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'''Mafia''' è una parola di origine siciliana storicamente utilizzata per definire il fenomeno criminale '''siciliano''', originariamente noto come «''maffia''», con due effe.
'''Mafia''' è una parola di origine siciliana storicamente utilizzata per definire il fenomeno criminale '''siciliano''', originariamente noto come «''maffia''», con due effe.


Da un punto di vista scientifico-accademico la parola dovrebbe essere utilizzata '''solamente per indicare [[Cosa Nostra]]'''. Tuttavia, la straordinaria diffusione che ebbe a livello nazionale e internazionale, prima in ambito teatrale e letterario, poi in ambito politico-giornalistico-giudiziario e infine cinematografico, ha portato nel linguaggio comune ad usare l'espressione «''mafia»'' anche per riferirsi al fenomeno mafioso e alle sue avarie espressioni in generale, tanto che oramai è comunemente accettata l'espressione «''mafie''».
Da un punto di vista scientifico-accademico la parola dovrebbe essere utilizzata '''solamente per indicare [[Cosa Nostra]]'''. Tuttavia, la straordinaria diffusione che ebbe a livello nazionale e internazionale, prima in ambito teatrale e letterario, poi in ambito politico-giornalistico-giudiziario e infine cinematografico, ha portato nel linguaggio comune ad usare l'espressione «''mafia»'' anche per riferirsi al fenomeno mafioso in generale, tanto che oramai è comunemente accettata l'espressione «''mafie''».


Da un punto di vista storico, come ricorda Isaia Sales<ref>Sales, Isaia (2016). Storia dell'Italia mafiosa, Soveria Mannelli, Rubbettino, pp. 53-54.</ref>, la mafia siciliana è una specifica manifestazione, e nemmeno la prima, di fenomeni criminali nati anche in altri territori e nello stesso periodo storico. Si può parlare dunque di «comune modello vincente» e quindi di '''modello mafioso'''. Questa forma di criminalità organizzata ha dimostrato di sapersi riprodurre nel tempo e non solo nel Mezzogiorno d'Italia, fino a diventare oggi '''il più efficiente modello di criminalità organizzata a livello globale'''. Ecco perché il termine declinato al plurale viene oramai utilizzato sovente anche in ambito accademico-scientifico e non solo politico-giornalistico, anche se resta più corretto utilizzare le espressioni «organizzazioni mafiose» o «associazioni criminali di stampo mafioso».  
Da un punto di vista storico, come ricorda Isaia Sales<ref>Sales, Isaia (2016). Storia dell'Italia mafiosa, Soveria Mannelli, Rubbettino, pp. 53-54.</ref>, la mafia siciliana è una specifica manifestazione, e nemmeno la prima, di fenomeni criminali nati anche in altri territori e nello stesso periodo storico. Si può parlare dunque di «comune modello vincente» e quindi di '''modello mafioso'''. Questa forma di criminalità organizzata ha dimostrato di sapersi riprodurre nel tempo e non solo nel Mezzogiorno d'Italia, fino a diventare oggi '''il più efficiente modello di criminalità organizzata a livello globale'''. Ecco perché il termine declinato al plurale viene oramai utilizzato sovente anche in ambito accademico-scientifico e non solo politico-giornalistico, anche se resta più corretto utilizzare le espressioni «organizzazioni mafiose» o «associazioni criminali di stampo mafioso».  


== Dalla «maffia» alla mafia ==
==Dalla «maffia» alla mafia==
Se nel caso della [[camorra]] si affermò prima il «nome» della «cosa»<ref>La parola ''camorra'' come casa da gioco o gioco d'azzardo era già nota nel Settecento. In una «Prammatica» del 1735 furono autorizzate dal re otto nuove case da gioco, una delle quali si chiamava «''camorra avanti palazzo''». Della camorra come organizzazione criminale si iniziò invece a parlarne attorno al 1820, non solo negli atti di polizia, ma anche in letteratura, soprattutto attraverso i romanzi a puntate di Francesco Mastriani. Per approfondire, si veda Sales, ''op. cit.'', pp. 59-64.</ref>, intesa come fenomeno criminale urbano e cittadino della provincia di Napoli, nel caso della mafia accadde il contrario.   
Se nel caso della [[camorra]] si affermò prima il «nome» della «cosa»<ref>La parola ''camorra'' come casa da gioco o gioco d'azzardo era già nota nel Settecento. In una «Prammatica» del 1735 furono autorizzate dal re otto nuove case da gioco, una delle quali si chiamava «''camorra avanti palazzo''». Della camorra come organizzazione criminale si iniziò invece a parlarne attorno al 1820, non solo negli atti di polizia, ma anche in letteratura, soprattutto attraverso i romanzi a puntate di Francesco Mastriani. Per approfondire, si veda Sales, ''op. cit.'', pp. 59-64.</ref>, intesa come fenomeno criminale urbano e cittadino della provincia di Napoli, nel caso della mafia accadde il contrario.   


