Corruzione

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«In queste organizzazioni la violenza e la crudeltà non sono mai gratuite, ma rappresentano l'ultima risorsa»

(Giovanni Falcone)[1]

corruzione

La corruzione è lo scambio illecito tra chi esercita un potere pubblico e chi è disposto a pagarlo, con denaro o altri favori, per piegarlo ai propri interessi. In Italia è un fenomeno antico e radicato, che le inchieste giudiziarie hanno portato alla luce più volte: da Mani Pulite, iniziata il 17 febbraio 1992, fino agli scandali del MOSE di Venezia, dell'Expo 2015 di Milano e di Mafia Capitale a Roma, tutti esplosi nel 2014.

Corruzione e mafie sono due fenomeni criminali distinti: esistono sistemi corruttivi senza mafiosi e clan che prosperano senza corrompere nessuno. Sono però fortemente intrecciati. Le mafie usano la corruzione per ottenere impunità, appalti e consenso. A loro volta, i sistemi corruttivi possono servirsi dei mafiosi come "garanti" dei patti illeciti.

Che cos'è la corruzione

La definizione giuridica

Le convenzioni internazionali, a partire dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione (UNCAC, aperta alla firma a Mérida il 9 dicembre 2003), descrivono la corruzione come un comportamento a due facce. Da un lato c'è chi promette, offre o dà a un pubblico ufficiale un vantaggio indebito perché compia (o non compia) un atto del suo ufficio; dall'altro c'è il pubblico ufficiale che chiede o accetta quel vantaggio[2]. Per un quadro completo degli strumenti internazionali ed europei si rimanda agli studi specialistici[3].

Nel codice penale italiano la corruzione è costruita come un vero e proprio patto illecito (pactum sceleris): corrotto e corruttore si accordano su prestazioni reciproche, proprio come in un contratto, ma l'oggetto dello scambio è l'uso distorto di un potere pubblico. Le principali figure di reato sono:

  • la corruzione per l'esercizio della funzione (art. 318 c.p.);
  • la corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio (art. 319 c.p.)
  • la corruzione in atti giudiziari (art. 319-ter c.p.).

A queste si affiancano la concussione (art. 317 c.p.) e l'induzione indebita (art. 319-quater c.p.), nelle quali è il pubblico ufficiale a costringere o indurre il privato a pagare.

Proprio la natura di patto rende la corruzione difficile da scoprire. Entrambe le parti ottengono ciò che vogliono e sono punite allo stesso modo: nessuna ha interesse a denunciare. La vittima, cioè la collettività, quasi mai sa di esserlo[4].

Corruzione penale e "cattiva amministrazione"

Con la legge 6 novembre 2012, n. 190' (nota come legge Severino) l'Italia ha affiancato alla repressione penale un sistema di prevenzione, affidato allAutorità nazionale anticorruzione (ANAC) e ai piani anticorruzione delle singole amministrazioni. In questa prospettiva ha preso piede una nozione più ampia di corruzione, vicina all'inglese maladministration: non solo i reati, ma ogni malfunzionamento dell'amministrazione dovuto all'uso delle funzioni pubbliche per fini privati. Non si tratta di un nuovo reato. È un modo di guardare ai rischi (conflitti di interesse, scarsa trasparenza, assenza di controlli) prima che diventino illeciti[5].

Corruzione episodica e corruzione organizzata

Non tutta la corruzione è uguale. Esiste una corruzione episodica o "pulviscolare": la piccola mazzetta al funzionario per chiudere un occhio su un abuso edilizio o su un controllo fiscale. L'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone l'ha definita il "rumore di fondo" della corruzione[6].

Accanto a questa esiste una corruzione sistemica, nella quale la tangente diventa la regola per fare affari con la pubblica amministrazione.

I politologi Donatella della Porta e Alberto Vannucci distinguono tre forme di corruzione sistemica[7]:

  • la corruzione pulviscolare, fatta di scambi occasionali e di basso valore, alimentata soprattutto dall'inefficienza burocratica;
  • la corruzione reticolare, in cui gli stessi attori si incontrano spesso e si fidano l'uno dell'altro, senza un "capo" riconosciuto;
  • la corruzione organizzata, in cui esiste un garante (una persona o un'organizzazione) che risolve le liti, punisce chi tradisce i patti e protegge tutti dalle indagini.

