolo è quello di Giuseppe e Pietro Scaduto che insieme ad Antonio Spadaro costituirono la società “Linea esse”, concepita come copertura per traffici illeciti. Pian piano iniziarono anche ad acquisire ditte di ceramica di Modena, Reggio Emilia e Parma per la vendita e relativo trasporto della merce per Palermo e altre province. Le vetture poi facevano ritorno nelle città di provenienza con carichi di stupefacenti, armi e generi di contrabbando nascosti sotto a frutta e verdura[12]. Anche il mercato di bestiame fu oggetto di traffici illeciti.
A dimostrazione di tutto ciò vi fu l'arresto nel 1987 a Bologna del palermitano Pietro Salerno, arrestato per traffico di eroina tra Palermo e l’Emilia-Romagna. Stessa sorte fu decisa dalla Corte d’appello di Bologna per altre trentaquattro persone, accusate di traffico di eroina nella metà degli anni Ottanta. L'inchiesta fece emergere molti collegamenti tra ‘ndranghetisti e trafficanti di origine emiliana[13].
A sostenere la tesi della “rete” tra i clan locali e non, nel mercato aperto del traffico di droga, fu un’operazione dei carabinieri di Bologna nel 1994, che accertò come tra i trafficanti di undici chili di eroina vi fossero diversi mafiosi di varia estrazione regionale, tra calabresi, siciliani, campani e pugliesi. Stessa situazione venne riscontrata anche nel 1995 con un’operazione della polizia di Stato di Bologna in collaborazione con quella di Milano e Reggio Calabria che colpì il traffico di stupefacenti derivante da elementi locali, pugliesi e soprattutto della ‘ndrangheta.
Situazione attuale
La presenza mafiosa nelle province dell'Emilia-Romagna
Il fenomeno mafioso interessa tutte le province dell'Emilia Romagna, con gradi di intensità diversi. Il territorio regionale può essere diviso in tre aree:
- le province di Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza, nei quali si è sviluppato un giro d’affari legato all’edilizia privata e pubblica e ad attività illecite quali estorsioni, usura, riciclaggio, truffe e traffico di stupefacenti;
- la provincia di Bologna, storicamente considerata “terra di tutti e di nessuno”, nella quale le organizzazioni mafiose non si sono ritagliate un monopolio e hanno operato nel riciclaggio di denaro, nell’edilizia e nelle estorsioni;
- la riviera romagnola, il cui insediamento mafioso è legato alla vocazione turistica del territorio ed è stato inizialmente orientato al riciclaggio di denaro.
Operando una distinzione a livello di organizzazione, nell’Emilia occidentale e nel bolognese sono risultate maggiormente attive le ’ndrine calabresi, mentre in riviera è più marcata la presenza della Camorra, con presenze accertato del clan dei Casalesi, con riferimento alle famiglie Schiavone e Zagaria.
Di seguito si analizzerà con maggior accuratezza i dettagli ad oggi emersi sulla distribuzione della criminalità organizzata nella regione, notando come sia dotata di un’ampia rete di clan attivi in tutta la provincia, con radici in tutto il territorio dell’Emilia-Romagna[14].
Provincia di Piacenza
- Per approfondire, vedi Mafie a Piacenza
Nella provincia di Piacenza è incontrastato il dominio di Nicolino Grande Aracri, affermatosi attraverso una strategia di basso profilo che ha puntato sull'infiltrazione nei settori economici più rilevanti. Accanto ai Grande Aracri operano anche le 'ndrine Pelle-Vottari, Coco Trovato e Vadalà-Scrivia, che contribuiscono a creare una rete criminale articolata e stabile.
Le attività mafiose sul territorio piacentino si concentrano prevalentemente nell’edilizia, nella logistica, nel movimento terra e nei servizi alle imprese, settori favoriti dalla posizione strategica della provincia come snodo tra Emilia, Lombardia e grandi assi di comunicazione.
Provincia di Parma
- Per approfondire, vedi Mafie a Parma
Nella provincia di Parma, oltre alla ‘ndrangheta, sono state segnalate presenze e attività attribuibili a Cosa Nostra e alle principali famiglie della Camorra campana, comprese imprese riconducibili al clan dei Casalesi e altri gruppi camorristici coinvolti in traffico di stupefacenti, riciclaggio e investimenti nell’economia legale.
Le mafie straniere e gruppi nigeriani sono menzionati nei rapporti giudiziari come attivi nel traffico di droga e nello sfruttamento di reti criminali[15].
Provincia di Reggio Emilia
- Per approfondire, vedi Mafie a Reggio Emilia
Reggio Emilia è considerata la “capitale” della ‘ndrangheta in regione, per via anche della marcata presenza delle famiglie legate a Nicolino Grande Aracri, tra cui le 'ndrine Nicosia, Arena e Amato. Qui operano anche i Casalesi e i Vallefuoco, legati alla Camorra.
Secondo le forze di polizia, anche gruppi criminali di origine straniera, come le associazioni nigeriane, operano attivamente sul territorio con traffico di droga, sfruttamento della prostituzione e gioco d’azzardo[16].
Provincia di Modena
- Per approfondire, vedi Mafie a Modena
Il territorio è conteso tra Cosa Nostra, Camorra e ‘ndrangheta. Per la prima sono presenti soggetti riconducibili al mandamento di Mazara, di Trapani e di Castel Vetrano. Per quanto riguarda la camorra sono attivi sempre i Casalesi, mentre per ciò che concerne la ‘ndrangheta operano i Grande Aracri e i Femia.
Le analisi sui beni confiscati e rapporti sulla criminalità organizzata mostrano come i gruppi mafiosi abbiano cercato di penetrare il tessuto economico locale, in particolare nei settori edilizio e servizi[17].
Provincia di Bologna
- Per approfondire, vedi Mafie a Bologna
Il capoluogo regionale, Bologna, è diviso tra il dominio delle famiglie camorriste e della ‘ndrangheta. Per la prima si fa riferimento ai Casalesi, i Lo Russo, i Moccia, i Mallardo e infine i D’Alessandro-Di Martino. Le 'ndrine attive sono invece Grande Aracri, Nicosia, Arena, Muto, Mammoliti, Acri, Mancuso, Bellocco, Barbaro e Femia.
Secondo la DIA, il territorio provinciale è interessato anche dal radicamento di associazioni di tipo mafioso nigeriane, attive nel narcotraffico[18].
La posizione geografica di Bologna rende la città non solo crocevia di traffici illeciti ma anche centrale nei mercati strategici per il traffico di droga e delle altre attività criminali[19].
Secondo la Direzione Investigativa Antimafia, l’Emilia-Romagna è la terza regione in Italia per interdittive antimafia, con numerosi casi relativi a imprese legate alla camorra e alla ‘ndrangheta. Le organizzazioni sfruttano il forte mercato economico locale per riciclare denaro e influenzare gare d’appalto nei settori dell'edilizia, dei trasporti e dei servizi[20].