Il fenomeno criminale siciliano era ben noto prima dell’Unità d’Italia, come testimonia una lettera del [[1838]] del procuratore di Trapani '''Pietro Ulloa''' al Re delle Due Sicilie e dai rapporti dei procuratori generali delle corti criminali di Palermo, Messina e Girgenti (l’odierna Agrigento) tra il [[1830]] e il [[1840]]. In particolare, il procuratore di Agrigento nel [[1828]] accertava l’esistenza di un’associazione criminale <blockquote>«di oltre 100 membri di diverso rango i quali riuniti in fermo giuramento di non rivelare mai menoma circostanza delle loro operazioni, a costo della vita, e conservano a difesa comune una somma considerevole di denaro in cassa»<ref>Ivi, p. 60.</ref>. </blockquote>Tuttavia, la parola comparve ufficialmente la prima volta in una lettera datata [[1° maggio]] [[1861]]: il marchese e generale sabaudo '''Alessandro Filippo Della Rovere''' raccontava all'amico Ottavio Tahon De Revel, conte di Pralungo e Signore di Castelnuovo, quel che aveva potuto registrare nelle prime settimane da Luogotenente generale del Re nelle province siciliane, carica che ricoprì fino al [[5 settembre]] [[1861]], quando fu nominato Ministro della Guerra nel primo governo di Bettino Ricasoli:<blockquote>«La situazione qui non è bella ma meno brutta di quanto mi aspettavo. Bisogna persuadere tutti che non bado né a Tizio né a Sempronio, ma voglio far osservare la legge. C'è ancora un poco di Baronia normanna, e di costumi saraceni in qualche regione, ma non è tale da dar fastidio. Nelle provincie napoletane vi sono due partiti che si torturano a vicenda. In Sicilia vi è un solo partito, ma disgraziatamente avverso al Governo per tradizione. Costì le bande di briganti sono formate dagli sbandati e dai Borbonici. In Sicilia temo che vi si formino anche bande di briganti formate dai renitenti alla leva. Questa sarà la gran piaga, perché i renitenti sono aiutati e protetti dalle popolazioni e dalle autorità municipali. Sarà un affare serio da trattarsi con energia. Della reazione borbonica non è neanche da pensarci. '''Qui v'è pure la camorra, non meno cattiva della napoletana. La chiamano ''maffia'''''»<ref>Lettera riportata da Thaon De Revel nel suo libro di memorie. Cfr Thaon De Revel, Ottavio (1892). ''Da Ancona a Napoli. Miei ricordi,'' Milano, Dumolard, p. 180.</ref>.</blockquote>Da questa lettera si evince come il massimo rappresentante del neonato Regno d'Italia fosse già a conoscenza di un fenomeno criminale del tutto simile all'allora ben più famosa camorra napoletana.  
Il fenomeno criminale siciliano era ben noto prima dell’Unità d’Italia, come testimonia una lettera del [[1838]] del procuratore di Trapani '''Pietro Ulloa''' al Re delle Due Sicilie e dai rapporti dei procuratori generali delle corti criminali di Palermo, Messina e Girgenti (l’odierna Agrigento) tra il [[1830]] e il [[1840]]. In particolare, il procuratore di Agrigento nel [[1828]] accertava l’esistenza di un’associazione criminale <blockquote>«di oltre 100 membri di diverso rango i quali riuniti in fermo giuramento di non rivelare mai menoma circostanza delle loro operazioni, a costo della vita, e conservano a difesa comune una somma considerevole di denaro in cassa»<ref>Ivi, p. 60.</ref>. </blockquote>Tuttavia, la parola comparve ufficialmente la prima volta in una lettera datata [[1° maggio]] [[1861]]: il marchese e generale sabaudo '''Alessandro Filippo Della Rovere''' raccontava all'amico Ottavio Tahon De Revel, conte di Pralungo e Signore di Castelnuovo, quel che aveva potuto registrare nelle prime settimane da Luogotenente generale del Re nelle province siciliane, carica che ricoprì fino al [[5 settembre]] [[1861]], quando fu nominato Ministro della Guerra nel primo governo di Bettino Ricasoli:<blockquote>«La situazione qui non è bella ma meno brutta di quanto mi aspettavo. Bisogna persuadere tutti che non bado né a Tizio né a Sempronio, ma voglio far osservare la legge. C'è ancora un poco di Baronia normanna, e di costumi saraceni in qualche regione, ma non è tale da dar fastidio. Nelle provincie napoletane vi sono due partiti che si torturano a vicenda. In Sicilia vi è un solo partito, ma disgraziatamente avverso al Governo per tradizione. Costì le bande di briganti sono formate dagli sbandati e dai Borbonici. In Sicilia temo che vi si formino anche bande di briganti formate dai renitenti alla leva. Questa sarà la gran piaga, perché i renitenti sono aiutati e protetti dalle popolazioni e dalle autorità municipali. Sarà un affare serio da trattarsi con energia. Della reazione borbonica non è neanche da pensarci. '''Qui v'è pure la camorra, non meno cattiva della napoletana. La chiamano ''maffia'''''»<ref>Lettera riportata da Thaon De Revel nel suo libro di memorie. Cfr Thaon De Revel, Ottavio (1892). ''Da Ancona a Napoli. Miei ricordi,'' Milano, Dumolard, p. 180.</ref>.</blockquote>Da questa lettera si evince come il massimo rappresentante del neonato Regno d'Italia fosse già a conoscenza di un fenomeno criminale del tutto simile all'allora ben più famosa camorra napoletana.  


