Processo per la Strage di Capaci

Il processo per la strage di Capaci è stato il primo procedimento giudiziario volto ad accertare la verità sulla Strage di Capaci, nella quale il 23 maggio 1992 persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie magistrata Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Il processo coinvolse 41 imputati, accusati a vario titolo di essere i mandanti o gli esecutori della strage, e iniziò il 19 aprile 1995. Dopo la sentenza di 1° grado, il processo vide la riapertura dell'istruttoria dibattimentale in appello e l'annullamento con rinvio da parte della Cassazione per 13 imputati, che portò complessivamente a un verdetto definitivo su tutte le posizioni processuali solo il 18 settembre 2008.

Antefatti

Le indagini

Il pubblico ministero titolare delle indagini fu il sostituto procuratore della Repubblica di Caltanissetta Luca Tescaroli.

L'input investigativo che consentì di ricostruire la fase preparatoria ed esecutiva della Strage venne fornito in prima istanza da Giuseppe Marchese, nel settembre 1992, all’indomani dell’inizio della sua collaborazione con la giustizia. Marchese indirizzò gli inquirenti verso Gioacchino La Barbera, Antonino Gioè e tale "Santino Mezzanasca" per giungere all'individuazione dei responsabili.

La conseguente attività investigativa nei loro confronti rivelò che La Barbera e Gioè vivevano in clandestinità a Palermo, in un appartamento di via Ughetti 17, e permise di identificare Mezzanasca in Mario Santo di Matteo. Le intercettazioni successive permisero di acquisire elementi di prova, che poi furono corroborate dalle confessioni di otto uomini d’onore partecipi al delitto.

La chiusura delle indagini

Dopo circa un anno e mezzo di indagini, nel novembre 1993 venne chiusa la richiesta di misure cautelari nei confronti di Giuseppe Agrigento, Leoluca Bagarella, Giovanni Battaglia, Salvatore Biondino, Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi, Mario Santo Di Matteo, Giovan Battista Ferrante, Antonio Gangi, Domenico Gangi, Raffaele Gangi, Gioacchino La Barbera, Pietro Rampulla, Salvatore Riina, Antonino Troia, che venivano accordate tramite ordinanza l'11 aprile 1994.

Nel settembre 1994, venne emessa una nuova ordinanza contro Mariano Agate, Vito Cascio Ferro, Piddu Madonia e Nitto Santapaola, in quanto componenti della "Commissione Regionale" di Cosa Nostra.

Imputati

Complessivamente, gli imputati furono:

  1. Aglieri Pietro
  2. Agrigento Giuseppe
  3. Bagarella Leoluca
  4. Battaglia Giovanni
  5. Biondino Salvatore
  6. Biondo Salvatore
  7. Brusca Bernardo
  8. Brusca Giovanni
  9. Buscemi Salvatore
  10. Calò Giuseppe
  11. Cancemi Salvatore
  12. Di Matteo Mario Santo
  13. Farinella Giuseppe
  14. Ferrante Giovan Battista
  15. Gambino Giacomo Giuseppe
  16. Gangi Calogero
  17. Gangi Domenico
  18. Gangi Raffaele
  19. Geraci Antonino
  20. Giuffré Antonino
  21. Graviano Giuseppe
  22. Graviano Filippo
  23. La Barbera Gioacchino
  24. La Barbera Michelangelo
  25. Lucchese Giuseppe
  26. Madonia Francesco
  27. Montalto Giuseppe
  28. Montalto Salvatore
  29. Motisi Matteo
  30. Provenzano Bernardo
  31. Rampulla Pietro
  32. Riina Salvatore
  33. Sbeglia Salvatore
  34. Sciarabba Giusto
  35. Spera Benedetto
  36. Troia Antonino
  37. Agate Mariano
  38. Santapaola Benedetto

Il processo

Primo grado

Con un apposito decreto, furono nominati:

  • Il presidente Carmelo Zuccaro
  • Il giudice a latere Grazia Anna Maria Arena
  • Sei giudici popolari

Dopo diversi decreti, il processo si aprì il 19 aprile 1995. Il 3, 4 e 5 maggio successivi si tennero udienze nelle quali vennero trattate questioni preliminari riguardanti i 41 imputati. Una volta risolte, il Presidente all'udienza del 12 giugno 1995 dichiarò aperto il dibattimento, che durò circa due anni e sette mesi.

