Clan dei Corleonesi

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Clan dei Corleonesi

Il Clan dei Corleonesi è un raggruppamento di famiglie mafiose di Cosa nostra, che si strutturò a partire dagli anni '70 e che durante la Seconda Guerra di Mafia rappresentava la fazione fedele a Salvatore Riina, contro quella delle storiche famiglie palermitane rappresentate da Gaetano Badalamenti, Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo.

Non va confusa con la Famiglia di Corleone, che ne costituiva il nucleo centrale, dato che di questo raggruppamento facevano parte anche i rappresentanti di altre parti della Sicilia, come Nitto Santapaola a Catania e Francesco Messina Denaro a Trapani.

Storia

In principio fu Navarra

Nel 1945 il boss Angelo Di Carlo, emigrato negli Stati Uniti nel 1926 per sfuggire alla repressione del prefetto Cesare Primo Mori, tornò a Corleone dopo aver combattuto nei Marines e scelse il cugino Michele Navarra, medico condotto del paese, per guidare la famiglia mafiosa del paese.

Tra il 1946 e il 1948 Navarra si mise all'opera per consolidare il suo potere in tutta la zona di Corleone. Una volta eliminato il dottor Carmelo Nicolosi, direttore generale dell'ospedale e ufficiale sanitario di Corleone, ucciso il 29 aprile 1946, Navarra ne prese il posto, rafforzando oltremodo il potere mafioso dei suoi adepti. Tra questi si distinse quasi subito Luciano Leggio, che divenne presto il maggiore esponente dei navarriani, venendo poi preso sotto l'ala protettiva del medico e divenendo il suo braccio destro[1].

Leggio costruì il proprio nucleo di fedelissimi, reclutando tre contadini: Salvatore, detto Totò, Riina, Bernardo, detto Binnu, Provenzano e Calogero Bagarella.

L'omicidio di Calogero Comaianni

Uno dei primi omicidi fu quello di Calogero Comaianni, una guardia campestre che il 2 agosto 1944, durante il suo solito giro di perlustrazione con altri due colleghi, si accorse di un furto di covoni di fieno da parte di due delinquenti: uno era Leggio, l'altro Vito Di Frisco. Portati attraverso tutto il paese, “quasi a calci”, fino alla Caserma dei Carabinieri, i due furono arrestati e condannati a tre mesi di carcere.

Quando Leggio uscì, decise di vendicarsi. Un primo tentativo fu messo in atto la sera del 27 marzo 1945, ma non andò a segno. La mattina del giorno successivo, il 28 marzo, Comaianni venne seguito da due killer a volto scoperto, tentò la fuga ma non riuscì a scampare all’agguato e uno dei due inseguitori gli sparò due colpi di pistola. La guardia campestre morì sui gradini di casa davanti agli occhi della moglie Maddalena Ribaudo e del figlio più grande.

L'omicidio di Placido Rizzotto

Molto più pericoloso per il potere navarriano divenne Placido Rizzotto, segretario della camera del lavoro di Corleone che si batteva per la revisione della politica agraria e la ripartizione dei grossi feudi “incolti e improduttivi” e che si era inoltre posto contro l'ipotesi di nominare Navarra segretario della sezione combattenti e reduci di Corleone. Rizzotto aveva inoltre umiliato Leggio durante una rissa che era scoppiata tra alcuni comunisti e i fedelissimi del futuro boss, sollevandolo di peso e appendendolo ad un cancello per la giacca.

Anche per queste ragioni, nella notte tra il 10 e l'11 marzo 1948 Rizzotto venne ucciso e il suo corpo fatto sparire. Per tre volte fu accusato dell'omicidio Luciano Leggio, ma per tre volte fu assolto per insufficienza di prove.

La guerra tra Leggio e Navarra

Luciano Leggio
Luciano Leggio

Col passare del tempo, Leggio e i suoi fedelissimi cominciarono a diventare insofferenti nei confronti di Navarra, mettendo in discussione la sua autorità.

Il primo scontro si ebbe in occasione delle elezioni politiche del 25-26 maggio 1958. Leggio e i suoi puntarono tutto sul candidato numero 1 del Partito Liberale Italiano, il principe di Giardinelli, già presidente del Consorzio di bonifica del medio e alto Belice che prometteva la costruzione di un'immensa diga con i 37 miliardi e 854 milioni di finanziamenti già assicurati dalla Società Generale Elettrica. Navarra, tuttavia, era contrario alla costruzione della diga e usò tutto il suo peso politico per far eleggere tre candidati democristiani: Bernardo Mattarella, Franco Restivo e Calogero Volpe. Come risultato, la Democrazia Cristiana in quella tornata elettorale raddoppiò i suoi voti e i primi due candidati di Navarra diventarono ministri, mentre il terzo sottosegretario.