Provincia di Ferrara
- Per approfondire, vedi Mafie a Ferrara
Nella provincia di Ferrara sono state documentate diverse presenze mafiose legate alla 'ndrangheta (gli Acri), a Cosa Nostra (Mandamento di Camporeale) e camorra (Casalesi, Mallardo, Moccia). Qui come a Bologna sono presenti associazioni criminali nigeriane.
Provincia di Ravenna
- Per approfondire, vedi Mafie a Ravenna
La provincia di Ravenna vede da anni la presenza della camorra, con esponenti dei clan dei Casalesi affiliati alle famiglie Bidognetti, Schiavine, Zagaria, Iovine, Diana e Landolfo. Presente anche la 'ndrangheta, con i Fernia. I vari gruppi operano principalmente nel traffico di stupefacenti.
Provincia di Forlì e Cesena
- Per approfondire, vedi Mafie a Forlì-Cesena
Anche nella provincia di Forlì-Cesena sono presenti i Casalesi, affiancati dai Mariniello e dai Vallefuoco. Per quanto riguarda la 'ndrangheta, sono presenti i Forestano, legati ai Pesce di Rosarno. La presenza è meno plateale ma documentata in relazione a traffici di stupefacenti, estorsioni e infiltrazione nelle imprese locali.
Provincia di Rimini
- Per approfondire, vedi Mafie a Rimini
In provincia di Rimini domina prevalentemente la ‘ndrangheta, seguita dai clan di camorra dei Casalesi, D’Alessandro, Mariniello, Vallefuoco e Contini[21].
Le interdittive antimafia negli anni hanno colpito imprese nei settori turistico-alberghiero, della ristorazione, nell'immobiliare e nei servizi. Le autorità locali mantengono un monitoraggio intenso: negli ultimi anni il territorio ha registrato decine di provvedimenti di interdittiva, con città turistiche come Riccione frequentemente coinvolte, segnalando sia il rischio di infiltrazione che l’attività repressiva in corso.
Le mafie in Riviera romagnola
La Riviera romagnola, famosa per il turismo e la vita notturna, è diventata negli anni anche un terreno fertile per l'infiltrazione della criminalità organizzata, in particolare della camorra. Le organizzazioni mafiose si sono inserite nel tessuto economico locale sfruttando le opportunità offerte dall'industria del divertimento, della crisi economica e della vicinanza con San Marino, utile per il riciclaggio. La strategia di infiltrazione non si è fondata sulla richiesta del pizzo, ma sull'erogazione di prestiti che poi hanno portato ad appropriarsi "legalmente" di loro alberghi, spiagge e ristoranti con lo stesso modus operandi del campo della ristorazione[22].
L'espansione mafiosa qui non segue un unico schema: alcuni gruppi si muovono in maniera discreta, investendo nel settore del recupero crediti e nel turismo, senza ricorrere alla violenza in modo evidente. Altri invece hanno adottato un approccio più aggressivo con minacce, estorsioni e acquisizione forzata di attività economiche.
Secondo l'inchiesta Vulcano, i camorristi utilizzano metodi più sofisticati stringendo rapporti con gli imprenditori locali e riciclando denaro attraverso società di facciata e prestiti usurari. L'inchiesta condotta dalla Procura di Bologna a partire dal 2010 ha svelato una rete di usura riciclaggio di denaro legato al clan camorristico di San Cipriano d’Aversa. Al centro c'era un malavitoso di origine napoletana F.V., che giunto in Riviera ha costruito un sistema di prestiti e usura attraverso società di recupero crediti con sede a Rimini. Il denaro proveniente da attività illecite veniva reinvestito tramite società finanziarie collegate a San Marino, con il supporto di imprenditori e professionisti locali. Un imprenditore edile, non riuscendo a restituire un prestito, è stato vittima di minacce e ha visto le sue proprietà finire nelle mani della criminalità organizzata[23].
Diverso è invece il caso dell'inchiesta Mirror, conclusa nell’ottobre 2013, che ha riguardato un gruppo criminale di Secondigliano. Il clan ha sfruttato alcuni commercianti e professionisti riminesi per creare società di facciata e reclutare prestanome, cercando di imporsi con la forza nel settore di loisir. Qui il modus operandi era molto più diretto con minacce, aggressioni e tentativi di prendere il controllo forzato di locali e alberghi. Questo loro approccio però si è rivelato meno efficace, poiché l'eccessiva esposizione ha portato a denunce e arresti, in quanto le vittime hanno deciso di rivolgersi alle forze dell'ordine e di collaborare all'inchiesta, facendo arrestare i colpevoli[24].
Secondo un’analisi dell’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata - Cross, le mafie si insinuano anche nella vita notturna della Riviera Romagnola[25].
Principali organizzazioni mafiose attive in Emilia-Romagna
La ‘ndrangheta
Il radicamento e lo sviluppo della ‘ndrangheta in Emilia-Romagna è un fenomeno complesso, che si è evoluto nel tempo da un’iniziale fase di presenza occasionale ad una vera e propria colonizzazione del territorio.
Molti boss calabresi inviati nella regione in regime di soggiorno obbligato utilizzarono questa opportunità per stabilire legami con la comunità locale e radicare la presenza mafiosa nel tessuto sociale ed economico del territorio. Tra i primi mafiosi ‘ndranghetisti ad arrivare vi furono Salvatore Aquinio e Rocco Antonio Baglio[26].
Già dalla metà degli anni Settanta, individui di origine cutrese operavano nel Reggiano, sebbene non tutti fossero direttamente affiliati a gruppi criminali. Tuttavia, emergevano segnali evidenti della presenza di una criminalità strutturata, caratterizzata da episodi di violenza e da forme di controllo del territorio. Un evento chiave fu l’incendio doloso del night club Pink Pussy Cat nel 1979, che causò la morte di Antonio Vasapollo, soggetto coinvolto in attività criminali a Reggio Emilia. L’incendio innescò conflitti interni al gruppo criminale locale, dando origine a una serie di faide e regolamenti di conti.
La morte di Vasapollo diede avvio a una scia di sangue che si sarebbe protratta per l’intero decennio. L’episodio avvenne tre anni prima dell’arrivo di Antonio Dragone e, contrariamente a quanto spesso si ritiene, il suo trasferimento non segnò l’inizio della presenza della ‘ndrangheta in città, ma costituì piuttosto una conseguenza di un processo di espansione criminale già in atto. La criminalità organizzata calabrese risultava, dunque, già radicata nel tessuto socio-economico di Reggio Emilia negli anni Settanta, indipendentemente dall’arrivo di esponenti di rilievo come Antonio Dragone[27].
Ciò nonostante, ai fini della concreta espansione della ‘ndrangheta, assunse un ruolo centrale il trasferimento di Antonio Dragone a Quattro Castella nel 1982, sempre in regime di soggiorno obbligato. Poco dopo il suo arrivo, iniziò a scontare una pena di venticinque anni per omicidio; ciononostante, continuò a gestire i propri affari tramite il figlio. In questo periodo, la comunità cutrese si ampliò sul territorio e i suoi membri, singolarmente e in associazione, si dedicarono ad attività criminali quali il traffico di stupefacenti e le estorsioni, soprattutto ai danni di imprenditori conterranei trasferitisi nella provincia di Reggio Emilia.