=== Quando la mafia conquisto la scena nazionale: lo spettacolo teatrale «I mafiusi de la Vicaria» ===
===Quando la mafia conquisto la scena nazionale: lo spettacolo teatrale «I mafiusi de la Vicaria»===
La parola mafia conquistò la scena nazionale, divenendo estremamente popolare<ref>Per approfondire, si veda Novacco, Domenico (1959). "[http://www.jstor.org/stable/26106878 Considerazioni sulla fortuna del termine mafia]", in ''Belfagor'', ''14''(2), pp. 206–212.</ref>, due anni dopo la lettera di Della Rovere, quando venne messo in scena per la prima volta lo spettacolo teatrale '''''I mafiusi de la Vicaria''''', di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca.  
La parola mafia conquistò la scena nazionale, divenendo estremamente popolare<ref>Per approfondire, si veda Novacco, Domenico (1959). "[http://www.jstor.org/stable/26106878 Considerazioni sulla fortuna del termine mafia]", in ''Belfagor'', ''14''(2), pp. 206–212.</ref>, due anni dopo la lettera di Della Rovere, quando venne messo in scena per la prima volta lo spettacolo teatrale '''''I mafiusi de la Vicaria''''', di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca.  


La ''piéce'' teatrale ebbe molto successo all’epoca, con oltre trecento repliche nella sola Palermo e addirittura Re Umberto I tra gli spettatori a Napoli: il protagonista, Gioacchino Funciazza, dominava sugli altri ''mafiusi'', facendosi pagare ''‘u pizzu'' per dormire su un giaciglio, ma al tempo stesso difendeva gli oppressi dal nuovo Stato e tutti quelli che chiedevano la sua protezione<ref>Dickie, John (2005). ''Cosa Nostra - Storia della Mafia Siciliana'', Roma-Bari, Editori Laterza, p. 44-45.</ref>. Non solo, il boss rispettava i morti, battezzava i nuovi affiliati, promuoveva i migliori della banda. Tutte cose considerate all’epoca «onorevoli», ma che non definivano il mafioso «uomo d’onore» come sarebbe stato inteso decenni dopo. L’aggettivo «mafioso» era piuttosto sinonimo di «uomo coraggioso», condividendo questa accezione con l’omologo calabrese<ref>La parola ‘ndrangheta deriverebbe dal verbo greco άνδραγαθέω (andragathéo), composto dalla matrice semantica degli aggettivi άνήρ (anèr) e άθαθός (agathòs), che significa letteralmente «agisco da uomo perbene o valoroso», stando alla definizione del Dizionario Greco-Italiano a cura di Lorenzo Rocci. Per approfondire l’etimologia dei termini, si veda [[Cosa Nostra]], [[Camorra]] e [['Ndrangheta|'ndrangheta]].</ref>, mentre diventava «bella donna» se declinato al femminile.
La ''piéce'' teatrale ebbe molto successo all’epoca, con oltre trecento repliche nella sola Palermo e addirittura Re Umberto I tra gli spettatori a Napoli: il protagonista, Gioacchino Funciazza, dominava sugli altri ''mafiusi'', facendosi pagare ''‘u pizzu'' per dormire su un giaciglio, ma al tempo stesso difendeva gli oppressi dal nuovo Stato e tutti quelli che chiedevano la sua protezione<ref>Dickie, John (2005). ''Cosa Nostra - Storia della Mafia Siciliana'', Roma-Bari, Editori Laterza, p. 44-45.</ref>. Non solo, il boss rispettava i morti, battezzava i nuovi affiliati, promuoveva i migliori della banda. Tutte cose considerate all’epoca «onorevoli», ma che non definivano il mafioso «uomo d’onore» come sarebbe stato inteso decenni dopo. L’aggettivo «mafioso» era piuttosto sinonimo di «uomo coraggioso», condividendo questa accezione con l’omologo calabrese<ref>La parola ‘ndrangheta deriverebbe dal verbo greco άνδραγαθέω (andragathéo), composto dalla matrice semantica degli aggettivi άνήρ (anèr) e άθαθός (agathòs), che significa letteralmente «agisco da uomo perbene o valoroso», stando alla definizione del Dizionario Greco-Italiano a cura di Lorenzo Rocci. Per approfondire l’etimologia dei termini, si veda [[Cosa Nostra]], [[Camorra]] e [['Ndrangheta|'ndrangheta]].</ref>, mentre diventava «bella donna» se declinato al femminile.