Il casus belli tra Leggio e il capo-mafia di Corleone scoppiò definitivamente attorno alle attività di una una società armentizia che Leggio aveva fondato nel 1956 e che svolgeva la sua attività su terreni acquistati da lui e da Giacomo Riina, zio di Totò, in contrada di Piano di Scala. La società fungeva in realtà da schermo alla macellazione clandestina di bestiame rubato la cui carne veniva poi rivenduta nei mercati di Palermo.

Angelo Vintaloro, fidato uomo di Navarra, aveva comprato 40 salme di terreno confinanti coi terreni di Leggio e Riina, col benestare del boss; tuttavia, subito dopo l'acquisto aveva cominciato a ricevere diversi “danneggiamenti e azioni di disturbo[2] da parte della banda di Leggio. Tra i vari furti e le varie onte il Vintaloro subì anche il furto di un fucile e di 7 quintali di formaggio[3].

A quel punto, Navarra decise di eliminare Leggio, divenuto oramai ingestibile.

Il fallito attentato a Piano di Piano di Scala a Leggio e l'omicidio di Navarra

Nella notte tra il 23 e il 24 giugno 1958 alcuni uomini di don Michele fecero irruzione a viso coperto verso le 7:00 del mattino nella fabbrica di Leggio, sparando diversi colpi d'arma da fuoco. Tuttavia, Leggio rimediò una ferita di striscio alla mano, gli altri sodali rimasero incolumi[4]. Il fallimento di questo attentato segnò la condanna a morte del medico di Corleone.

Circa due mesi dopo, il 2 agosto 1958, l'auto di Michele Navarra fu trovata sulla strada statale 118, in località Sant'Isidoro della contrada Imbriaca di Palazzo Adriano crivellata da 124 fori di proiettile, 92 dei quali furono ritrovati nel corpo del medico[5]. Navarra quando si trovò la strada sbarrata dall'Alfa Romeo 1900 Super di proprietà di Giuseppe Leggio, parente di Luciano, stava tornando a Corleone da Lercara Friddi in compagnia del dottor Giovanni Russo, rimasto ucciso pur senza alcun legame con l'organizzazione mafiosa e la cui unica cola fu di aver offerto un passaggio al capomafia.

La strage di Corleone e la consacrazione del potere di Leggio

Tra il 1958 e il 1963 la banda di Leggio sterminò quasi totalmente i navarriani a Corleone.

Il 6 settembre 1958, verso le prime ore della sera, Totò Riina diede appuntamento a Pietro Mauri e ai fratelli Giovanni e Marco Marino fingendo di voler concordare con loro un armistizio, dopo la morte di Navarra. Mentre Totò intratteneva i tre, Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella tesero loro un agguato, uccidendoli[6].

Carmelo Lo Bue, altro potente mafioso navarriano, fu ucciso il 13 ottobre successivo, mentre l'11 febbraio 1961 ad essere ammazzato fu Vincenzo Cortimiglia, il quale però, poco prima di morire, riuscì ad uccidere a colpi di pistola Salvatore Provenzano, uno dei suoi aggressori.

Il 3 luglio 1962 fu la volta anche di Paolo Riina, testimone dell'omicidio Cortimiglia,mentre il 10 maggio 1963 la banda Leggio organizzò l'attentato nei confronti di Francesco Paolo Streva, navarriano che, una volta morto il medico, aveva preso il comando della Famiglia di Corleone. Streva scampò all'imboscata, ma trovò la morte quattro mesi dopo, il 10 settembre, ucciso coi fedelissimi Biagio Pomilla e Antonino Piraino.

Con la morte di Streva, Luciano Leggio diventava ufficialmente il capomafia di Corleone[7], venendo quindi ammesso, insieme a Riina e Provenzano, alle riunioni dei vertici di Cosa Nostra a Palermo, dove strinse un'alleanza con Salvatore Greco, detto “l'ingegnere”. Si buttò quindi nell'affare del Sacco di Palermo, ma non fece in tempo a gustarsi il successo che scoppiò di lì a poco un devastante conflitto interno all'organizzazione: la prima guerra di mafia.

Il Clan dei Corleonesi nella prima guerra di mafia

La strage di Ciaculli
La strage di Ciaculli

Durante il primo grande conflitto interno a Cosa nostra siciliana che vide contrapporsi i fratelli Salvatore e Angelo La Barbera, a capo della famiglia di Palermo Centro, ai Greco di Ciaculli, i Corleonesi di Leggio ebbero un ruolo secondario, dal momento che Riina e Leggio non si reputavano abbastanza potenti per poter reggere lo scontro con le grandi famiglie mafiose di Palermo.