Il garante può essere un partito, come accadeva ai tempi di Tangentopoli, un imprenditore, un faccendiere o un'organizzazione mafiosa.

Quando il sistema converge verso un unico centro di autorità gli studiosi parlano di corruzione centripeta (è il caso del MOSE, dove il Consorzio Venezia Nuova regolava l'intera rete).

Quando invece convivono più centri in competizione si parla di corruzione centrifuga (è il caso della cosiddetta "cupola" degli appalti di Expo 2015)[8].

Quanto è diffusa: il problema della misura

Misurare la corruzione è molto difficile, perché la gran parte dei casi non viene mai scoperta (la cosiddetta "cifra oscura"). Il dato secondo cui la corruzione costerebbe all'Italia 60 miliardi di euro l'anno, ripetuto per anni anche in sedi istituzionali, non ha basi solide: nasce dall'applicazione al PIL italiano di una vecchia stima globale della Banca Mondiale (il 3% del PIL mondiale)[9].

Anche le condanne dicono poco. Uno studio del magistrato Piercamillo Davigo e della giurista Grazia Mannozzi sulle sentenze definitive per fatti commessi tra il 1983 e il 2002 ha mostrato che nei distretti di Caltanissetta e Reggio Calabria, territori ad altissima presenza mafiosa, c'era stata meno di una condanna per corruzione ogni 100.000 abitanti in vent'anni[10]. Un dato che non indica assenza di corruzione, ma la difficoltà di farla emergere.

Per questo si usano spesso gli indici di percezione, come il Corruption Perceptions Index (CPI) di Transparency International. Nell'edizione 2025, pubblicata il 10 febbraio 2026, l'Italia ha ottenuto 53 punti su 100, collocandosi al 52° posto su 182 Paesi e al 19° nell'Unione Europea (media UE: 62).

Secondo Transparency International il calo rispetto al 2024 sarebbe legato all'indebolimento del sistema di prevenzione, compresa l'abrogazione dell'abuso d'ufficio[11].

Mafia e corruzione: due fenomeni distinti ma intrecciati

Per molto tempo il rapporto tra mafia e corruzione è stato letto attraverso due stereotipi opposti. Il primo vede le mafie come un anti-Stato che agisce con la violenza, non con la corruzione. Il secondo le vede come un doppio dello Stato, talmente sovrapposto alle istituzioni da rendere superflua la corruzione. Entrambe le letture, secondo Salvatore Sberna e Alberto Vannucci, non spiegano perché i rapporti tra mafiosi e politici cambino nel tempo e da un territorio all'altro[12].

Le inchieste giudiziarie mostrano che i due fenomeni sono autonomi: Mani Pulite ha svelato reti di corruzione sistemica nel Centro-Nord che funzionavano benissimo senza i mafiosi; viceversa, in molte roccaforti mafiose del Sud la rottura dei patti con le istituzioni locali non ha fatto fallire i clan nei mercati illegali[12].

Anche secondo l'ex presidente dell'ANAC Raffaele Cantone mafia e corruzione restano fenomeni diversi: la corruzione mafiosa è solo una delle modalità con cui i clan fanno affari, come il narcotraffico o le estorsioni[13].

Autonomi, tuttavia, non vuol dire scollegati. Una ricerca della Fondazione Res, curata dal sociologo Rocco Sciarrone e basata sulle sentenze della Corte di Cassazione e sulle richieste di autorizzazione a procedere contro i parlamentari, ha rilevato che nell'ultimo decennio esaminato il 45% delle vicende di corruzione politica era stato affrontato anche con l'accusa di reati associativi; nel 27% dei casi si trattava di reati di tipo mafioso[14].

Esponenti della criminalità organizzata compaiono nel 18% dei casi giudicati in Cassazione (che riguardano soprattutto comuni e regioni) e solo nel 4% di quelli che coinvolgono parlamentari: le mafie sono infatti prima di tutto un fenomeno di società locale. La loro presenza è cinque volte più frequente nei casi del Sud e si concentra nel periodo successivo al 1995[15].