==== Le critiche dell'etnologo Giuseppe Pitrè ====
====Le critiche dell'etnologo Giuseppe Pitrè====
[[File:Giuseppe pitrè.jpg|alt=Giuseppe Pitrè|miniatura|200x200px|Giuseppe Pitrè]]
[[File:Giuseppe pitrè.jpg|alt=Giuseppe Pitrè|miniatura|200x200px|Giuseppe Pitrè]]
Il successo dell’assimilazione della mafia e dei mafiosi nella cultura nazionale come «associazione malandrinesca», per citare un rapporto del 1865 del Prefetto di Palermo Filippo Gualtiero<ref>Lupo, Salvatore (2004). ''Storia della mafia'', Roma, Donzelli editore, p. 13.</ref>,  costò a Rizzotto le aspre critiche di diversi esponenti della cultura siciliana, a partire da quelle dell’etnologo palermitano '''[[Giuseppe Pitrè]]''', che lo ritenne responsabile della nuova fama negativa della parola.  
Il successo dell’assimilazione della mafia e dei mafiosi nella cultura nazionale come «associazione malandrinesca», per citare un rapporto del 1865 del Prefetto di Palermo Filippo Gualtiero<ref>Lupo, Salvatore (2004). ''Storia della mafia'', Roma, Donzelli editore, p. 13.</ref>,  costò a Rizzotto le aspre critiche di diversi esponenti della cultura siciliana, a partire da quelle dell’etnologo palermitano '''[[Giuseppe Pitrè]]''', che lo ritenne responsabile della nuova fama negativa della parola.  
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Lo studioso affermava anzitutto che il vocabolo non aveva alcun rapporto con quello toscano di ''maffia'', che voleva dire miseria, e nemmeno col francese ''maufait'' ("il male", trascritto tuttavia nella sua opera come ''mauffé''). Poi precisava che:<blockquote>«la mafia non è setta né associazione, non ha regolamenti né statuti. [...] Il mafioso non è un ladro, non è un malandrino; e se nella nuova fortuna toccata alla parola, la qualità di mafioso è stata applicata al ladro, ed al malandrino, ciò è perché il non sempre colto pubblico non ha avuto tempo di ragionare sul valore della parola, né s’è curato di sapere che nel modo di sentire del ladro e del malandrino ''il mafioso è soltanto un uomo coraggioso e valente'', che non porta mosca sul naso, nel qual senso ''l’essere mafioso è necessario, anzi indispensabile''. La mafia è la ''coscienza del proprio essere'', l’esagerato concetto della forza individuale, unica e sola arbitra di ogni contrasto, di ogni urto d’interessi e d’idee; donde la insofferenza della superiorità e peggio ancora della prepotenza altrui. Il mafioso vuol essere rispettato e rispetta quasi sempre. Se è offeso non si rimette alla legge, alla giustizia, ma sa farsi personalmente ragione da sé, e quando non ne ha la forza, col mezzo di altri del medesimo sentire di lui»<ref>Pitrè Giuseppe (1889). ''Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano'', vol. II, Palermo, L. Pedone-Lauriel, p. 287 e ss.</ref>.</blockquote>