Dopo la strage di Ciaculli del 30 giugno 1963, Leggio fu inserito tra i ricercati e il 14 maggio 1964 venne arrestato, mentre si nascondeva in casa di Leoluchina Sorisi, ex fidanzata di Rizzotto che aveva per altro giurato di vendicarlo.

Leggio e 64 altri mafiosi di Corleone vennero quindi rinviati a giudizio dal giudice istruttore di Palermo Cesare Terranova con due sentenze, quella del 14 agosto del 1965 e quella del 13 ottobre 1967, per gli omicidi di Vincenzo Cortimiglia, Marco Marino, Giovanni Marino, Pietro Maiuri, Paolo Francesco Streva, Biagio Pomilla, Antonino Pirraino, Paolo Riina e Claudio Splendido.

Leggio e i suoi dovettero quindi comparire davanti alla Corte d'Assise di Bari per rispondere di nove omicidi, otto tentati omicidi e dell'accusa di associazione a delinquere. Nonostante le prove presentate contro di loro fossero schiaccianti e la sentenza sembrasse scontata, la mattina dell'ultima udienza arrivò una lettera da Palermo destinata al Presidente della Corte d'Assise di Bari Vincenzo Stea. Dopo aver letto la lettera, in silenzio la trasmise ai giudici popolari:

“Voi baresi non volete capire o, per meglio dire, non volete capire cosa significa Corleone. Voi state giudicando degli onesti galantuomini, che i carabinieri e la polizia hanno denunciato per capriccio. Noi vi vogliamo avvertire che se un galantuomo di Corleone sarà condannato voi salterete in aria, sarete distrutti, sarete scannati come pure i vostri familiari. A voi ora non resta che essere giudiziosi.”[8].

Il 10 giugno 1969 la Corte pronunciò quindi 64 dichiarazioni di assoluzione per insufficienza di prove e nelle 307 pagine di motivazioni della sentenza magistratura e polizia furono accusati di aver rinviato a giudizio gli imputati senza uno straccio di prova, affermando inoltre che “L'equazione mafia uguale associazione per delinquere sulla quale hanno così a lungo insistito gli inquirenti e sulla quale si è esercitata la capacità dialettica del magistrato istruttore, è priva di apprezzabili conseguenze sul piano processuale.”[9]

L'ascesa di Riina

Il giorno dopo l'assoluzione la Questura di Palermo segnalò alla Procura della Repubblica di proporre l'adozione, a carico di Leggio, della misura della sorveglianza speciale, previa emissione di ordine di custodia dell'ordine precauzionale a suo carico, proponendo cioè l'arresto in attesa che fosse emanato l'ordine di soggiorno obbligato. Sia Leggio sia Riina furono quindi muniti dalla Questura di Bari di un foglio di via obbligatorio per Corleone, con l'obbligo di presentarsi il 19 giugno presso gli Uffici di Pubblica sicurezza.

Riina tornò a Corleone per darsi poi alla definitiva latitanza, mentre Leggio si fece ricoverare all'ospedale della Santissima Annunziata di Taranto nel reparto “malattie infettive” fino al 28 settembre, dopodiché si spostò a Roma presso la clinica Villa Margherita di Viale di Villa Massimo. Tutti i suoi spostamenti verso i vari ospedali vennero riferiti dal suo difensore alla Polizia di Stato. Una volta completamente ristabilito, tuttavia, il 19 novembre Lucianeddu scappò dall'ospedale per darsi anche lui alla latitanza.

Arrivato a Milano, Leggio iniziò la stagione dei sequestri di persona, che terrorizzò gli imprenditori del Nord Italia per oltre un decennio. Inizialmente, l’organizzazione di Leggio fu battezzata dai giornalisti “Anonima Sequestri”, termine che rimase anche quando Cosa nostra abbandonò il business per dedicarsi agli affari con alcune nuove leve dell'imprenditoria milanese, lasciando i sequestri alla 'ndrangheta.

Con Leggio lontano dalla Sicilia, Riina iniziò a preparare la sua ascesa.

La strage di Viale Lazio

Nel 1969, tutti i capi delle famiglie siciliane si ritrovarono in un hotel di Zurigo per decidere se Michele Cavataio, vero responsabile dello scoppio della Prima guerra di mafia che aveva rischiato di portare l'organizzazione all'estinzione, dovesse vivere o morire. In quel summit, la maggioranza delle famiglie siciliane votò tuttavia per lasciarlo in vita.

I contrari, tuttavia, si accordarono in segreto per eliminarlo ugualmente, affidando il compito a Riina e ai Corleonesi, che nel mentre avevano acquisito fama di killer affidabili. La sera del 10 dicembre 1969 un commando di fuoco di cinque persone, travestiti uno da capitano della stradale e gli altri quattro da agenti di polizia, fece irruzione negli uffici dell’impresa edile Moncada di viale Lazio. Uno di loro, Damiano Caruso, fece fuoco senza aspettare l’ordine di Riina, uccidendo due uomini dietro la scrivania e un terzo uomo. Lo scontro divenne totale.

