Pizzo
Pizzo è l'espressione gergale impiegata comunemente per definire la tassa mafiosa, cioè il frutto dell'estorsione di un'organizzazione mafiosa ai danni di imprenditori, commercianti, professionisti e più in generale quei cittadini che esercitano un'attività economica.
Origine del termine
Come ricorda Isaia Sales[1], l’utilizzo del termine «pizzo» inteso come tangente estorta nasce sicuramente nella seconda metà dell’Ottocento ed è probabilmente un’espressione giornalistica, perché prima l’abbinamento di «pizzu» con tangente o estorsione non apparteneva al dialetto siciliano, né tantomeno alla lingua italiana.
Tutti gli studiosi danno per scontata, tuttavia, l’attribuzione del termine alla lingua siciliana, perché si identifica la parola «pizzu» con il becco degli uccellini, in sintonia con l’antico modo di dire «fari vagnari ‘u pizzu» che significa «far bagnare il becco», dare la possibilità di rinfrescarsi con un bicchiere di acqua o di vino a un viandante.
Da qui l’espressione passò poi a significare «piccola ricompensa a un amico che ti ha fatto un favore», cioè una semplice cortesia nella vita quotidiana si è trasformata in «una metafora che allude alla possibilità data ai mafiosi di attingere in modo parassitario alle ricchezze altrui».
Il pizzo come “luogo dove il camorrista esercita l’attività estorsiva”
Sales tuttavia ricorda che già nel suo libro sulla camorra del 1862 Marc Monnier riportava l'intervista a un cocchiere napoletano sulla vendita dei cavalli:
«Ho comprato un cavallo morto, che non conosce le strade, non vuole passare che dai luoghi che a lui piacciono. Che sdrucciola alle salite, cade alle scese, ha paura de’ mortaretti e delle campane, che ieri si è impennato nella grotta di Posillipo e ha schiacciato un branco di pecore che gli impediva il cammino. Un camorrista che mi protegge e che aveva il suo pizzo al mercato de’ cavalli, mi avrebbe risparmiato questo furto. Egli sorvegliava le vendite e riceveva la sua mancia dal venditore e dal compratore. Io l’anno scorso avevo da vendere un cavallo cieco, ed egli l’ha fatto passare per buono, perché mi proteggeva. È stato messo in prigione e io sono stato costretto a comprare senza di lui questo cavallaccio. Era un galantuomo!»[2].
Come è evidente, il carrettiere fa riferimento a pizzo come luogo in cui il camorrista svolge la sua (per lui benefica) attività estorsiva. Nel dialetto napoletano la parola pizzo, infatti, vuol dire angolo, luogo, posto. Il camorrista, dunque, è nel suo «pizzo», al suo «posto di lavoro», nel suo «ufficio all’aperto» e controlla il territorio e le attività che si svolgono facendosi pagare. In questo senso «pizzo» avrebbe a che fare con l’estorsione, indicando il luogo dove il camorrista si metteva per svolgere la propria attività. Da qui l’identificazione del vocabolo pizzo con estorsione.
D'altronde, ricorda Sales, la stessa parola camorra si identifica con estorsione e proprio Marc Monnier definisce la camorra come «l’estorsione organizzata», per cui è possibile che l’uso del termine pizzo come sinonimo di tangente sia di origine napoletana, identificando specificamente l’estorsione con il luogo dove l’estorsore si collocava per compierla (il «pizzo») e che poi dal circuito carcerario si sia diffusa anche nelle altre regioni dove questa attività malavitosa si esercitava quotidianamente. Anche la parola pizzo, dunque, potrebbe avere origine napoletana e spiegherebbe la filiazione del metodo estorsivo mafioso e ’ndranghetista.
Note
Bibliografia
- Sales, Isaia (2015). Storia dell'Italia mafiosa, Soveria Mannelli, Rubbettino.