Lo studio della scena e delle metodiche di attivazione dell'esplosivo

Per ricostruire le dinamiche dell'attentato fu studiato in modo meticoloso il paesaggio della scena e di tutti i detriti lasciati dall'esplosione.

Il tratto autostradale interessato dall’esplosione venne identificato con quello individuato nel km "4 + 773" della corsia lato monte, nel senso di marcia Punta Raisi - Palermo, larga 10 metri.

In questo punto vi era il cratere determinato dall'esplosione, la cui forma poteva assimilarsi a quella di una ellisse. Lo scoppio dell’esplosivo doveva necessariamente essere stato sollecitato a distanza, sia per ragioni di sopravvivenza di chi aveva il compito di azionare la carica, sia perché, se quest’individuo si fosse posizionato vicino alla stessa al momento dell’attivazione, non solo non avrebbe avuto modo di sapere quando dar via al comando, perchè per la posizione dell’esplosivo, collocato come si immagina sotto il livello stradale non sarebbe stato in grado di scegliere il momento di allineamento fra l’obiettivo e la carica, ma non avrebbe mai potuto avere il tempo per allontanarsi e mettersi in salvo dall’esplosione.

La posizione dei luoghi posti a monte del punto dell’esplosione rese evidente agli inquirenti che quelle zone potevano aver costituito il punto di osservazione per gli autori dell’attentato, in quanto quella posizione garantiva loro sia la visione piena del nastro autostradale, sia l’eventuale avvistamento e avvicinamento dell’obiettivo da colpire.

In tale ottica furono eseguite delle perlustrazioni sui luoghi circostanti e gli investigatori accertarono che lungo la strada ci si imbatteva in un cancello, privo di serratura, oltre il quale ci si poteva immettere in una stradella asfaltata, interrotta dopo circa 70 metri da una frana, e, prima di essa, da una recinzione di filo spinato i cui fili risultavano tranciati in modo tale da consentire il passaggio.

A 150 metri dalla frana, sulla scarpata lato mare, venne individuato un primo albero che attirò l’attenzione degli inquirenti perché nel lato destro ne risultavano tranciati i rami che vennero ritrovati nel terreno adiacente.

Apparve subito evidente che i rami erano stati tagliati perché ostruivano la visuale del tratto autostradale, infatti, da quel punto di osservazione, oltre a vedere perfettamente il luogo interessato allo scoppio, si aveva una visione panoramica dell’autostrada, per circa un chilometro di distanza, che consentiva di seguire il corteo delle macchine anche ad occhio nudo.

Nei paraggi furono trovati numerosi mozziconi di sigaretta, pertanto venne conferito l’incarico al Servizio Investigazioni Scientifiche di Parma e alla Polizia Scientifica di Roma di ricercare i dati biologici sulle cicche di sigarette e sui due fili di capello ritrovati, nonché sulla verifica di eventuali impronte papillari.

In esito a tali ulteriori indagini, i consulenti del P.M. pervennero “ad una attribuzione di alta compatibilità con il sangue di Di Matteo e La Barbera per i genotipi riconosciuti internazionalmente come 2-4, sui tre mozziconi di marca Merit”, mentre l’accertamento fu negativo per quanto riguardava il DNA di Gioé.

Inoltre, grazie ad approfonditi studi sull'esplosione, si riuscì a ricostruire anche il meccanismo di attivazione della bomba, come confermò il teste Hackman dell'FBI:

“E, quindi, secondo noi il sistema che è stato utilizzato è un sistema a telecomando, via radio, con un ricevitore vicino all'esplosivo e un’apparecchiatura che trasmette un impulso a quel ricevitore".

Gli interrogatori

Tra la fine del 1995 e l'inizio del 1996 venivano interrogate le persone coinvolte nelle indagini o che avevano avuto a che fare con le vittime: gli ufficiali di polizia presenti sul posto il giorno dell'attentato; conoscenti delle vittime; membri della Direzione Investigativa Antimafia, per spiegare le dinamiche di lavoro di Giovanni Falcone e gli antefatti che avevano portato al suo attentato; consulenti incaricati di chiarire questione tecniche, come quella dell'esplosivo.

Il 15 aprile 1996 si cominciarono a esaminare anche gli imputati, con l'interrogatorio di tre giorni di Mario Santo Di Matteo, che aveva manifestato nel corso delle indagini preliminari l’intenzione di collaborare con la giustizia.