Secondo Davigo e Mannozzi, laddove una delle due forme di criminalità non viene combattuta efficacemente, finisce per prosperare anche l'altra[16].

Come le mafie usano la corruzione

Per un mafioso la violenza è costosa e rischiosa: attira l'attenzione delle forze dell'ordine e crea allarme sociale. La corruzione è invece una strada più economica, più sicura e più efficiente per ottenere la collaborazione di politici, funzionari e imprenditori. Con la corruzione i mafiosi legano a sé un'ampia rete di persone "con invisibili ma robusti fili di illegalità" e trasformano i rapporti in "giochi a somma positiva", nei quali tutti i partecipanti guadagnano qualcosa e i costi ricadono sulla collettività[15]. C'è poi un vantaggio ulteriore: il funzionario corrotto è più fedele di quello intimidito, perché diventa complice e quindi ricattabile[13].

Comprare impunità e informazioni

Il primo obiettivo è sottrarsi alle indagini e ai processi. Un ex appartenente a un clan della provincia di Messina ha raccontato di aver "aggiustato" processi corrompendo magistrati e di aver saputo in anticipo di un'importante retata grazie a carabinieri a libro paga[17]. L'impunità è un vantaggio decisivo anche nella competizione con gli altri clan: il gruppo che ha i "contatti giusti" è più forte dei rivali[18].

Conquistare appalti, risorse pubbliche e consenso

Il secondo obiettivo è mettere le mani sulla spesa pubblica. Negli anni Ottanta Angelo Siino, poi divenuto collaboratore di giustizia, era noto come il "ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra": fissava e distribuiva le tangenti sugli appalti siciliani[13]. Il collaboratore Antonino Giuffrè ha descritto il cosiddetto "tavolino", attorno al quale mafiosi e imprenditori decidevano in anticipo l'assegnazione dei lavori sopra una certa soglia, garantendo le tangenti sia ai politici sia alla famiglia mafiosa competente per territorio[19]. Schemi simili sono emersi per la ricostruzione dopo il terremoto dell'Irpinia del 23 novembre 1980 (il "tavolino a tre gambe" tra camorristi, politici e imprenditori) e per i lavori sull'autostrada Salerno-Reggio Calabria[13].

Lo scambio passa spesso per il voto. Un collaboratore di giustizia calabrese lo ha riassunto così: la 'ndrangheta ha bisogno della politica e la politica ha bisogno della 'ndrangheta, «a loro i voti, a noi i cantieri»[20].

Ecco perché il comune è il livello più esposto: nei piccoli centri bastano pochi voti per decidere un'elezione[21].

Il metodo collusivo-corruttivo e l'espansione al Centro-Nord

Negli ultimi decenni il ricorso alla corruzione è cresciuto. Secondo la Direzione nazionale antimafia, le mafie hanno finito per privilegiare il metodo collusivo-corruttivo rispetto a quello intimidatorio, affidandosi spesso a un "facilitatore": un ex politico o ex funzionario che conosce i tempi e i meandri della macchina pubblica e mette in contatto chi chiede tangenti con chi cerca appalti[22].

La Commissione parlamentare antimafia ha sintetizzato questa dinamica osservando che le mafie «non determinano la corruzione ma arrivano dove essa già c'è»[23]. Dove la corruzione è diffusa, insomma, i clan trovano la porta già aperta[24].

Le mafie si sono spinte anche in settori nuovi, come la sanità e l'accoglienza dei migranti, dove circolano molte risorse spesso gestite in emergenza[13]. Sulla vulnerabilità della sanità regionale alla corruzione organizzata si vedano gli studi di della Porta, Sberna e Vannucci[25].

Non a caso tra gli enti sciolti per infiltrazioni mafiose figurano anche alcune aziende sanitarie.