Lo studioso affermava anzitutto che il vocabolo non aveva alcun rapporto con quello toscano di ''maffia'', che voleva dire miseria, e nemmeno col francese ''maufait'' ("il male", trascritto tuttavia nella sua opera come ''mauffé''). Poi precisava che:<blockquote>«la mafia non è setta né associazione, non ha regolamenti né statuti. [...] Il mafioso non è un ladro, non è un malandrino; e se nella nuova fortuna toccata alla parola, la qualità di mafioso è stata applicata al ladro, ed al malandrino, ciò è perché il non sempre colto pubblico non ha avuto tempo di ragionare sul valore della parola, né s’è curato di sapere che nel modo di sentire del ladro e del malandrino ''il mafioso è soltanto un uomo coraggioso e valente'', che non porta mosca sul naso, nel qual senso ''l’essere mafioso è necessario, anzi indispensabile''. La mafia è la ''coscienza del proprio essere'', l’esagerato concetto della forza individuale, unica e sola arbitra di ogni contrasto, di ogni urto d’interessi e d’idee; donde la insofferenza della superiorità e peggio ancora della prepotenza altrui. Il mafioso vuol essere rispettato e rispetta quasi sempre. Se è offeso non si rimette alla legge, alla giustizia, ma sa farsi personalmente ragione da sé, e quando non ne ha la forza, col mezzo di altri del medesimo sentire di lui»<ref>Pitrè Giuseppe (1889). ''Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano'', vol. II, Palermo, L. Pedone-Lauriel, p. 287 e ss.</ref>.</blockquote>


==== Il peso della letteratura romantica nella diffusione del mito del «mafioso buono» ====
====Il peso della letteratura romantica nella diffusione del mito del «mafioso buono»====
Come ricorda lo storico Salvatore Francesco Romano<ref>Romano, Salvatore Francesco (1966). ''Storia della mafia'', Milano, Arnoldo Mondadori Editore (ed. or. 1963 Sugar editore), p. 36 e ss.</ref>, la definizione di Pitrè, benché non definisse nulla, ebbe molto successo e diffusione alla fine del XIX secolo, specialmente tra i sociologi, generando una serie di equivoci e confusioni tra gli studiosi dell'epoca.  
Come ricorda lo storico Salvatore Francesco Romano<ref>Romano, Salvatore Francesco (1966). ''Storia della mafia'', Milano, Arnoldo Mondadori Editore (ed. or. 1963 Sugar editore), p. 36 e ss.</ref>, la definizione di Pitrè, benché non definisse nulla, ebbe molto successo e diffusione alla fine del XIX secolo, specialmente tra i sociologi, generando una serie di equivoci e confusioni tra gli studiosi dell'epoca.  