Cavataio era ancora vivo e ricaricava la pistola a tamburo bestemmiando mentre tentava di ripararsi dietro a un armadio, e riuscì a ferire alla mano Provenzano, dopodiché uccise a colpi di lupara Calogero Bagarella, cognato di Riina nonché promesso sposo della sorella di Totò, Arcangela Riina, e che restò per sempre fedele al mancato “marito”. Quando Provenzano e Cavataio si ritrovarono uno di fronte all’altro e premettero i grilletti delle loro armi, entrambe si incepparono. Provenzano, quindi, spaccò il cranio di Cavataio con il calcio del fucile e lo finì con un colpo in mezzo alla fronte.

Calogero Bagarella fu trasportato in un luogo misterioso e trovò sepoltura sotto falso nome nel cimitero di Corleone. L’unico segno di lutto fu la cravatta nera al collo di Totò[10]. Quella strage lasciò un segno profondo nella storia di Cosa Nostra e rese anche leggendari all'interno dell'organizzazione Riina e Provenzano.

Il triumvirato dopo la Strage

Salvatore Riina
Salvatore Riina

Il 5 maggio 1971, alle 11:00 del mattino, Cosa nostra decise di uccidere il Procuratore capo di Palermo Pietro Scaglione. L’allora Presidente del Consiglio Emilio Colombo, in quei giorni in Sicilia per un comizio elettorale e per altro Ministro della Giustizia ad interim, non presenziò ai funerali del magistrato, così come anche il Ministro degli Interni Franco Restivo, per altro nato a Palermo. Cosa Nostra aveva per la prima volta aveva ucciso un esponente apicale dello Stato, ma lo Stato non aveva reagito[11].

Subito dopo, le famiglie di Cosa nostra si riorganizzarono dandosi una sorta di governo provvisorio denominato “triumvirato”. Ai vertici c’erano il boss di Cinisi, Gaetano Badalamenti, detto zu’ Tano, Stefano Bontate, figlio di don Paolino della borgata di Santa Maria di Gesù, e Luciano Leggio, in qualità di capofamiglia di Corleone, che in quanto stabilmente residente a Milano delegò Riina a fare le sue veci in seno al triumvirato.

L'arresto di Leggio nel giorno delle nozze di Riina

Il 16 aprile 1974 Riina convolò a nozze con Ninetta Bagarella. Come raccontò Tommaso Buscetta, non fu un caso che lo stesso giorno venne arrestato Leggio a Milano. Il matrimonio tra i due venne scoperto dagli inquirenti quando i carabinieri capitanati da Giuseppe Russo fecero irruzione nell’appartamento al quinto piano della scala B di un casermone in via Largo San Lorenzo a Palermo, catturando Leoluca Bagarella, latitante fratello di Ninetta e Calogero: durante la perquisizione, in casa sua fu trovato l’invito alle nozze[12].

I sequestri di persona

Tra il 1974 e il 1975 i Corleonesi guidati da Riina decisero di proseguire coi sequestri per rimpolpare le loro casse e potersi gettare nuovamente nel business degli appalti pubblici. Sequestrarono quindi Luciano Cassina, figlio del re degli appalti di Palermo, il conte Arturo; il figlio del ricco proprietario terriero Francesco Caruso Salemi e l’avvocato di Sciacca Nicola Campisi. Fu inoltre rapito e mai più liberato Luigi Corleo, molto vicino a Nino Salvo, fedele uomo d’onore dei Badalamenti e dei Bontate. Più che un sequestro, si trattò una sfida lanciata dai Corleonesi agli uomini d’onore ai vertici di Cosa Nostra. Né Nino Salvo né Badalamenti, infatti, riuscirono, pur provandoci, ad ottenere il rilascio di Luigi Corleo.

Gli appalti pubblici e l'omicidio di Giuseppe Russo

Dopo aver incamerato i soldi dei riscatti, i Corleonesi fondarono diverse società che facevano riferimento al consulente legale Giuseppe Mandalari. La faccenda era stata scoperta dal Colonnello Russo, che lo riferì anche in un'audizione alla Commissione parlamentare antimafia:

“In troppe società – disse - il consiglio d’amministrazione è composto dagli stessi nominativi, che sono poi persone legate a Mandalari... e sono società create nel periodo in cui iniziarono ad aversi i redditi dei riscatti dei sequestri fatti in Sicilia”[13].

Anche per questo motivo il Colonnello venne ucciso mentre si trovava in vacanza a Corleone, il 20 agosto 1977, mentre si trovava in compagnia del suo compagno di passeggiate, il professore Filippo Costa.