Come la corruzione usa le mafie

Il rapporto funziona anche al contrario. Un patto corruttivo è un accordo fragile: è illegale, non può essere fatto valere davanti a un giudice e chi lo tradisce non rischia nulla di formale. Più la rete è grande, più cresce il bisogno di qualcuno che garantisca il rispetto delle regole non scritte[7].

Le mafie possono offrire proprio questo servizio. In questo caso i mafiosi non sono "attori" in campo ma "arbitri": stanno fuori dallo scambio ma ne assicurano il corretto funzionamento[15]. Lo ha spiegato in modo efficace il responsabile siciliano di una grande impresa del Nord negli anni della Prima Repubblica: il sistema degli appalti in Sicilia funzionava come nel resto d'Italia, ma con «più disciplina», perché «ogni tanto ci scappa il morto»; la mafia non sedeva al tavolo tra politici, imprenditori e progettisti, ma «c'è, eccome, all'esterno di questo triangolo»[26].

La minaccia della violenza è una risorsa a basso costo che scoraggia qualsiasi tradimento: per questo, dove la presenza mafiosa è stabile, la violenza effettiva è rara. Meno omicidi ci sono, più ordinato è il mercato della corruzione[27]. Questo servizio è richiesto ormai anche fuori dal Mezzogiorno. In Emilia-Romagna, secondo gli atti dell'inchiesta Aemilia, un imprenditore che temeva di essere stato truffato da un intermediario sull'anticipo di una tangente da 1,3 milioni di euro si rivolse a un gruppo di 'ndrangheta per recuperare la somma[28].

Il caso di Mafia Capitale (operazione "Mondo di mezzo", con i primi arresti del 2 dicembre 2014) ha mostrato come un gruppo criminale romano, privo di origini meridionali, abbia conquistato una posizione di monopolio negli appalti comunali per i servizi sociali e l'accoglienza, corrompendo funzionari e politici e offrendo "protezione" agli imprenditori del suo giro[29]. Sul piano giudiziario la natura mafiosa del gruppo è stata riconosciuta in appello (11 settembre 2018) ma esclusa dalla Corte di Cassazione il 22 ottobre 2019, che ha confermato invece le condanne per corruzione e associazione per delinquere. Proprio questo esito mostra quanto sia sottile il confine tra corruzione organizzata e metodo mafioso[30].

Non sempre, però, i sistemi corruttivi cercano i mafiosi. Nell'inchiesta sulla "cupola" degli appalti di Expo 2015 è emerso che i faccendieri al centro della rete cercavano di tenere fuori le organizzazioni mafiose: non per scrupolo morale, ma perché la loro presenza avrebbe reso il sistema più visibile e attirato l'attenzione della magistratura[31]. Un sistema di corruzione ben rodato, capace di regolarsi da sé, può quindi anche ostacolare l'ingresso dei clan.

Un rafforzamento reciproco: quattro modelli di scambio

Il rapporto tra mafiosi e politici non è sempre lo stesso. Dipende da due fattori: quanto è forte e centralizzata l'organizzazione criminale e quanto è forte e stabile l'attore politico. Incrociandoli, Sberna e Vannucci individuano quattro modelli[32]:

Organizzazione criminale centralizzata Reti criminali frammentate
Politici forti e stabili Simbiosi: protezione reciproca di lungo periodo; i clan garantiscono voti e ordine negli appalti, i politici garantiscono impunità Controllo dell'accesso: i politici decidono quali gruppi criminali possono fare affari con il pubblico, in cambio di denaro
Politici deboli e instabili Colonizzazione: i clan entrano direttamente in politica, scelgono i candidati e "occupano" le amministrazioni locali Neutralità: scambi occasionali, semplici tangenti in cambio di favori precisi

Il modello della simbiosi descrive bene i decenni di rapporti pacifici tra Cosa Nostra e alcune correnti della Democrazia Cristiana in Sicilia. Dopo il 1992 il crollo dei partiti della Prima Repubblica e la risposta repressiva dello Stato alle stragi hanno reso questi equilibri più difficili da ricostruire: oggi prevalgono rapporti più frammentati, mediati da imprenditori, professionisti e faccendieri[33].