L’espansione raggiunse successivamente il modenese e la provincia di Rimini nei primi anni Novanta. Il potere della famiglia Dragone iniziò a indebolirsi nel 1999, in seguito all’assassinio di Raffaele Dragone, figlio di Antonio. Parallelamente, Nicolino Grande Aracri consolidò progressivamente la propria posizione all’interno dell’organizzazione, in attesa della definitiva ascesa.
Cinque anni dopo, poco dopo la scarcerazione di Antonio Dragone, quest’ultimo venne ucciso in modo plateale mediante l’uso di un bazooka, evento che segnò la fine dell’egemonia del suo casato. Da quel momento, il controllo criminale passò definitivamente alla famiglia Grande Aracri, originaria di Cutro[28].
La sua presenza in regione ha subito una trasformazione da una semplice "dipendenza" dalla casa madre calabrese ad un’autonomia operativa. Infatti, l’indagine Aemilia del 2015 rivelò la sua struttura organizzativa autonoma, capace di gestire il racket, narcotraffico e la corruzione in modo indipendente.
Imprenditori, professionisti e politici locali si pongono nella cosiddetta "area grigia", collaborando con le cosche per trarre vantaggi economici. Le estorsioni inizialmente imposte con la forza, si trasformarono in un rapporto di "cointeressenza": in cambio di protezione si ottennero vantaggi economici e si aprì il canale per il lavaggio di denaro sporco.
Ad oggi la presenza della ‘ndrangheta continua ad essere una sfida significativa per le autorità locali e nazionali. Numerose sono state le operazioni giudiziarie e le condanne inflitte nel corso degli anni, ma la presente organizzazione criminale dimostra una notevole capacità di adattamento e rigenerazione. Le nuove generazioni hanno assunto ruoli di comando, adottando strategie più sofisticate per infiltrarsi nell’economia legale, ampliando i propri investimenti e volume di affari[29].
La sua attuale area di maggior interesse è rappresentata dagli appalti pubblici, specialmente quelli legati ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Nel 2024 è risultato che a Reggio Emilia sono state emesse interdittive antimafia nei confronti di ben ottanta imprese, operanti nel settore edile e gestite da individui legati alla criminalità organizzata. Maria Rita Cocciufa, prefetta di Reggio Emilia ha sottolineato come queste imprese siano collegate a famiglie calabresi, risaltando l’esigenza di un monitoraggio costante per prevenire infiltrazioni mafiose nei progetti finanziati con fondi pubblici[30] .
La ‘ndrangheta si infiltra attraverso aziende apparentemente lecite che vincono gare di appalto, grazie ad offerte al ribasso, intimidazioni o accordi illeciti con imprese locali. Infatti, ancora nell’indagine Aemilia, si è mostrato come le imprese legate al clan Grande Aracri fossero attive in progetti di ricostruzione post-terremoto in Emilia del 2012, sfruttando fondi pubblici[31].
Anche il settore della ristorazione è utilizzato dalla ‘ndrangheta per ripulire il denaro sporco e spesso i locali in questo comparto vengono aperti con capitali illeciti e gestiti con una politica di prezzi bassi e alta liquidità, rendendo difficile la concorrenza per le attività oneste. Numerose inchieste hanno evidenziato la presenza di locali legati alla mafia nella città di Bologna, Reggio Emilia e Rimini ed un esempio concreto è quello dell’indagine Emilia Nera del 2018 che ha portato al sequestro di diversi esercizi commerciali a Modena e Reggio Emilia.
Il controllo criminale della ‘ndrangheta punta anche sul movimento terra, gestendo escavazioni, bonifiche e smaltimento di rifiuti speciali. Le imprese mafiose ottengono commesse pubbliche e gestiscono lo smaltimento di rifiuti pericolosi che danneggiano l’ambiente.
La camorra
La presenza della Camorra in Emilia-Romagna risale almeno agli anni ’80, inizialmente per via del traffico di eroina gestita dalla Nuova Famiglia. La gestione del traffico fu affidata a personaggi di spicco come Michele Zaza, che utilizzò soggetti già radicati nel territorio, in particolare a Bologna.
Negli anni ’90, anche Modena divenne una provincia strategica per la Camorra, con la presenza dei Casalesi e i napoletani del clan Gionta attivi anche nell’edilizia. Con il tempo, la regione si trasformò da semplice base logistica per latitanti a un territorio di radicamento camorristico, favorito dalla crisi economica e dalla presenza di imprenditori locali disposti a collaborare[32].
I Casalesi iniziarono a controllare appalti, edilizia e movimentazione via terra, con una percentuale di venti o trenta percento di imprese edili della regione riconducibili ai clan. Il controllo camorrista non si fermò soltanto tra le vie delle città, tra i commerci, tra le imprese, ma arrivò persino nel carcere, in quanto vi furono episodi in cui alcuni agenti della polizia penitenziaria modenese furono corrotti per garantire un trattamento di favore ai boss detenuti[33].
Oggi la camorra ha ampliato i suoi interessi, includendo il gioco d’azzardo, estorsioni e riciclaggio di denaro attraverso attività legali, adattandosi alle specificità del territorio[34]. Secondo la DIA, c’è anche un pesante investimento in settori alberghieri, commerciali e nel mercato immobiliare, dimostrando un grande interesse nel controllo delle aste per l’acquisizione di immobili a prezzi ribassati[35].
Cosa Nostra
La presenza di Cosa Nostra in Emilia-Romagna ha radici che risalgono almeno alla fine degli anni ’50, con il soggiorno in regione di figure di spicco, come Gaetano Badalamenti, capomafia di Cinisi che soggiornò a Sassuolo. L’allora prefetto di Bologna ritenne il soggiorno obbligato come un fattore determinante di una graduale penetrazione ed estensione nel territorio emiliano-romagnolo di attività legate alla criminalità organizzata, in quanto i soggetti, sebbene apparentemente “in sonno”, mantenevano un costante contatto con la casa madre d’origine[36].
Negli anni ’80 e ’90 l’influenza della mafia siciliana si manifestò nel gioco d’azzardo clandestino e nel traffico di droga. Gruppi legati ai Corleonesi e ai clan catanesi gestivano bische clandestine in Romagna e operavano anche nel traffico di armi. Con il declino apparente e nazionale di Cosa Nostra, a seguito dei colpi inferti da Forze dell’Ordine e magistratura nei primi anni ’90 e anche per via degli arresti di figure come Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, la sua presenza in Emilia-Romagna si ridusse progressivamente, lasciando spazio per l’espansione alla Camorra e ‘ndrangheta.