La concezione dell'etnologo palermitano risentiva dell'influenza della '''tradizione letteraria del ''romanticismo''''' che aveva esaltato il mito antico del bandito o del brigante «buono», vendicatore dei deboli e dei poveri contro i ricchi e i potenti. L'uso, introdotto in Francia e poi replicato in tutti gli altri paesi europei, di pubblicare un romanzo popolare a puntate sui giornali quotidiani in un appendice, che poteva essere tolta e conservata a parte, costituì un potente mezzo di diffusione di questo genere di romanzi, che avevano molto spesso per protagonisti briganti, banditi, ribelli in lotta e in guerra per un ideale di giustizia vendicatrice.
La concezione dell'etnologo palermitano risentiva dell'influenza della '''tradizione letteraria del ''romanticismo''''' che aveva esaltato il mito antico del bandito o del brigante «buono», vendicatore dei deboli e dei poveri contro i ricchi e i potenti. L'uso, introdotto in Francia e poi replicato in tutti gli altri paesi europei, di pubblicare un romanzo popolare a puntate sui giornali quotidiani in un appendice, che poteva essere tolta e conservata a parte, costituì un potente mezzo di diffusione di questo genere di romanzi, che avevano molto spesso per protagonisti briganti, banditi, ribelli in lotta e in guerra per un ideale di giustizia vendicatrice.


Tra le opere di maggior rilievo vale la pena ricordare:
Tra le opere di maggior rilievo vale la pena ricordare:  


* ''[https://it.wikipedia.org/wiki/I_masnadieri_(Schiller) I Masnadieri]'' (Die Räuber), di Friedrich Schiller, pubblicato nel [[1781]], dove il protagonista impersona lo spirito di insofferenza romantica alle consuetudini morali del tempo e alla tirannia politica;
*''[https://it.wikipedia.org/wiki/I_masnadieri_(Schiller) I Masnadieri]'' (Die Räuber), di Friedrich Schiller, pubblicato nel [[1781]], dove il protagonista impersona lo spirito di insofferenza romantica alle consuetudini morali del tempo e alla tirannia politica;
* ''[https://it.wikipedia.org/wiki/Ivanhoe Ivanhoe]'', di Walter Scott, pubblicato nel [[1819]], dove nei capitoli 40 e 41 veniva esaltata la figura del bandito Locksley, celeberrimo lord decaduto che lottava per il suo Re, anche noto come ''Robin Hood'';  
*''[https://it.wikipedia.org/wiki/Ivanhoe Ivanhoe]'', di Walter Scott, pubblicato nel [[1819]], dove nei capitoli 40 e 41 veniva esaltata la figura del bandito Locksley, celeberrimo lord decaduto che lottava per il suo Re, anche noto come ''Robin Hood'';
* ''[https://it.wikipedia.org/wiki/Hernani_(dramma) Hernani]'', di Victor Hugo, dramma teatrale andato in scena per la prima volta al "''Théâtre Français''" di Parigi il [[25 febbraio]] [[1830]], considerato l'opera fondamentale del romanticismo;
*''[https://it.wikipedia.org/wiki/Hernani_(dramma) Hernani]'', di Victor Hugo, dramma teatrale andato in scena per la prima volta al "''Théâtre Français''" di Parigi il [[25 febbraio]] [[1830]], considerato l'opera fondamentale del romanticismo;
* [https://it.wikipedia.org/wiki/Pasquale_Bruno_(bandito) Pascal Bruno], di Alexandre Dumas, pubblicato nel [[1838]], in cui si raccontava la storia del leggendario bandito siciliano originario di Bauso, oggi Villafranca Tirrena.
*[https://it.wikipedia.org/wiki/Pasquale_Bruno_(bandito) Pascal Bruno], di Alexandre Dumas, pubblicato nel [[1838]], in cui si raccontava la storia del leggendario bandito siciliano originario di Bauso, oggi Villafranca Tirrena.


A questi si aggiunsero una miriade di altri romanzi e racconti meno noti che ebbero una larga diffusione popolare nell'Ottocento, come ''Il Masnadiero siciliano'' di Vincenzo Linares<ref>Per approfondire, Navarria, Aurelio (1957). "[http://www.jstor.org/stable/26068395 Un narratore siciliano dell'Ottocento: Vincenzo Linares]", in ''Belfagor'', ''12''(3), pp. 312–314.</ref>, che raccontava la storia del bandito ''Testalonga'' di Pietraperzia.
A questi si aggiunsero una miriade di altri romanzi e racconti meno noti che ebbero una larga diffusione popolare nell'Ottocento, come ''Il Masnadiero siciliano'' di Vincenzo Linares<ref>Per approfondire, Navarria, Aurelio (1957). "[http://www.jstor.org/stable/26068395 Un narratore siciliano dell'Ottocento: Vincenzo Linares]", in ''Belfagor'', ''12''(3), pp. 312–314.</ref>, che raccontava la storia del bandito ''Testalonga'' di Pietraperzia.
[[File:Luciano liggio.jpg|alt=Luciano Leggio|miniatura|164x164px|Luciano Leggio]]
 