L'ingresso nella Commissione Regionale e lo scontro con Pippo Calderone e Giuseppe Di Cristina

I Corleonesi di Riina entrarono a quel punto anche nella Commissione Regionale, l'organo che includeva tutti i rappresentanti delle famiglie della Sicilia, il cui esponente più influente era il boss di Catania, Pippo Calderone, stimato per la sua abilità nel prevenire probabili conflitti attraverso compromessi. Tuttavia, dopo l'ingresso dei Corleonesi, le decisioni della Commissione Regionale venivano sistematicamente disattese.

Come confidò Calderone al fratello:

“La “regionale” sta diventando una cosa inutile. Stai lì per ore, discuti e parli, ti metti d’accordo e poi... I Corleonesi si fanno vedere con quella faccia di pietra, silenziosi, umili. Non dicono niente e tu pensi che sono d’accordo. Appena escono dalla riunione fanno come vogliono. Se si erano messi in testa di non far pagare nulla a un imprenditore che sta lavorando nel territorio di un’altra famiglia, quello non pagherà nulla. E se quel compare si presenta un giorno per chiedere il dovuto quelli lo astutano come fosse un cane. Chi l’avrebbe detto che quel pecoraro di Totò Riina ci avrebbe combinato tutti questi guai?[14]".

Calderone a quel punto, sostenuto da Giuseppe Di Cristina, cominciò a sfidare apertamente Riina, cercando supporto nelle storiche famiglie palermitane. Quando Di Cristina si salvò miracolosamente da un attentato dei Corleonesi, che volevano fargliela pagare per le parole dette contro di loro a una riunione, fissò un appuntamento con il capitano dei Carabinieri Alfio Pettinato in un casolare di contrada Judeca, in cui rivelò che gli assassini di Giuseppe Russo e di Pietro Scaglione erano Bernardo Provenzano e Salvatore Riina, fornendo anche informazioni sui luoghi che frequentavano durante la latitanza.

In questo modo Di Cristina sperava che la pressione dei Carabinieri avrebbe momentaneamente destabilizzato i Corleonesi, dando tempo a lui e a Calderone di preparare il piano per emarginarli all'interno di Cosa nostra. Il piano tuttavia fallì e prima Di Cristina (30 maggio 1978) e poi Calderone vennero uccisi (8 settembre 1978).

La Seconda guerra di Mafia

Mentre le famiglie palermitane erano letteralmente impazzite per i "piccioli" del narcotraffico, Riina si era nel frattempo creato un gruppo di uomini che rispondeva solo a lui, presenti nelle varie famiglie: furono messi a disposizione per proteggere la sua latitanza, li usò per eliminare i suoi avversari. Della famiglia Pantanna-Mondello aveva l'ex-compagno di cella Gaspare Mutolo e Salvatore Micalizzi; della famiglia Bontate reclutò Pietro Vernengo e Ignazio Pullarà; da San Lorenzo i figli di Francesco Madonia, Giuseppe e Nino; Franco Di Carlo di Altofonte; Giuseppe Giacomo Gambino di Resuttana; Raffaele Ganci della Noce e molti altri. Erano tutti a sua disposizione, nessuno muoveva un dito se non era Totò a chiederglielo.

Il primo a cadere fu Stefano Bontate, il giorno del suo quarantaduesimo compleanno, il 23 aprile 1981: aveva progettato di eliminare Riina, ma era impossibile che il Corleonese non venisse a saperlo. Venne ucciso con tre colpi di kalashnikov AK47, mentre si trovava sulla sua Giulietta 2000 super fermo ad un semaforo in Via Aloi, a Palermo. Ad organizzare l'omicidio ci fu anche il fratello minore di Bontate, Giovanni, che si era messo d'accordo con Riina per prenderne il posto come capofamiglia. Fu l'inizio ufficiale della seconda guerra di mafia.

Poi venne l'ora di Salvatore Inzerillo: convinto di essere al riparo dalle ritorsioni dei Corleonesi per via dei suoi legami con Cosa Nostra americana per il narcotraffico, fu freddato l'11 maggio 1981 a colpi di Kalashnikov, mentre usciva dalla casa della sua amante in via Brunelleschi.

Nel 1981 i morti furono quasi cinquecento. E altri cinquecento vennero sterminati nel 1982 e nei primi 4 mesi del 1983: venivano sterminati anche quelli che non c'entravano coi traffici, non si faceva distinzione. Venivano inseguiti per mezza Europa, catturati, interrogati, torturati e infine fatti a pezzi. Particolarmente efferato fu l'omicidio di Giuseppe Inzerillo, figlio di Salvatore, di soli quindici anni, che aveva giurato di vendicare il padre: Pino Greco gli tagliò il braccio destro con un coltello da pescatore di ricci. Il giovane morì per il dolore e la paura, ma ciononostante il suo cadavere venne mutilato e infine Greco gli sparò un colpo in testa, benché fosse morto.