Cosa Nostra risulta ancora presente in Emilia-Romagna, mantenendo un interesse nel traffico di droga e nell’edilizia e investendo nello smaltimento di rifiuti e nel riciclaggio internazionale anche tramite San Marino. Nel febbraio 2014 si è individuata la presenza di Cosa Nostra in provincia di Modena, per via dell’indagine Clean up che riguardò il traffico di rifiuti in Africa, attività che secondo i giudici bolognesi è avvenuta solo in parte nell’altro continente, in quanto si sostiene che il resto del materiale sia stato smaltito illecitamente in discariche abusive locali. Sono stati poi individuati quattro siti abusivi di stoccaggio nel modenese, territorio di affari di alcuni soggetti provenienti da Trapani, vicini alle famiglie siciliane del mandamento di Castelvetrano[37].
In sintesi, sebbene Cosa Nostra abbia visto ridurre la sua influenza nella regione rispetto al passato, essa continua ad operare nel riciclaggio e in settori economici strategici, adattandosi ai mutamenti del contesto criminale.
La presenza mafiosa nelle attività economiche dell'Emilia-Romagna
Ristorazione
Le organizzazioni mafiose si sono inserite nel settore della ristorazione in Emilia-Romagna al fine di espandere il loro controllo sul territorio nel settore del turismo. Le organizzazioni mafiose, attraverso prestanome, rilevano locali in crisi e li usano per il riciclaggio di denaro, minacciando i concorrenti. L’operazione Aemilia del 2015 ha svelato una rete mafiosa radicata tra Modena, Reggio Emilia e Bologna[38].
Recenti arresti come quello di Saverio Giampà confermano il modus operandi infatti a lui la procura bolognese contesta l’intestazione fittizia e un tentativo di estorsione. Giampà ha gestito in modo fittizio due gelaterie e ha minacciato di morte il proprietario dell’attività concorrente. Ma questo è un mero esempio, in quanto il boom turistico della città di Bologna ha portato la politica locale ad investire sul fenomeno che punta allo sviluppo del cibo, “foodification”.
L’inchiesta "La febbre del cibo. Le ombre della ristorazione bolognese" condotta dall’associazione Libera Bologna, ha rivelato che diversi esercizi commerciali, messi in difficoltà dalla crisi dovuta al Covid, sono stati acquistati a prezzi ridotti e tra i nuovi proprietari figurano individui con legami con la criminalità organizzata calabrese.
Sempre grazie alle indagini condotte da Libera Bologna, si spiega il modo di operare delle organizzazioni criminali nel territorio turistico per eccellenza. Tutto parte dal diniego da parte degli istituti di credito nei confronti dell’imprenditore, il quale si rivolgerà automaticamente a soggetti non istituzionali che porranno condizioni di credito di tipo usuraio. E come possiamo ben immaginare, l’impossibilità economica sopravvenuta del commerciante porterà a mettere sul mercato le quote della stessa società.
In questo modo si arriverà alla cosiddetta “espropriazione dall’interno”, consentendo al soggetto criminale poi di radicarsi direttamente nell’impresa, usando però il titolare originario come prestanome. Una fonte nella video-inchiesta in questione si confida: «Quando uno ti offre certe cifre è perché ti sta buttando fuori e non puoi rifiutare. Per chi fa l’onesto è demoralizzante, perché non si arriva qui in Emilia-Romagna con la pistola puntata, ma comunque poi è come avere una pistola puntata che ti dice: “io lavoro e tu no”» [39].
Si conclude sottolineando che le imprese con contaminazione mafiosa comunque non porta mai il lavoro, perché analizzando i contratti o ricostruendo i rapporti lavorativi, vengono ritrovate delle anomalie e irregolarità. Spesso sotto accusa sono le buste paghe molto basse, condizioni lavorative sfavorevoli come i turni di lavoro massacranti, oppure si nota l’esatto opposto: un numero elevato di personale e condizioni apparentemente positive, con stipendi alti, ferie e tfr. Correttezza però solo apparente.
Fonti affermano che il datore di lavoro usualmente chiede poi ai dipendenti di ridare indietro una parte dello stipendio in contanti e la parte passiva non agisce denunciandolo, perché si ha paura di farsi un brutto nome nel mondo della ristorazione, oppure la semplice e non banale paura di rimanere senza un posto di lavoro.
La possibilità di risparmiare sul capitale verso i dipendenti consente di praticare prezzi di mercato estremamente conveniente per il cliente che ignaro delle situazioni interne tenderà sicuramente alla scelta di quell’impresa e comporterà indirettamente un danno per il mercato, per gli altri imprenditori onesti e un diretto danno ai lavoratori [40].
Gioco d’azzardo
La presenza della criminalità organizzata nella gestione del gioco d'azzardo è un fenomeno ben documentato, in particolare nel territorio modenese dove operano gruppi legati ai Casalesi. Le indagini giudiziarie hanno evidenziato una strategia mirata della camorra per il controllo dei videopoker nei bar della città e della provincia di Modena. In questo ambito, è emerso ancora che alcuni esercenti abbiano scelto volontariamente di collaborare con la criminalità organizzata, trovando conveniente l'installazione di macchinette truccate nei propri locali. La Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna ha rilevato la presenza di gruppi legati alla ‘ndrangheta nel mercato illecito del gioco d'azzardo nelle province di Bologna, Modena, Rimini, Riccione, Forlì e Ravenna, dove le bische clandestine continuano ad essere operative.
Di particolare importanza è l'inchiesta “Black Monkey” che ha confermato in primo grado da parte del tribunale di Bologna l'infiltrazione della criminalità organizzata nel settore del gioco d'azzardo illegale di Emilia-Romagna. Le indagini, avviata nel 2010 e condotta da G.I.C.O. della Guardia di Finanza sotto la direzione della Dda di Bologna, ha portato alla condanna diversi imputati per un totale di quasi centosettanta anni di carcere ed ha confermato l'esistenza di una struttura mafiosa guidata da Nicola Femia, calabrese e affiliato alla ‘ndrina dei Mazzaferro di Marina di Gioiosa Ionica. Trasferitosi nel 2002 poi a Sant'Agata sul Santerno, ha creato un'organizzazione criminale indipendente con sede in Romagna, la quale si occupa del controllo del gioco d'azzardo illegale.
Secondo quanto emerso dalle indagini, l'organizzazione era attiva nella gestione di piattaforme di gioco online non autorizzate e nella produzione e distribuzione di apparecchiature da gioco, modificate per dichiarare incassi inferiori a quelli effettivi.
Più nello specifico, il gruppo diretto da Femia operava collegandosi a siti stranieri principalmente rumeni e britannici, privi delle necessarie autorizzazioni, che raccoglievano scommesse per decine milioni di euro. Inoltre, l'associazione produceva e commercializzava apparecchi da gioco con software alterati, finalizzati a nascondere il reale volume delle giocate[41]. Dopo lo smantellamento di questi affari illeciti, la figlia di Femia, Guendalina Femia, tentò di proseguire l'attività avviata dal padre, attraverso nuove società, ma le autorità bloccarono i diversi tentativi[42].