Lo spazio in cui si muovono tutti questi attori è quella che Sciarrone chiama "area grigia": una zona dai confini mobili dove lecito e illecito si mescolano. I mafiosi vi si trovano a loro agio, ma non sono necessariamente gli attori più importanti, né quelli che guadagnano di più[14].

L'impatto sul sistema economico

I costi della corruzione

Per molto tempo alcuni economisti hanno sostenuto che la corruzione potesse "oliare" una burocrazia lenta e favorire lo sviluppo. I dati hanno smentito questa tesi: esiste una forte correlazione tra corruzione e basso PIL pro capite, e la corruzione scoraggia gli investimenti, anche quelli esteri[34].

La corruzione fa aumentare i costi delle opere pubbliche, abbassa la qualità dei servizi e premia le imprese più disposte a pagare anziché le più efficienti. Crea inoltre un circolo vizioso con l'inefficienza amministrativa: la cattiva amministrazione genera occasioni di corruzione, e la corruzione seleziona funzionari disponibili all'illecito, peggiorando ancora l'amministrazione[7].

I costi delle mafie

Lo studio più citato sugli effetti economici delle mafie è quello dell'economista Paolo Pinotti (Università Bocconi). Pinotti ha confrontato lo sviluppo di Puglia e Basilicata, dove le organizzazioni mafiose si sono radicate a partire dagli anni Settanta, con quello di un insieme di regioni simili rimaste quasi immuni. In trent'anni la presenza mafiosa avrebbe ridotto il PIL pro capite delle due regioni di circa il 16%[35]. Una successiva replica dello studio ha rilevato che la perdita è stata leggermente sovrastimata, ma ha confermato l'impianto generale[36].

Il dato più interessante per questa voce riguarda il meccanismo: secondo Pinotti la perdita non deriva da uno spostamento di ricchezza verso l'economia sommersa, ma dalla sostituzione degli investimenti privati con investimenti pubblici meno produttivi[35]. È esattamente il terreno su cui mafia e corruzione si incontrano.

Quando mafia e corruzione si saldano

Alcuni studi hanno misurato gli effetti di questo incontro. Marco Di Cataldo e Nicola Mastrorocco hanno analizzato i bilanci dei comuni di Calabria, Campania e Sicilia tra il 1998 e il 2016, usando come indicatore gli scioglimenti per infiltrazione mafiosa. Le amministrazioni "catturate" non spendono di più in totale, ma spendono diversamente: più risorse per l'edilizia e lo smaltimento dei rifiuti, settori strategici per i clan, meno per la polizia locale e i trasporti; inoltre riscuotono meno tasse sui rifiuti[37].

Sul fronte delle imprese, tre economisti della Banca d'Italia (Litterio Mirenda, Sauro Mocetti e Lucia Rizzica) hanno studiato le infiltrazioni della 'ndrangheta nelle aziende del Centro-Nord. Le imprese prese di mira sono in genere giovani e poco efficienti. Dopo l'infiltrazione i ricavi crescono, ma senza un aumento proporzionale di personale e capitale; la situazione finanziaria peggiora fino all'uscita dal mercato. È il profilo di un comportamento predatorio, in cui l'impresa serve a riciclare denaro o a estrarre rendite[38]. La versione preliminare dello studio segnala anche un effetto negativo di lungo periodo sulla crescita economica dei territori coinvolti[39].

Un caso particolare riguarda i fondi europei. Ci si aspetterebbe che dove mafia e corruzione sono più forti si cerchi di intercettare più risorse. In realtà Sicilia, Campania e Calabria sono tra le regioni con la più bassa capacità di spesa dei fondi UE e, insieme, con la più alta percentuale di frodi scoperte. Secondo Sberna e Vannucci, la corruzione diffusa indebolisce le amministrazioni fino a renderle incapaci di gestire procedure complesse, e i controlli europei, più difficili da corrompere, scoraggiano l'allargamento delle reti illecite[40].

