Mafia e Fascismo

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Il rapporto tra mafia e fascismo fu segnato da aspri conflitti e una iniziale dura repressione, che però non portò a uno sradicamento del fenomeno mafioso in Sicilia come sostenuto per decenni fino al Maxiprocesso di Palermo. Anzi, come ha notato il principale studioso sull'argomento, Christopher Duggan, «Il fascismo non unì alla lotta sul piano militare alcun intervento di tipo sociale, facendo anzi dei passi indietro, soprattutto nelle campagne, riaffidando quasi interamente il potere ai latifondisti»[1], e nei fatti rafforzando il potere mafioso.

Storia

Quando il 31 ottobre 1922 Benito Mussolini divenne il nuovo Presidente del Consiglio, tra i punti all'ordine del giorno del nuovo capo del governo vi era la questione meridionale, benché lo stesso Mussolini, nell'agosto dello stesso anno, avesse ammesso che il problema era complesso e il fascismo non poteva fare miracoli da un giorno all'altro. Impegnarsi nella risoluzione della questione meridionale, e conseguentemente del problema mafia in Sicilia, rappresentava per il fascismo non solo un modo per rafforzare il proprio potere ma anche portare avanti l'idea di Stato accentratore unitario che andava propagandando.

Il Fascismo e la Sicilia

Non a caso i primi Fasci italiani di combattimento in Sicilia fecero parecchia fatica a costituirsi, venendo visti dalla classe dirigente come elementi estranei alla mentalità siciliana. Solo nella Sicilia orientale i Fasci di combattimento riuscirono a radicarsi autonomamente, in particolare nella provincia di Ragusa e Siracusa, mentre a Catania alcuni gruppi di studenti avevano formato dei circoli culturali con l'aiuto di docenti dell'Università di Catania. Nella Sicilia occidentale solo a Palermo nel 1921 vi furono alcuni tentativi da parte di studenti affascinati dal Futurismo di costituire un Fascio, ma solo con la costituzione nel novembre 1921 del Partito Nazionale Fascista si arrivò a quasi mille iscritti. In questa fase anche il fascismo ebbe due caduti per mano mafiosa: Mariano de Caro a Misilmeri e Domenico Perticone a Vita.

In una prima fase, come ha messo in luce Duggan[2], il proposito di combattere la mafia fu utilizzato dai luogotenenti fascisti Alfredo Cucco e Piero Bolzon per sciogliere anche diverse amministrazioni locali connotate politicamente in senso socialista: mafioso e antifascista divennero a un certo punto sinonimi. Ciononostante, le infiltrazioni nelle fila del fascismo di mafiosi furono parecchie, come dimostrano le epurazioni sull'isola del 1927, ma anche le elezioni del 1924, dove a Palermo fu candidato persino il liberale Vittorio Emanuele Orlando, con il risultato che la Lista Nazionale, cartello elettorale di cui facevano parte PNF, nazionalisti e liberali, prese circa il 70% dei voti. Inoltre, nella lista governativa vi erano anche sette boss pubblicamente riconosciuti come tali, in quanto sotto processo per associazione a delinquere[3].

Il viaggio di Mussolini in Sicilia

Dopo aver vinto le politiche del 1924, nel maggio dello stesso anno Mussolini si recò in visita in Sicilia, visitando tra le altre Palermo, Trapani e Girgenti. Il 7 maggio andò in visita nella piana degli Albanesi, allora detta Piana dei Greci, in compagnia del sindaco Francesco Cuccia, noto come "don Ciccio", il quale durante il percorso in macchina disse al Duce: "Voscenza non ha bisogno di tutti questi sbirri, non ha niente da temere finché sarà in mia compagnia". Nonostante tutti si aspettassero una reazione di Mussolini questi abbozzò, salvo poi prendere pubblicamente l'impegno ad Agrigento, l'indomani, contro il fenomeno mafioso in Sicilia.