Si trova dell'infiltrazione di tipo mafiosa ancora nel gioco d'azzardo, anche in ciò che riguarda meccanismi di riciclaggio di denaro, tramite videolottery. Queste macchine permettono di inserire banconote di grosso taglio e di interrompere il gioco dopo una sola giocata, restituendo il denaro sotto forma di ticket. Questo ticket potrà poi essere cambiato dal gestore trasformando il denaro sporco in contanti apparentemente leciti. Per contrastare questo fenomeno, la Commissione Antimafia nel 2017 puntava ad eliminare questa forma di riciclaggio. Tra le soluzioni avanzate si suggerì principalmente di collegare ogni operazione di riscossione al singolo nominativo del giocatore, richiedendo l'uso di un documento d'identità per ottenere l'autorizzazione al gioco. Inoltre, il ticket dovrebbe avere una vita temporanea permettendo la ricarica solo attraverso i versamenti diretti ai responsabili della sala.
In questo modo, si prospetta di garantire una maggiore tracciabilità e controllo sui flussi il denaro derivante dal gioco d'azzardo[43].
Appalti pubblici
Il fenomeno delle infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici è riconosciuto come in forte espansione e ne dà testimonianza un atto di indirizzo politico del 2015, [44]che evidenzia come la regione sia interessata da un fenomeno in forte espansione, acuita dal protrarsi della profonda crisi economica e occupazionale.
L'infiltrazione mafiosa negli appalti pubblici in Emilia-Romagna è stata oggetto di attenzione da parte delle istituzioni e delle forze dell'ordine. Nel 2018, la Regione Emilia-Romagna assieme alle Prefetture hanno sottoscritto un protocollo d'intesa per prevenire e contrastare le infiltrazioni mafiose nel settore degli appalti e delle concessioni di lavori pubblici, servizi e forniture, nonché dell'attività urbanistica ed edilizia[45]. I prefetti dell'Emilia-Romagna hanno varato protocolli di legalità contro le infiltrazioni mafiose negli appalti, mirati a garantire la legalità nelle procedure di aggiudicazione e realizzazione dei lavori pubblici. Nonostante gli sforzi istituzionali il fenomeno delle infiltrazioni mafiose negli appalti rimane una preoccupazione, richiedendo un impegno continuo da parte delle autorità competenti e dalla società civile per garantire i principi di trasparenza e di legalità nel settore.
Organizzazioni criminali estere
In Emilia-Romagna la presenza della criminalità organizzata straniera è ormai una realtà consolidata, con gruppi che operano in diversi settori illeciti e che hanno sviluppato strategie sofisticate per mantenere il controllo delle loro attività. Secondo la DIA[46]:
«Le organizzazioni criminali straniere presenti in Emilia-Romagna appaiono interessate prevalentemente al settore del traffico di droga e sono arrivate progressivamente nel tempo ad occupare spazi in passato di pertinenza delle compagini criminali autoctone».
In sintesi, ci conferma come i settori prima di limitato dominio delle organizzazioni criminali locali siano stati fiancheggiati dalle mafie di origine straniera, quali quella albanese, nigeriana, cinese, quella dell’Est Europa e poi dalla nordafricana, spesso in collaborazione fra loro.
Criminalità nigeriana
La criminalità nigeriana è una delle presenze criminali più strutturate e pericolose in Emilia-Romagna. Negli ultimi due decenni la Nigeria è mutata per via dell’emersione di grandi organizzazioni di trafficanti di stupefacenti e non solo. Si distingue anche per il coinvolgimento nella tratta di esseri umani e nello sfruttamento della prostituzione, in particolar modo quella femminile. Le donne coinvolte provengono principalmente dallo Stato di Edo, nel sud della Nigeria e sono reclutate tramite reti locali, spesso guidate da loro conoscenti.
In molti casi le famiglie sono consapevoli del destino delle ragazze, accettato pur di sostenere economicamente i parenti rimasti in patria[47].
La rete si regge sulla figura delle “madame”, ex vittime a loro volta, che si occupano di gestione delle nuove arrivate, mantengono il controllo mediante violenze, minacce e riti voodoo che creano una forte soggezione psicologica. Si segnala che numerose indagini condotte dalle Forze dell’Ordine locali hanno messo in luce un legame strutturale all’interno di questa criminalità tra il traffico di droga e lo sfruttamento della prostituzione. È emerso che il commercio di cocaina è spesso organizzato da uomini nigeriani, i quali si avvalgono dei proventi generati dalle madame, attraverso lo sfruttamento delle donne costrette a prostituirsi[48][49].
Per quanto concerne il traffico di droga, si è a conoscenza che il Paese d’origine non è produttore di droga e che il suo traffico non invade il mercato locale, ma viene utilizzata solo per rispondere alle esigenze del mercato internazionale. La numerosa manovalanza giovanile non è sempre legata strettamente all’organizzazione e assicura il servizio del traffico, mentre i capi gestiscono le reti internazionali[50].
A Ferrara, come confermato dalla DIA, gli spacciatori nigeriani hanno il controllo quasi assoluto del mercato della cocaina. I reati commessi sono in continua crescita, con una forte incidenza nell’abusivismo commerciale e nei reati predatori[51].
Criminalità albanese
La mafia albanese è anch’essa ben radicata nella regione, soprattutto nelle province costiere e lungo l’asse adriatico, dove si distingue per il traffico internazionale di stupefacenti e per lo sfruttamento della prostituzione. Secondo le varie relazioni della DIA e della magistratura, i gruppi albanesi mantengono stretti rapporti con la ‘ndrangheta, che ne riconosce l’affidabilità e ne fa uso come i fornitori di fiducia soprattutto per marijuana e cocaina[52].
Il controllo del territorio da parte della criminalità albanese al momento non è paragonabile a quello delle mafie italiane, ma si manifesta comunque con l’intimidazione e la violenza. Il reclutamento avviene spesso su base familiare e territoriale, rendendo i gruppi coesi e difficilmente penetrabili dalle forze dell’ordine. Una delle operazioni più significative è quella denominata “Free Flight” che ha smantellato una cellula responsabile dell’importazione massiccia di droga dell’Albania alla riviera romagnola[53].
Criminalità cinese
La criminalità cinese, radicata da decenni in Italia, si manifesta in Emilia-Romagna principalmente con modalità invisibili, mantenendo un basso profilo per evitare eventuali allarmi sociali. Le attività criminali girano intorno alla prostituzione indoor, mediante modalità di lavoro riservate, evitando la strada e privilegiando appartamenti privati o centri massaggi, spesso sotto copertura. Poi si manifestano estorsione e usura ai danni di connazionali, ovvero verso imprenditori cinesi attivi nel commercio, mediante prestiti all’apparenza amichevoli che poi si trasformeranno in taglieggiamenti violenti[54] .