Nelle udienze del 19 e 20 aprile 1996 si procedeva all’esame dell’imputato Salvatore Cancemi, che aveva anch’egli dichiarato di voler collaborare.

Il 19 settembre 1996 veniva interrogato Tommaso Buscetta.

In seguito continuarono gli interrogatori a Calogero Ganci, Giovan Battista Ferrante, che furono seguiti dagli interrogatori a tutti gli altri imputati.

I collaboratori di giustizia

I collaboratori di giustizia nel processo furono 17.

Una decisiva svolta nelle indagini fu determinata dal contributo investigativo fornito da Mario Santo Di Matteo, il quale, confessando la sua personale partecipazione alla fase esecutiva della strage, chiarì anche il ruolo di altri imputati, fornendo una dettagliata ricostruzione delle fasi preparatoria ed esecutiva dell'attentato, la cui attendibilità trovò riscontro nell'esito delle indagini.

Anche Salvatore Cancemi rese dichiarazioni di rilevante valore probatorio in ordine alla strage, consentendo di acquisire elementi di prova decisivi, del tutto ignoti agli inquirenti, e di integrare un quadro probatorio che, prima della sua collaborazione, era ancora insufficiente. Molte sue dichiarazioni trovarono positivo riscontro probatorio sia nell’esito degli accertamenti tecnici di tipo balistico e chimico-fisico sia nella dinamica dell’attentato già ricostruita dal collegio dei consulenti tecnici nominati dal pubblico ministero.

Inoltre, ampie e dettagliate dichiarazioni confessorie furono rese in ordine alla fase preparatoria ed esecutiva dell’attentato dal collaboratore di giustizia Gioacchino La Barbera, che, una volta chiamato in causa, diede ulteriore linfa all’ipotesi accusatoria fondata sulle primigenie propalazioni del Di Matteo e del Cancemi.

A queste si aggiunsero le dichiarazioni di Brusca e Buscetta, che fornirono un contributo fondamentale per la comprensione del fenomeno mafioso e delle sue dinamiche interne. Le dichiarazioni di Brusca, inoltre, aiutarono a ricostruire i minuti che precedettero all'esplosione, in quanto fu proprio lui a premere il pulsante che attivò la bomba:

“Ho visto una grande fumata, una vampa di fuoco e non tutta in una volta ma bensì a ripetizione, secondo me erano i fustini che man mano, cioè fra di loro si andavano, per forza, non so come viene descritta...ho visto questo tipo di fiammantazione, cioè partendo al centro poi tutto evade e si andava facendo questo tipo di esplosione, però non ho visto più niente, cioè ho visto solo queste due cose...ho provato, non lo so la fine del modo, cioè ho visto una cosa molto, molto terribile. Cioè effettivamente un momento di esitazione l’ho avuto, anche in quel momento, non perché oggi lo sto dicendo, perché non è molto facile[1]".

La conclusione del processo di 1° grado

Finiti gli interrogatori e gli accertamenti tecnici sulla dinamica, l’udienza del 21 maggio 1997 fissava l'inizio della fase di discussione, durante la quale le parti avrebbero formulato e illustrato le loro conclusioni.

Il 1° settembre successivo la Corte si ritirò in camera di consiglio per deliberare; il dispositivo della sentenza venne letto il 26 settembre e condannò:

  • Aglieri, Bagarella, Biondino, Biondo, Bernardo Brusca, Calo', Domenico Ganci, Raffaele Ganci, Geraci, Filippo Graviano, Giuseppe Graviano, Greco, Michelangelo La Barbera, Giuseppe Madonia, Giuseppe Montalto, Salvatore Montalto, Motisi, Provenzano, Rampulla, Riina, Santapaola, Spera e Troia, alla pena dell’ergastolo e dell’isolamento diurno per la durata di diciotto mesi;
  • Giovanni Brusca, concesse le attenuanti generiche dichiarate prevalenti sulle aggravanti contestate, alla pena di ventisei anni di reclusione;
  • Cancemi, concesse le attenuanti generiche ritenute prevalenti sulle aggravanti contestate, alla pena di ventuno anni di reclusione;
  • Ferrante alla pena di diciassette anni di reclusione;
  • Gioacchino La Barbera alla pena di quindici anni i e due mesi di reclusione;
  • Di Matteo e Calogero Ganci alla pena di anni quindici di reclusione ciascuno;
  • Agrigento, alla pena di undici anni di reclusione e quattro milioni di lire di multa.