L'era di Cesare Mori

Cesare Mori

Mussolini rientrò dalla visita in Sicilia il 12 maggio e il giorno seguente convocò il capo della polizia Emilio De Bono e il ministro dell'interno Luigi Federzoni e si decise la nomina del prefetto Cesare Mori per condurre la lotta contro la mafia. Convocato Mori nel suo ufficio, il Duce gli comunicò il nuovo incarico di Prefetto a Trapani, raccomandandogli di essere intransigente con i mafiosi così come lo era stato con i suoi squadristi da prefetto di Bologna due anni prima, quando si era dimostrato inflessibile nell'applicare la legge anche contro i fascisti. Mori entrò così in servizio il 2 giugno a Trapani. Il suo primo atto fu quello di ritirare tutte le licenze di porto d'armi e, nel gennaio 1925, nominò una commissione provinciale col compito di decidere e disporre circa il rilascio di nulla osta (resi obbligatori) per l'attività di campiere e di guardiania.

Per l'efficienza del suo lavoro a Trapani, Mori fu promosso Prefetto di Palermo il 12 ottobre 1925, insediandosi nella capitale siciliana otto giorni dopo. Tra le operazioni di polizia, la notte del 28 novembre furono arrestate 62 persone, a cui seguirono due settimane dopo altri 142 in Piazza Amerina. Sotto Natale, il 21 dicembre furono arrestate 28 persone appartenenti al gruppo dei c.d. viveurs palermitani, giovani frequentatori dei café le cui ricchezze erano sospettate di essere frutto di attività illecite. Due settimane prima il prefetto di ferro aveva emanato la sua prima ordinanza, che prevedeva tra le altre cose l'entrata in vigore di carte di identità personali complete di fotografia a partire dal 1° gennaio 1926.

Nella stessa data vi fu l'assedio di Gangi, una vasta operazione di polizia che colpì anche diversi centri delle Madonie dove la presenza mafiosa era particolarmente forte. Lungo le strade venne affisso un bando che recitava: «Intimo latitanti codesto territorio costituirsi entro dodici ore decorse le quali sarà proceduto contro le loro famiglie, possedimenti di qualsiasi genere, favoreggiatori sino ad estreme conseguenze. Firmato Prefetto Mori»[4]. L'assedio durò dieci giorni e portò in manette circa 400 persone, anche se, come ammise lo stesso Mori[5], la maggior parte erano parenti dei mafiosi.

Durante la sua azione Mori fece anche condannare all'ergastolo Vito Cascio Ferro, boss di Cosa Nostra Americana per l'omicidio di Joe Petrosino. Anche nei tribunali le condanne per i mafiosi cominciarono a essere durissime. In totale vennero arrestate oltre 11mila persone[6]. Nella fase successiva alle operazioni e ai processi, l'intransigenza di Mori cominciò ad essere mal sopportata in seno al Fascismo. Nel febbraio 1928 su "Il Popolo d'Italia" Arnaldo Mussolini affermò che la mafia in Sicilia era stata sconfitta, quindi si poteva pensare al suo risanamento economico. Per questo Mori fu nominato senatore del Regno nel dicembre dello stesso anno e il 16 luglio 1929 fu rimosso dall'incarico di Prefetto di Palermo per anzianità di servizio.

Dopo il congedo di Mori, secondo Arrigo Petacco[7], vi fu una recrudescenza del fenomeno mafioso in Sicilia. Lo dimostrerebbe una lettera di un avvocato indirizzata a Mori datata 1931: «Ora in Sicilia si ammazza e si ruba allegramente come prima. Quasi tutti i capi mafia sono tornati a casa per condono dal confino e dalle galere...»

Note

  1. Duggan, La mafia durante il fascismo, Introduzione, p. IX.
  2. Duggan (1986), p.13
  3. Ivi, p.38
  4. Ivan Mocciaro, Nel 1926 il prefetto tagliò acqua e telegrafo a Gangi per stanare i mafiosi il tradimento Una banda nascosta in una grotta fu addormentata con un sonnifero, la Repubblica, 11/11/2006.
  5. Duggan (1986), p.70
  6. Ivi, p.244
  7. Arrigo Petacco, Il prefetto di ferro, Milano, Mondadori, 1975

Bibliografia

  • Duggan, Christopher (1986). La Mafia durante il fascismo", Soveria Mannelli, Rubbettino Editore.