Un altro settore chiave è la manodopera irregolare nei laboratori clandestini tessili, dove lavorano intere famiglie inclusi i minori, in condizioni di semi-schiavitù. A Reggio Emilia, in un capannone, quarantasette persone lavoravano per diciotto ore al giorno con il fine di guadagnare venticinque euro al mese per le donne e settanta euro al mese per gli uomini, vivendo notte e giorno lì, senza riscaldamento né finestre. Le consorterie cinesi si occupano anche del traffico di droga in occasioni mondane e nei club privati, soprattutto ecstasy e ketamina veniva distribuita durante feste in discoteche e ambienti frequentati dalla comunità asiatica. In alcune indagini è emerso il coinvolgimento di cinesi nella gestione di party a pagamento con prostituzione e spaccio combinati[55].
Uno dei suoi canali più storici di profitto è il traffico di merci contraffate, in particolare di abbigliamento e accessori griffati, mediante reti di distribuzione mediante sia canali online che vendita diretta attraverso grossisti locali. E per concludere, altri segmenti della mafia cinese si occupano anche del favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, soprattutto tra connazionali, fornendo documenti falsi e coperture lavorative.
Gruppi dell’Est Europa
I gruppi dell’Est Europa, in particolare rumeni e moldavi, operano prevalentemente nello sfruttamento della prostituzione e della manodopera clandestina. Le donne dell’Est si alternano alle nigeriane nei turni di strada: le prime di giorno e le seconde di notte. I rumeni sono attivi anche nei cantieri edili e campi agricoli, dove gestiscono lavoratori ovviamente irregolari[56]. Questi gruppi sono meno strutturati delle mafie storiche, ma comunque ben radicati e violenti. Inoltre, collaborano con altri gruppi stranieri e talvolta italiani per gestire segmenti del mercato della prostituzione e del traffico di esseri umani.
Gruppi nordafricani
La criminalità nordafricana è composta prevalentemente da marocchini, tunisini e algerini ed è attiva nello spaccio di sostanze stupefacenti e nel contrabbando. I gruppi afghani e iraniani sono coinvolti in reti di passeur, specializzati nel traffico di migranti clandestini verso il Nord Europa[57]. Questi gruppi pur non reggendo il paragone con le mafie albanesi o nigeriane, contribuiscono all’espansione della criminalità globale anche in territori come quello emiliano-romagnolo.
Inchieste giudiziarie
L'inchiesta più importante negli ultimi anni che ha disvelato la presenza mafiosa in Emilia-Romagna è sicuramente l'operazione Aemilia, che poi sfociò nell'omonimo maxiprocesso che portò alla luce la vocazione imprenditrice e moderna della ‘ndrangheta, scacciando definitivamente lo stereotipo della regione come dotata di anticorpi grazie ai quali era impossibile un radicamento mafiose come nelle altre regioni.
Il 28 gennaio 2015 scattò l'operazione coordinata dalle Procure distrettuale di Bologna e Catanzaro, che interessò oltre all'Emilia-Romagna anche Lombardia, Piemonte, Veneto, Calabria e Sicilia, per un totale di circa 160 arresti per reati che includevano associazione mafiosa, usura, estorsioni, false fatturazioni, incendi dolosi e intestazioni fittizie, collegate tutte in un modo o nell'altro alla ‘ndrina Grande Aracri di Cutro[58]. L’inchiesta fece tremare l’intero Nord Italia, evidenziando la presenza radicata di un vasto sodalizio criminale nel tessuto produttivo ed economico italiano.
Il rito ordinario del maxiprocesso si tenne nell’aula bunker di Reggio Emilia a partire dal 23 marzo 2016, coinvolgendo 147 imputati e raccogliendo 195 udienze. Da sommare poi i 71 procedimenti in rito abbreviato. Il 31 ottobre 2018 il tribunale di Reggio Emilia emise una sentenza con 119 condanne, che contava complessivamente 1223 anni di carcere, con 29 assoluzioni e 5 prescrizioni[59].
Il 17 dicembre 2020, la Corte di Bologna confermò la matrice mafiosa del gruppo emiliano-‘ndranghetista operante a Reggio Emilia, Parma e zone limitrofe, dando oltre 700 anni di carcere, ricalcolò delle pene per una ventina di imputati, ma ribadì anche l’entità mafiosa delle figure apicali come Michele Bolognino, Gaetano Blasco, Giuseppe Iaquinta e Augusto Bianchini [60].
La sentenza definitiva fu pronunciata dalla Corte di Cassazione il 7 maggio 2022 (sentenza n.39774/22) che respinse la totalità dei 75 ricorsi presentati, rigettandone 36 e dichiarando l’inammissibilità di 39, confermò ancora una volta poi la piena esistenza dell’associazione mafiosa, l’autonomia e l’imprenditorialità del gruppo: un sodalizio con proprie risorse, uomini, mezzi e finalità criminali, sottolineando non solo la sua subordinazione alla ‘ndrina di Cutro, ma come possessori di una propria identità criminale, mantenendo pur sempre rapporti con la “madre” calabrese[61].
La Cassazione sostenne che la strategia associativa era finalizzata a colonizzare l’economia emiliana, affiancandosi ad imprenditori, professionisti, pseudo-istituzioni e organizzazioni massoniche e che in un territorio come quello emiliano-romagnolo non ci siano più riti, affiliazioni e rituali tradizionali, ma solo nuove modalità che puntano al controllo del territorio e al massimo profitto[62].
Nel 2019 emersero nuovi filoni con l'inchiesta “Grimilde”, che confermò nuovamente il consolidamento nel settore agro-alimentare, con frodi sui fondi europei e avvalimento elettorale[63].
Beni confiscati
L’Emilia-Romagna è la terza regione del nord Italia per numero di beni confiscati alla criminalità organizzata. Secondo i dati forniti dalla regione aggiornati al 2025, sono stati confiscati un totale di 965 beni immobili alle mafie. Di questi, 244 sono stati destinati, mentre 91 aziende sono in gestione da enti o associazioni e 48 sono state assegnate per il riutilizzo a fini sociali.
Nonostante i progressi, permangono sfide nella gestione e destinazione di questi beni, infatti per affrontare queste criticità la regione ha previsto un incremento delle risorse economiche destinate al recupero e alla valorizzazione di questi beni, con l’obiettivo di sostenere i comuni nell’affrontare l’aumento delle confische derivanti da operazioni come il processo “Aemilia” [64].
Semplificando, i beni confiscati in Emilia-Romagna vengono destinati a diverse finalità, tra cui:
- Servizi sociali e abitativi, realizzando alloggi per persone in condizioni di marginalità o vittime di usura, centri di accoglienza, strutture per anziani;
- Spazi pubblici, parchi, aree verdi, centri culturali e sportivi;
- Attività economiche, iniziative imprenditoriali guidate da principi etici e sostenibili[65].