Vennero assolti invece Giuseppe Lucchese, Salvatore Sbeglia, Giusto Sciarabba, Mariano Agate, Salvatore Buscemi, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffré e Francesco Madonia.

Ulteriori gradi di giudizio

Primo Appello

Il processo d'appello si tenne davanti al collegio della Corte di Assise di Appello di Caltanissetta presieduto da Giancarlo Trizzino, con giudice a latere Vincenzo Pedone e sei giudici popolari. All’udienza del 4 maggio 1999 la Corte iniziava il dibattimento.

Dopo più di un anno di revisione del processo, la Corte, ultimata la discussione, si ritirava in Camera di consiglio per deliberare e, rientrata in aula, alla pubblica udienza del 7 aprile 2000 il Presidente dava lettura del dispositivo della sentenza, stabilendo:

Una riduzione della pena a:

  • Cancemi (20 anni e 11 mesi di reclusione);
  • Giovanni Brusca (19 anni e 11 mesi di reclusione);
  • Galliano (18 anni e 11 mesi di reclusione, eliminando la pena pecuniaria);
  • Ferrante (15 anni e 11 mesi di reclusione);
  • Di Matteo, Ganci Calogero e La Barbera Gioacchino (13 anni di reclusione).

una conferma della condanna per 29 imputati e la condanna di 7 degli 8 assolti del primo grado. Escluse ogni effetto estensivo nei confronti del coimputato non appellante Provenzano Bernardo.

Cassazione

La V sezione penale della Corte di Cassazione presieduta da Guido esaminò i ricorsi proposti dei 33 imputati condannati in Appello e il 30 aprile 2002:

  • rigettò i ricorsi di Giuseppe Agrigento, Leoluca Bagarella, Giovanni Battaglia, Salvatore Biondino, Salvatore Biondo, Salvatore Cancemi, Mario Santo Di Matteo, Giovan Battista Ferrante, Antonino Galliano, Domenico Ganci, Raffaele Ganci, Filippo Graviano, Giuseppe Graviano, Gioacchino La Barbera, Michelangelo La Barbera, Pietro Rampulla,Salvatore Riina, Benedetto Santapaola, Antonino Troia e Mariano Agate. Inoltre, li condannò al pagamento delle spese processuali.
  • accolse i ricorsi e annullò quindi la sentenza nei confronti di Pietro Aglieri, Salvatore Buscemi, Giuseppe Calò, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffré, Antonino Geraci, Carlo Greco, Francesco Madonia, Giuseppe Montalto, Salvatore Montalto, Matteo Motisi e Benedetto Spera. Inoltre, rinviò la determinazione della loro pena alla Corte di Assise di appello di Catania.

Secondo appello

La Corte d'Assise d'Appello di Catania, con la sentenza del 22 aprile 2006, ribadì le condanne inflitte dalla Corte d'Assise d'Appello di Caltanissetta, con riferimento alle 13 pronunce annullate dalla V sezione.

Cassazione

Il 18 settembre 2008 confermò la sentenza d'appello e le relative condanne.

Perché Falcone fu ucciso

Il processo appurò che Falcone venne ucciso per tre ragioni.

In primis, il sentimento di vendetta che animava i vertici di Cosa nostra per quanto aveva fatto a Palermo in qualità di giudice istruttore che aveva contribuito soprattutto a istruire il Maxiprocesso, e a Roma, quale Direttore generale degli Affari Penali del Ministero della Giustizia dal febbraio 1991, con i vari provvedimenti legislativi e amministrativi promossi, con particolare riferimento a:

  • le misure per lo scioglimento dei consigli comunali e provinciale e di organi di altri enti locali conseguenti a infiltrazioni mafiose;
  • l’istituzione della DIA, della DNA, del fondo di sostegno per le vittime di richieste estorsive;
  • le norme sull’ineleggibilità di coloro che avevano riportato condanne;
  • le limitazioni dell’uso del contante e dei titoli al portatore;
  • il dl 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, che prevedeva limiti alla possibilità per i condannati di delitti di criminalità mafiosa di usufruire della liberazione condizionale,
  • l’introduzione dell’aggravante a effetto speciale per i reati di mafia e l’attenuante speciale per chi collabora con la giustizia,
  • un regime speciale agevolativo per effettuare le intercettazioni;
  • un provvedimento legislativo che impediva la scarcerazione degli imputati del maxiprocesso, per decorrenza dei termini di durata della custodia cautelare in carcere.