Gli strumenti di contrasto

L'Italia dispone di strumenti specifici contro l'intreccio tra mafia e politica, assenti in molti altri Paesi europei[41]. Oltre all'associazione di tipo mafioso (art. 416-bis c.p.), introdotta dalla legge 13 settembre 1982, n. 646 (legge Rognoni-La Torre), esistono:

  • lo scambio elettorale politico-mafioso (art. 416-ter c.p.), introdotto dal decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306 e riformato con le leggi 17 aprile 2014, n. 62 e 21 maggio 2019, n. 43;
  • lo scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose, previsto dal decreto-legge 31 maggio 1991, n. 164 e oggi regolato dall'art. 143 del Testo unico degli enti locali;
  • l'estensione delle misure di prevenzione patrimoniali (sequestri e confische) agli indiziati di alcuni reati contro la pubblica amministrazione, introdotta nel Codice antimafia dalla legge 17 ottobre 2017, n. 161.

Sul versante della prevenzione, la legge n. 190/2012 ha istituito il sistema dell'ANAC e dei piani anticorruzione. Negli appalti sono state introdotte le white list delle imprese non soggette a rischio di infiltrazione e l'obbligo di tracciabilità dei flussi finanziari.

L'abolizione dell'abuso d'ufficio

Il dibattito resta aperto. Con la legge 9 agosto 2024, n. 114, in vigore dal 25 agosto 2024, il Parlamento ha abrogato il reato di abuso d'ufficio (art. 323 c.p.).

I sostenitori della riforma la ritenevano necessaria per liberare gli amministratori dalla cosiddetta "paura della firma", dato il gran numero di procedimenti che si concludevano senza condanna. I critici, tra cui molti magistrati e Transparency International, hanno sostenuto che l'abrogazione crea vuoti di tutela proprio in quella fase di "abuso" che spesso precede la corruzione vera e propria.

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 95 del 2025 (depositata il 3 luglio 2025), ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimità sollevate, pur riconoscendo l'esistenza di vuoti di tutela penale[42].