Gli omicidi eccellenti

Durante la seconda guerra di mafia, morirono anche uomini dello Stato ritenuti pericolosi per gli interessi dei Corleonesi. Il primo politico a cadere fu Michele Reina, segretario provinciale a Palermo della Democrazia Cristiana, il 9 marzo 1979. Poi toccò a Boris Giuliano, allora capo della squadra mobile di Palermo: il 21 luglio 1979, mentre pagava il caffè in una caffetteria di via Di Blasi, a Palermo, Leoluca Bagarella lo uccise con sette colpi di pistola alle spalle.

Dopo Boris Giuliano, morì Cesare Terranova: era il 25 settembre 1979. Tornato a Palermo dopo due legislature da deputato, aveva ottenuto dal Csm il posto di giudice istruttore, posizione da cui poteva portare fino in fondo le proprie indagini, quindi era un pericolo per i futuri interessi di Totò Riina.

Poi venne il turno di Piersanti Mattarella, presidente DC della regione, ucciso il 6 gennaio 1980, seguito dal capitano dei carabinieri Emanuele Basile, il 4 maggio 1980. Il 6 agosto dello stesso anno invece fu ucciso Gaetano Costa, procuratore capo di Palermo, su ordine però di Salvatore Inzerillo, che voleva dimostrare ai Corleonesi che anche i palermitani erano in grado di uccidere uomini dello Stato.

Il 30 aprile 1982 toccò a Pio La Torre, deputato del PCI e relatore in parlamento della proposta di legge per istituire il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Fu ucciso assieme al suo autista, Rosario Di Salvo. Pochi mesi dopo, toccò al generale Carlo Alberto dalla Chiesa, nominato Prefetto a Palermo, il 3 settembre. Infine, il 29 luglio 1983 morì Rocco Chinnici, reo di aver istituito il coordinamento delle indagini di mafia e di non aver tenuto a freno Giovanni Falcone, che il 9 luglio aveva spiccato 14 ordini di cattura per il delitto dalla Chiesa contro Riina e i Corleonesi.

Capo dei Capi, Buscetta e il Maxiprocesso

Tommaso Buscetta
Tommaso Buscetta nell'aula bunker del Maxiprocesso

Totò Riina era finalmente il leader indiscusso di Cosa Nostra. Il Capo dei Capi. Aveva riorganizzato le famiglie delle province, si era impadronito del business del narcotraffico dal quale era stato tagliato fuori anni prima dalle famiglie di Palermo, aveva eliminato i suoi avversari più pericolosi fuori e dentro Cosa Nostra. Non aveva calcolato Tommaso Buscetta, il boss dei due mondi, contro il quale u Curtu aveva scatenato una vera e propria caccia all'uomo, benché fosse un esponente della famiglia di Pippo Calò, un vincente quindi: pagò l'amicizia con Bontate e Inzerillo, benché si fosse mantenuto neutrale nella seconda guerra di mafia, ad un prezzo altissimo, con familiari e figli ammazzati. Decise così di collaborare con la giustizia, il 16 luglio 1984. O meglio, decise di collaborare con Giovanni Falcone. E da lì fu un effetto domino e il pentitismo divenne la principale arma della magistratura contro Cosa Nostra e i Corleonesi, permettendo di imbastire il Maxiprocesso di Palermo.

Il 2 dicembre 1984 Riina fece uccidere Leonardo Vitale, il primo pentito che undici anni prima aveva messo nero su bianco la struttura interna di Cosa Nostra, con i nomi degli affiliati. Giudicato infermo di mente da varie perizie psichiatriche e rinchiuso in un manicomio criminale, Vitale fu ucciso mentre tornava dalla messa con la madre. Ad ammonimento di Buscetta e di tutti quelli che avrebbero seguito il suo esempio. Ma non servì. Così come non servì nemmeno l'ordine di uccidere i familiari dei collaboratori di giustizia fino al 20° grado, compresi donne e bambini[15].

La sentenza in primo grado del Maxiprocesso arrivò il 16 dicembre 1987 come una doccia fredda per il Capo dei Capi, ma i suoi referenti politici e gli avvocati lo rassicurarono che anche quel processo si sarebbe perso per strada, com'era stato per Catanzaro e Bari. Così non sarebbe stato. Nel frattempo, Riina fece uccidere Pino Greco, giudicato troppo pericoloso per il futuro della leadership del boss di Corleone, e Vincenzo Puccio, che tentò di organizzare un complotto ai danni del Capo dei Capi.