In secondo luogo, la preoccupazione per l’attività che Falcone avrebbe potuto compiere, soprattutto nel settore della gestione illecita degli appalti, tanto più se fosse divenuto Procuratore Nazionale Antimafia. Le affermazioni di Falcone che «la mafia era entrata in borsa» avevano indotto a temere che Falcone avesse capito che dietro la quotazione in borsa del gruppo Ferruzzi vi fosse effettivamente Cosa nostra.

La terza è di tipo politico e si inquadra nel più ampio progetto terroristico eversivo, ideato nell’autunno del 1991, sintetizzato dalle parole di Salvatore Riina: «bisogna prima fare la guerra prima di fare la pace», riportate da Filippo Malvagna, che rappresentano un ragionamento politico. A seguito del nefasto esito del maxiprocesso, derivante dalla sentenza della Corte di Cassazione del 30 gennaio 1992 e del conseguente insuccesso dei tentativi di condizionarne l’esito, Cosa nostra colpì gli acerrimi nemici e i tradizionali referenti politico istituzionali. Con il ricatto a suon di bombe, attuato con otto stragi (due in Sicilia e sei nel continente) e plurimi omicidi1, i vertici del sodalizio vollero fare una guerra allo Stato per piegarlo e indurlo a trattare, in un periodo di sfaldamento dei partiti di governo, falcidiati dalle indagini su Tangentopoli.

E ciò al fine di creare un assetto di potere ritenuto funzionale alle proprie aspettative, condizionando la politica legislativa del governo e del parlamento e riannodando il rapporto politico mafioso sfaldato con altri referenti. In tale quadro, la strage di Capaci è stata eseguita in una fase di instabilità e di fragilità della democrazia, caratterizzata da un vero e proprio «ingorgo istituzionale».

Il 2 febbraio 1992, infatti, il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga scioglieva le Camere, il 5-6 aprile venivano svolte le elezioni per il rinnovo del Parlamento e il 25 aprile 1992 il Presidente Cossiga si dimetteva. L’eccidio determinò l’accelerazione e l’individuazione del nuovo Presidente della Repubblica, sull’onda emotiva dello sdegno, a valle dell’«ingorgo istituzionale».

Al riguardo, Giovanni Brusca riferì che, mentre era in corso la fase preparatoria della strage di Capaci, Riina gli aveva esternato l’auspicio che l’attentato a Falcone venisse eseguito prima della nomina del Presidente della Repubblica, perché in tal modo si sarebbe impedita l’elezione dell’on. Andreotti a quella carica.

In effetti, quando avvenne la Strage, da dodici giorni il Parlamento era bloccato dai veti contrapposti nell’individuare un candidato alla Presidenza della Repubblica sul quale far convergere la maggioranza dei consensi, anche se sullo sfondo rimaneva sempre vitale l’immagine di una candidatura forte come quella di Giulio Andreotti. Alla fine, due giorni dopo la strage, il Presidente della Camera Oscar Luigi Scalfaro venne eletto Presidente della repubblica con 672 voti, superando “l’impasse” prodotto dal fallimento delle candidature Forlani, Conso e Vassalli.

Dopo il processo

A seguito delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza nel 2008, per la Strage di Capaci venne celebrato un nuovo processo, il "Capaci bis", che portò alla condanna all'ergastolo di Salvatore Madonia, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro e Lorenzo Tinnirello.

Note

  1. Giovanni Brusca, Sentenza 10/97 contro "Aglieri + 40", Corte di Assise di Caltanissetta, 26 settembre 1997.

Bibliografia

  • Ietti, Guido (2002). Sentenza n. 18845/03 contro "Aglieri + 33", Suprema Corte di Cassazione - V Sezione Penale, 31 maggio.
  • Loforti, Gilda (1994). Ordinanza di Custodia Cautelare in Carcere - Procedimento Penale 2111/93, Tribunale di Caltanissetta - Ufficio del Giudice per le indagini preliminari, 11 aprile.
  • Lodato, Saverio (2006). “Ho ucciso Giovanni Falcone. La confessione di Giovanni Brusca", Milano, Mondatori.
  • Trizzino, Giancarlo (2000). Sentenza 11/2000 contro "Aglieri + 38", Corte di Assise di Appello di Caltanissetta, 7 aprile.
  • Zuccaro, Carmelo (1997). Sentenza 10/97 contro "Aglieri + 40", Corte di Assise di Caltanissetta, 26 settembre 1997.