Note

  1. ↑ Giovanni Falcone, in collaborazione con Marcelle Padovani (1991). Cose di Cosa Nostra, Milano, Rizzoli, p. 28.
  2. ↑ Raffaele Cantone, Enrico Carloni (2018). Corruzione e anticorruzione. Dieci lezioni, Milano, Feltrinelli, lezione 1, par. 1.5.
  3. ↑ Si veda Nicoletta Parisi (2019). "La prevenzione della corruzione nel modello internazionale ed europeo", in federalismi.it, 8 maggio.
  4. ↑ Cantone, Carloni, op. cit., lezione 2, par. 2.2.
  5. ↑ Cantone, Carloni, op. cit., lezione 1, par. 1.8 e lezione 5.
  6. ↑ Cantone, Carloni, op. cit., lezione 4, par. 4.2.
  7. ↑ 7,0 7,1 7,2 Donatella della Porta, Alberto Vannucci (2021). La corruzione come sistema. Meccanismi, dinamiche, attori, Bologna, il Mulino, cap. I, par. 4.
  8. ↑ Donatella della Porta, Salvatore Sberna, Alberto Vannucci (2015). "Centripetal and Centrifugal Corruption in Post-democratic Italy", in Italian Politics, Vol. 30, Berghahn Books, pp. 198-217.
  9. ↑ Cantone, Carloni, op. cit., lezione 2, par. 2.1.
  10. ↑ Cantone, Carloni, op. cit., lezione 2, par. 2.3.
  11. ↑ Transparency International Italia, CPI 2025: l'Italia conferma il dietrofront, transparency.it, consultato il 6 novembre 2026; si veda anche Indice di percezione della corruzione, Quotidiano.net, 10 febbraio 2026.
  12. ↑ 12,0 12,1 Sberna, Vannucci, op. cit., pp. 92-94.
  13. ↑ 13,0 13,1 13,2 13,3 13,4 Cantone, Carloni, op. cit., lezione 4, par. 4.4.
  14. ↑ 14,0 14,1 Rocco Sciarrone (a cura di) (2017). Politica e corruzione. Partiti e reti di affari da Tangentopoli a oggi, Roma, Donzelli, Introduzione.
  15. ↑ 15,0 15,1 15,2 Sciarrone, op. cit., cap. V (Luciano Brancaccio, Vittorio Mete, Attilio Scaglione, "Gli attori e i reticoli della corruzione").
  16. ↑ Piercamillo Davigo, Grazia Mannozzi (2007). La corruzione in Italia. Percezione sociale e controllo penale, Roma-Bari, Laterza, p. 281. Citato in Sciarrone, op. cit., cap. I.
  17. ↑ Ho corrotto due giudici per un'assoluzione, Gazzetta del Sud, 25 marzo 2016. Citato in Sberna, Vannucci, op. cit., p. 96.
  18. ↑ Sberna, Vannucci, op. cit., pp. 96-97.
  19. ↑ Alberto Vannucci (2012). Atlante della corruzione, Torino, Edizioni Gruppo Abele, p. 225.
  20. ↑ La Repubblica, 14 gennaio 2012. Citato in della Porta, Vannucci, op. cit. (2021), cap. VI, par. 1.
  21. ↑ Sberna, Vannucci, op. cit., p. 106.
  22. ↑ Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (2017). Relazione annuale, Roma, pp. 268-275.
  23. ↑ Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno delle mafie (2018). Relazione conclusiva, XVII legislatura, Roma, 7 febbraio, p. 30.
  24. ↑ Sciarrone, op. cit., cap. V.
  25. ↑ Donatella della Porta, Salvatore Sberna, Alberto Vannucci (2015). "Healthy Bribing: The Organization of Political Corruption in the Healthcare Sector", in Politiche Sociali, n. 2, Bologna, il Mulino, pp. 227-246.
  26. ↑ Vannucci, op. cit. (2012), p. 222.
  27. ↑ Sberna, Vannucci, op. cit., p. 99.
  28. ↑ Sberna, Vannucci, op. cit., p. 109.
  29. ↑ Sberna, Vannucci, op. cit., p. 100; Sciarrone, op. cit., cap. IV.
  30. ↑ Sulla dimensione sociologica del caso si veda Sciarrone, op. cit., Introduzione e cap. V.
  31. ↑ Sberna, Vannucci, op. cit., p. 108; della Porta, Sberna, Vannucci, op. cit., p. 211.
  32. ↑ Sberna, Vannucci, op. cit., pp. 101-105. Una versione estesa della tipologia è in della Porta, Vannucci, op. cit. (2021), cap. VI.
  33. ↑ Sberna, Vannucci, op. cit., pp. 103, 105-107.
  34. ↑ Vannucci, op. cit. (2012), p. 193; Cantone, Carloni, op. cit., lezione 2, par. 2.4.
  35. ↑ 35,0 35,1 Paolo Pinotti (2015). "The Economic Costs of Organised Crime: Evidence from Southern Italy", in The Economic Journal, Vol. 125, n. 586, pp. F203-F232.
  36. ↑ Martin Becker, Stefan Klößner (2017). "Estimating the economic costs of organized crime by synthetic control methods", in Journal of Applied Econometrics.
  37. ↑ Marco Di Cataldo, Nicola Mastrorocco (2022). "Organized Crime, Captured Politicians, and the Allocation of Public Resources", in The Journal of Law, Economics, and Organization, Vol. 38, n. 3, pp. 774-839.
  38. ↑ Litterio Mirenda, Sauro Mocetti, Lucia Rizzica (2022). "The Economic Effects of Mafia: Firm Level Evidence", in American Economic Review, Vol. 112, n. 8, pp. 2748-2773.
  39. ↑ Litterio Mirenda, Sauro Mocetti, Lucia Rizzica (2019). The real effects of 'ndrangheta: firm-level evidence, Temi di discussione n. 1235, Roma, Banca d'Italia, ottobre.
  40. ↑ Salvatore Sberna, Alberto Vannucci (2015). "The Criminal Organisation of Political Corruption in Europe", in Rapporto integrato del progetto ANTICORRP (Work Package 9), pp. 117-118.
  41. ↑ Sberna, Vannucci, op. cit. (2015), pp. 122-123.
  42. ↑ Corte costituzionale, Sentenza n. 95/2025, decisione del 7 maggio 2025, deposito del 3 luglio 2025.

Bibliografia

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