L'attacco frontale allo Stato

Il Maxiprocesso non si aggiustò come voleva Riina, tutte le promesse fatte dai suoi referenti politici, a partire da Salvo Lima, furono disattese: il 30 gennaio 1992 alle 16.50 la Cassazione confermò tutte le condanne, con una sentenza che avrebbe fatto storia. Il Capo dei Capi andò su tutte le furie e in un summit tenutosi a Valguarnera Caropepe agli inizi di marzo (a cui parteciparono Provenzano, Benedetto Santapaola, Giuseppe Madonia e Michelangelo La Barbera) decise di dichiarare guerra totale allo Stato italiano.

Il primo a morire fu Salvo Lima, il 12 marzo 1992, come avvertimento a Giulio Andreotti, che aveva firmato un decreto che allungava i tempi per la carcerazione preventiva e vietava i domiciliari ai detenuti al 41bis. Per trentacinque anni Lima era stato con le sue 300mila preferenze l'incarnazione del potere andreottiano in Sicilia.

Poi il 23 maggio toccò a Giovanni Falcone, che morì con la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta nella Strage di Capaci. Cinquantasette giorni dopo, il 19 luglio, morì anche Paolo Borsellino, che stava indagando sulla morte di Falcone, nella strage di Via d'Amelio.

La reazione dello Stato non si fece attendere: il 26 agosto 47 capimafia e 81 picciotti furono trasferiti con un'operazione top secret dall'Ucciardone alle super-carceri di Pianosa e dell'Asinara. Nel frattempo, due esponenti molto vicini al Capo dei Capi si pentirono: si trattava di Gaspare Mutolo, il suo ex-compagno di cella, e di Giuseppe Marchese, cognato di suo cognato. Poi venne il turno di Baldassarre Di Maggio, l'autista che per anni aveva portato Riina in giro per la Sicilia. Nel frattempo, il 17 settembre c'era stata un'altra esecuzione: quella di Ignazio Salvo, colpevole della stessa colpa di Salvo Lima, non aver fatto abbastanza per disinnescare la sentenza definitiva del Maxiprocesso e come ennesimo avvertimento a Giulio Andreotti[16].

Il Papello e la trattativa

Tra giugno e ottobre del 1992 fu avviata una trattativa tra uomini dello Stato e Cosa Nostra, per porre fine all'escalation di sangue e violenza che aveva dilaniato Palermo. Sulla questione è in corso un processo e la faccenda è tutt'ora oscura. L'esistenza della trattativa è stata 12 marzo [[2012] comunque confermata nelle motivazioni della sentenza del processo a Francesco Tagliavia per la Strage di Via dei Georgofili a Firenze: i giudici della Corte d'Assise di Firenze hanno stabilito che la trattativa "ci fu e venne quantomeno inizialmente impostata su un do ut des [...] L'iniziativa fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia".[17]

Secondo varie ricostruzioni, Totò Riina rispose alla richiesta degli uomini dello Stato con il famoso "Papello", una lista di richieste da soddisfare in cambio della fine delle stragi[18]:

  1. Revisione della sentenza del maxi-processo;
  2. Annullamento del decreto legge 41 bis;
  3. Revisione della legge Rognoni-La Torre;
  4. Riforma della legge sui pentiti;
  5. Riconoscimento dei benefici dissociati per i condannati per mafia (come per le Brigate Rosse);
  6. Arresti domiciliari dopo i 70 anni di età;
  7. Chiusura delle super-carceri;
  8. Carcerazione vicino alle case dei familiari;
  9. Nessuna censura sulla posta dei familiari;
  10. Misure di prevenzione e rapporto con i familiari;
  11. Arresto solo in flagranza di reato;
  12. Defiscalizzazione della benzina in Sicilia (come per Aosta);

L'arresto di Riina e le bombe del '93

La villa in via Bernini

Il 15 gennaio 1993 Totò Riina fu arrestato[19] al primo incrocio davanti alla sua villa in via Bernini 54 a Palermo, insieme al suo autista Salvatore Biondino, grazie alle dichiarazioni rese dal pentito Baldassarre Di Maggio al generale dei carabinieri Francesco Delfino. L'arresto fu eseguito dal Crimor, la squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo. Con l'arresto del Capo dei Capi, Cosa Nostra si divise in due, tra quelli che erano contrari a nuove stragi, guidati da Bernardo Provenzano, e quelli che invece erano favorevoli alla prosecuzione della strategia stragista, guidati da Leoluca Bagarella. Alla fine, la spuntò quest'ultimo e gli attentati continuarono.