La regione promuove attività educative e culturali per sensibilizzare la cittadinanza sulla legalità e sull’uso dei beni confiscati e per facilitare la gestione di essi sono stati sottoscritti protocolli d’intesa con i tribunali di Bologna e Reggio Emilia[66], con lo scopo di garantire una gestione tempestiva ed efficace dei beni, favorendo il loro riutilizzo a fini sociali. Ma nonostante i progressi, permangono sfide nella gestione dei beni confiscati, tra cui la lentezza delle procedure burocratiche e la necessità di una maggiore collaborazione con le istituzioni.
Note
- ↑ Eugenio Arcidiacono, Evoluzione dei fenomeni di illegalità in Emilia-Romagna collegati alla criminalità di tipo mafioso, legalita.regione.emilia-romagna.it
- ↑ Citato in “Mafie senza confini, noi senza paura”, in Fondazione Libera Informazione. Osservatorio Nazionale sull’informazione per la legalità e contro le mafie. 2011, a cura di Lorenzo Frigerio e Gaetano Liardo, p.9
- ↑ Enzo Ciconte, Mafia, camorra e ‘ndrangheta in Emilia-Romagna, Rimini, Panozzo Editore, 1998, p. 31
- ↑ Nando Dalla Chiesa, Passaggio a Nord. La colonizzazione mafiosa, EGA Edizioni Gruppo Abele, 2016
- ↑ Sofia Nardacchione, Mafiosi in trasferta: gli anni del soggiorno obbligato in Emilia-Romagna, in irpimedia.irpi.eu, 3 dicembre 2021, consultato il 17 dicembre 2025
- ↑ Ibidem
- ↑ Sofia Nardacchione, Mafiosi in trasferta: gli anni del soggiorno obbligato in Emilia-Romagna, in irpimedia.irpi.eu, 3 dicembre 2021, consultato il 17 dicembre 2025
- ↑ Ibidem
- ↑ Citato in Sofia Nardacchione, Mafiosi in trasferta: gli anni del soggiorno obbligato in Emilia-Romagna, in irpimedia.irpi.eu, 3 dicembre 2021, consultato il 17 dicembre 2025
- ↑ Enzo Ciconte, Mafia, camorra e ‘ndrangheta in Emilia-Romagna, Rimini, Panozzo Editore, 1998, p. 43
- ↑ Enzo Ciconte, Mafia, camorra e ‘ndrangheta in Emilia-Romagna, Rimini, Panozzo Editore, 1998, p. 180
- ↑ Ibidem
- ↑ Ibidem
- ↑ Osservatorio sulla Criminalità Organizzata della Provincia di Rimini, ‘ndrangheta, camorra e mafia siciliana in Emilia-Romagna (2010-2015), 2016, pp.92,93.
- ↑ "Dalla 'Ndrangheta imprenditrice ai nigeriani, la Dia stila la "mappa" delle infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna", Gazzetta di Parma, 24 febbraio 2021, consultato il 17 dicembre 2025
- ↑ "Criminalità organizzata: "Spaccio e azzardo, organizzazioni nigeriane molto pericolose", Il Resto Del Carlino, 14 febbraio 2024, consultato il 17 dicembre 2025
- ↑ "'Ndrangheta e camorra si spartiscono immobili e aziende Mappa interattiva dei beni confiscati in Emilia-Romagna", la Nuova Ferrara, 5 settembre 2014, consultato il 17 dicembre 2025
- ↑ Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Relazione semestrale, I semestre, 2023, p.142.
- ↑ Osservatorio legalità, ‘ndrangheta, Camorra e Mafia siciliana in Emilia-Romagna , osservatoriolegalita.rn.it, 26 settembre 2012
- ↑ Alessandro Fratini, Infiltrazioni, Emilia-Romagna terza in Italia, InCronaca, incronaca.unibo.it/archivio/2025/05/28/crescono-le-interdittive-antimafia-in-regione, 28 maggio 2025, consultato il 17 dicembre 2025
- ↑ Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Relazione semestrale, I semestre, 2023, p.142.
- ↑ Ministero dell'Interno, Il contrasto alle infiltrazioni delle mafie nel tessuto produttivo della riviera romagnola, 22 marzo 2021
- ↑ Vincenzo Scalia, “Cosa non solo loro. L’espansione delle mafie nella riviera romagnola”, 3 dicembre 2015, p.324, Università di Firenze
- ↑ Vincenzo Scalia, “Cosa non solo loro. L’espansione delle mafie nella riviera romagnola”, 3 dicembre 2015, p.327, Università di Firenze
- ↑ Rapporto Cross, Secondo rapporto trimestrale sulle aree settentrionali, per la presidenza della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno mafioso p.143
- ↑ Osservatorio sulla Criminalità Organizzata della Provincia di Rimini, ‘ndrangheta, camorra e mafia siciliana in Emilia-Romagna (2010-2015), 2016, p. 9.
- ↑ Vittorio Mete, La ‘ndrangheta a Reggio dagli anni ’70: Dragone non fu la causa ma l’effetto, Archivio – Gazzetta di Reggio, 3 novembre 2018, consultato il 17 febbraio 2024.
- ↑ Osservatorio sulla Criminalità Organizzata della Provincia di Rimini, ‘ndrangheta, camorra e mafia siciliana in Emilia-Romagna (2010-2015), 2016, pp. 11–13.
- ↑ Citato in Massimo Lauria, ‘ndrangheta in Emilia-Romagna: l’esempio del sindaco di Modena nel contrasto agli affari dei clan, avvisopubblico.it, 18 marzo 2021.Consultato il 20 febbraio 2025.
- ↑ Agenzia DIRE, ‘ndrangheta in affari al Nord, a Reggio Emilia nel 2024 interdette 80 imprese, notizie.tiscali.it, 28 dicembre 2024. Consultato il 20 febbraio 2025.
- ↑ Osservatorio sulla Criminalità Organizzata della Provincia di Rimini, ‘ndrangheta, camorra e mafia siciliana in Emilia-Romagna (2010-2015), 2016, p.44
- ↑ Osservatorio sulla Criminalità Organizzata della Provincia di Rimini, ‘ndrangheta, camorra e mafia siciliana in Emilia-Romagna (2010-2015), 2016, p.52
- ↑ Ibidem
- ↑ Dimostrato dall’operazione Rischiatutto
- ↑ Osservatorio sulla Criminalità Organizzata della Provincia di Rimini, ‘ndrangheta, camorra e mafia siciliana in Emilia-Romagna (2010-2015), 2016, pp. 55,56
- ↑ Citato in Osservatorio sulla Criminalità Organizzata della Provincia di Rimini, ‘ndrangheta, camorra e mafia siciliana in Emilia-Romagna (2010-2015), 2016, p.71
- ↑ Osservatorio sulla Criminalità Organizzata della Provincia di Rimini, ‘ndrangheta, camorra e mafia siciliana in Emilia-Romagna (2010-2015), 2016, p.76
- ↑ Corriere della Calabria, ‘Ndrangheta in Emilia-Romagna, l’espansione delle ‘ndrine tra estorsioni e interessi nella ristorazione, corrieredellacalabria.it, 19 agosto 2024. Consultato il 24 febbraio 2025.