Il primo fu escogitato il 14 maggio 1993 ai danni di Maurizio Costanzo: un'autobomba imbottita di 90 Kg di tritolo esplose in via Ruggero Fauro a Roma, ma senza causare vittime. Il 27 maggio ci fu la Strage di Via dei Georgofili a Firenze e il 27 luglio quella di Via Palestro a Milano. Due autobombe esplosero invece nella notte tra il 27 e il 28 luglio fuori le basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma. Il 15 settembre, infine, fu ucciso Don Pino Puglisi, parroco impegnato nel contrasto ai clan nel quartiere Brancaccio di Palermo. Venne sequestrato anche il piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino, allo scopo di indurlo a ritrattare le proprie dichiarazioni. Il 31 ottobre, infine, vi fu un fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma.

I Corleonesi durante l'era Provenzano: la "sommersione"

bernardo provenzano
Bernardo Provenzano

Con l’arresto di Riina e di Bagarella, fu Bernardo Provenzano a diventare formalmente il Capo dei capi, gestendo gli affari di Cosa Nostra dalla latitanza attraverso i famigerati “pizzini”, ovvero dei messaggi scritti a macchina su piccoli foglietti di carta con ordini e delibere che venivano poi inviati ai vari picciotti. Provenzano affidò a Giovanni Brusca il comando dei Corleonesi.

Il suo scopo era quello di rendere Cosa Nostra invisibile, limitando gli omicidi dopo il biennio 1992-1993 e dopo le stragi d’estate, in modo tale da non fare scalpore e tornare a sviluppare gli affari di Cosa Nostra. Questa linea politica venne battezzata “strategia della sommersione[20].

Le mancate catture di Provenzano

Il 22 luglio 1993, Salvatore Cancemi, reggente del mandamento di Porta Nuova, si consegnò ai Carabinieri e offrì loro aiuto per organizzare una trappola per catturare Provenzano, affermando che la mattina del giorno dopo avrebbe dovuto incontrare il latitante Pietro Aglieri, capomandamento di Santa Maria del Gesù, per poi incontrare Provenzano in una località segreta. I Carabinieri però, deducendo dal fatto che moglie e figli del boss erano tornati a vivere a Corleone che Provenzano fosse morto, giudicarono l’informazione non veritiera.

Due anni dopo, il 31 ottobre 1995, fu Luigi Ilardo a decidere di collaborare con la giustizia e accettò di fare da infiltrato dei Carabinieri per avvicinare Provenzano, guadagnare la sua fiducia e arrivare così al suo arresto. Ma anche in questo caso non si arrivò alla sua cattura e Ilardo venne ucciso il giorno prima di entrare ufficialmente sotto la protezione dello Stato.

La cattura di Provenzano e il declino dei Corleonesi

Dopo la cattura di Provenzano, l'11 aprile 2006, iniziò il declino del Clan dei Corleonesi. Con la sua morte, il 13 luglio di dieci anni dopo, e quella di Riina, il 17 novembre 2017, quella che era la fazione più potente di Cosa Nostra si è progressivamente ridotta, fino a rientrare nel perimetro della storica Famiglia di Corleone, anche se mediaticamente ci si continua a riferire ad essa col termine di "clan".

Note

  1. Commissione Parlamentare Antimafia, Relazione del senatore Pisanò, p. 998.
  2. Relazione Commissione Parlamentare Antimafia del senatore Pisanò pag. 1004
  3. Ibidem.
  4. Ivi, p. 1005.
  5. Bolzoni, Attilio & D'avanzo, Giuseppe (2013). "Il Capo dei Capi, Milano, BUR, p. 38.
  6. Relazione Pisanò, p. 1007.
  7. Ibidem.
  8. Citato in, Il Capo dei Capi, p. 75.
  9. Ivi, p. 76.
  10. Il Capo dei Capi, p. 88.
  11. Ivi, p. 95.
  12. Ivi, p. 102.
  13. Ivi, p. 106.
  14. Ivi, p. 112.
  15. E Totò Riina ci ordinò: uccidete i bimbi dei pentiti, La Repubblica, 24 aprile 1994
  16. Ucciso Ignazio Salvo, l'Intoccabile, La Repubblica, 18 settembre 1992
  17. Sentenza II Corte d'Assise di Firenze contro Francesco Tagliavia, 12 marzo 2012
  18. Ecco il Papello, Corriere della Sera, 15 ottobre 2009
  19. Edizione straordinaria del TG3 per la cattura di Totò Riina
  20. Il Capo dei Capi, p. 232.

Bibliografia

  • Archivio La Repubblica
  • Bolzoni, Attilio & D'avanzo, Giuseppe (2013). "Il Capo dei Capi, Milano, BUR.
  • Commissione Parlamentare Antimafia (1976). "Mafia, politica e poteri pubblici attraverso la storia di Luciano Leggio" - Relazione di minoranza del senatore Pisanò, Roma, 4 febbraio.