- ↑ Libera Bologna, La febbre del cibo. Le ombre della ristorazione bolognese, video-inchiesta di Libera Bologna, 15 febbraio 2024, minuto 28.
- ↑ Libera Bologna, La febbre del cibo. Le ombre della ristorazione bolognese, video-inchiesta di Libera Bologna, 15 febbraio 2024.
- ↑ Gian Guido Nobili, “Strumenti e politiche della Regione Emilia-Romagna nel contrasto alle mafie”, in Mafie, legalità, lavoro . Rapporto 2018, n.48, a cura di Silvia Borelli e Vittorio Mete, p. 154.
- ↑ "La Banda", Gruppo dello Zuccherificio e Adest, “Gioco d’azzardo in Emilia-Romagna, tra legale e illegale”, in Il cane non ha abbaiato. Aemilia, beni confiscati, gioco d’azzardo in Emilia-Romagna. 2017, a cura di Gruppo dello Zuccherificio, pp. 92,93,94
- ↑ "La Banda", Gruppo dello Zuccherificio e Adest, “Gioco d’azzardo in Emilia-Romagna, tra legale e illegale”, in Il cane non ha abbaiato. Aemilia, beni confiscati, gioco d’azzardo in Emilia-Romagna. 2017, a cura di Gruppo dello Zuccherificio, p. 96
- ↑ Atto di indirizzo politico, Risoluzione dell’Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna Legislatura X, ogg. n. 124, 2 febbraio 2015
- ↑ Ufficio stampa, Prevenzione e contrasto delle infiltrazioni mafiose negli appalti: Regione Emilia-Romagna e Prefetture firmano Protocollo d’intesa, avvisopubblico.it, 15 marzo 2018. Consultato il 27 febbraio 2025
- ↑ Direzione Investigativa Antimafia (2023). Relazione I semestre 2023, Roma, p.140
- ↑ Citato in “Le mafie in Emilia-Romagna”, dossier realizzato dall’Università di Bologna Facoltà di Giurisprudenza, Scienze Politiche in collaborazione con le associazioni Ad Est, NoName, Articolo 21, Gruppo Dello Zuccherifici. Rapporto 2012, a cura di Stefania Pellegrini, p. 13
- ↑ Progetto Invisibile, Progetto europeo ENaT-2, 2008
- ↑ Ibidem
- ↑ Citato in Enzo Ciconte, Presenze criminali e mafiose di soggetti stranieri in Emilia-Romagna. Una prima ricognizione, rapporto di novembre 2019, n.3, p. 33
- ↑ Ibidem
- ↑ Ibidem, p.70
- ↑ Ivi, p. 29
- ↑ Citato in “Le mafie in Emilia-Romagna”, dossier realizzato dall’Università di Bologna Facoltà di Giurisprudenza, Scienze Politiche in collaborazione con le associazioni Ad Est, NoName, Articolo 21, Gruppo Dello Zuccherifici. Rapporto 2012, a cura di Stefania Pellegrini, p. 9
- ↑ Ibidem
- ↑ Citato in Enzo Ciconte, Presenze criminali e mafiose di soggetti stranieri in Emilia-Romagna. Una prima ricognizione, rapporto di novembre 2019, n.3, p. 30
- ↑ Citato in “Le mafie in Emilia-Romagna”, dossier realizzato dall’Università di Bologna Facoltà di Giurisprudenza, Scienze Politiche in collaborazione con le associazioni Ad Est, NoName, Articolo 21, Gruppo Dello Zuccherifici. Rapporto 2012, a cura di Stefania Pellegrini, p. 8
- ↑ Agende Rosse Modena, Processo Aemilia. Storia di un processo, processoeamilia.it, 14 agosto 2024
- ↑ AMDuemila, Processo Aemilia, c’è la sentenza con 119 condanne, aantimafiaduemila.com, 31 ottobre 2018
- ↑ Sofia Nardacchione, 'Ndrangheta: 700 anni di carcere al maxiprocesso Aemilia, lavialibera.it, 9 maggio 2022
- ↑ Redazione Giurisprudenza Penale, Procedimento “Aemilia”: depositate le motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione, giurisprudenzapenale.com, 23 ottobre 2022
- ↑ Sofia Nardacchione, 'Ndrangheta: 700 anni di carcere al maxiprocesso Aemilia, lavialibera.it, 9 maggio 2022
- ↑ Sofia Nardacchione, ‘Processo Grimilde. Dopo Aemilia, la ‘ndrangheta faceva affari con frodi e caporalato, lavialibera.it, 22 giugno 2022
- ↑ Emilia-Romagna Notizie, Legalità. Beni confiscati alla criminalità organizzata, dopo il processo ‘Aemilia’ crescono in regione le assegnazioni agli enti locali di immobili e terreni: la Regione pronta a stanziare più risorse per supportare i Comuni nel riutilizzo a fini sociali. L’assessora Mazzoni: “Così si garantiscono valori di giustizia sociale, restituendo alle comunità una ricchezza”, notizie.regione.emilia-romagna.it, 28 febbraio 2025
- ↑ Regione Emilia-Romagna Legalità, Lotta alla criminalità e a tutte le mafie: Emilia-Romagna, nuove azioni e piano per la gestione dei beni confiscati, legalita.regione.emilia-romagna.it
- ↑ Regione Emilia-Romagna Legalità, Beni confiscati alla criminalità. Protocolli d’intesa, legalita.regione.emilia-romagna.it, visitato il 21 giugno 2025
Bibliografia
- Archivio Storico della Gazzetta di Reggio.
- Ciconte, Enzo (1998). Mafia, camorra e ‘ndrangheta in Emilia-Romagna, Rimini, Panozzo Editore, 1998
- Ciconte, Enzo (a cura di) (2018). Presenze criminali e mafiose di soggetti stranieri in Emilia-Romagna. Una prima ricognizione, rapporto di novembre 2019, n.3.
- CROSS (2015). Secondo rapporto trimestrale sulle aree settentrionali, per la presidenza della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno mafioso, Università degli Studi di Milano, marzo 2015.
- Direzione Investigativa Antimafia (2024). Relazione I semestre 2023, Roma.
- Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo (2017). Relazione annuale sulle attività svolte dal Procuratore nazionale e dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo nonché sulle dinamiche e strategie della criminalità organizzata di tipo mafioso, periodo 1 luglio 2015 - 30 giugno 2016, prot. 12720/2017/PNA, 12 aprile 2017.
- Osservatorio sulla Criminalità Organizzata della Provincia di Rimini (2016) ‘Ndrangheta, Camorra e Mafia siciliana in Emilia-Romagna (2010-2015), osservatoriollegalità.rn.it.
- Pellegrini, Stefania (2012) (a cura di) Le mafie in Emilia-Romagna, Rapporto 2012, Bologna.
- Scalia, Vincenzo (2015) (a cura di) . Cosa non solo loro. L’espansione delle mafie nella riviera romagnola, 3 dicembre 2015, Università di Firenze.