 
La definizione di mafia di Pitrè poteva contare quindi su secoli di sedimentazione nella cultura popolare del «mito del brigante buono», che a partire poi dalla sua polemica contro lo spettacolo teatrale di Rizzotto e Mosca venne gradualmente sostituito dal «mito del mafioso buono». La prova è data dalle parole di un boss mafioso del calibro di [[Luciano Leggio]], che nella famosa intervista a Enzo Biagi, disse:<blockquote>''Biagi'': «Che cos’è la mafia secondo lei, è una cosa riprovevole?»
La definizione di mafia di Pitrè poteva contare quindi su secoli di sedimentazione nella cultura popolare del «mito del brigante buono», che a partire poi dalla sua polemica contro lo spettacolo teatrale di Rizzotto e Mosca venne gradualmente sostituito dal «mito del mafioso buono». La prova è data dalle parole di un boss mafioso del calibro di [[Luciano Leggio]], che nella famosa intervista a Enzo Biagi, disse:<blockquote>''Biagi'': «Che cos’è la mafia secondo lei, è una cosa riprovevole?»


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''Leggio'': «No, non mi offendo, non solo. Semplicemente mi duole perché credo che non ho tutta quella ricchezza spirituale e fisica di esserlo, un mafioso».</blockquote>
''Leggio'': «No, non mi offendo, non solo. Semplicemente mi duole perché credo che non ho tutta quella ricchezza spirituale e fisica di esserlo, un mafioso».</blockquote>
[[File:Vittorio emanuele orlando.jpg|alt=Vittorio Emanuele Orlando|miniatura|200x200px|Vittorio Emanuele Orlando]]
[[File:Luciano liggio.jpg|alt=Luciano Leggio|miniatura|164x164px|Luciano Leggio]]
La ricchezza spirituale e fisica di cui parlava Leggio evidentemente non mancava invece a un illustre cittadino palermitano come era '''Vittorio Emanuele Orlando''', già presidente del Consiglio dei Ministri (1917-1919) e Ministro degli Interni (1916-1919), che in un comizio al Teatro Massimo di Palermo in occasione delle elezioni dell’agosto [[1925]] arrivò a dichiarare che:<blockquote>«se per mafia si intende il senso dell'onore portato fino all'esagerazione, l'insofferenza contro ogni prepotenza e sopraffazione, portata sino al parossismo, la generosità che fronteggia il forte ma indulge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte. Se per mafia si intendono questi sentimenti, e questi atteggiamenti, sia pure con i loro eccessi, allora in tal senso si tratta di contrassegni individuali dell'anima siciliana, e '''mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo'''!»</blockquote>Il caso di Vittorio Emanuele Orlando non fu un caso isolato: si tratta solo di uno della miriade di esempi che si possono riscontrare nell’arco di più di 150 anni di '''legittimazione del fenomeno mafioso e di negazione della sua natura criminale'''. A tal proposito, basti pensare che solamente grazie alla sentenza definitiva del [[Maxiprocesso di Palermo]], e in particolare alla collaborazione di [[Tommaso Buscetta]], si poté finalmente scrivere la parola «fine» al dibattito sull’esistenza della «mafia» in quanto organizzazione criminale.
La ricchezza spirituale e fisica di cui parlava Leggio evidentemente non mancava invece a un illustre cittadino palermitano come era '''Vittorio Emanuele Orlando''', già presidente del Consiglio dei Ministri (1917-1919) e Ministro degli Interni (1916-1919), che in un comizio al Teatro Massimo di Palermo in occasione delle elezioni dell’agosto [[1925]] arrivò a dichiarare che:<blockquote>«se per mafia si intende il senso dell'onore portato fino all'esagerazione, l'insofferenza contro ogni prepotenza e sopraffazione, portata sino al parossismo, la generosità che fronteggia il forte ma indulge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte. Se per mafia si intendono questi sentimenti, e questi atteggiamenti, sia pure con i loro eccessi, allora in tal senso si tratta di contrassegni individuali dell'anima siciliana, e '''mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo'''!»</blockquote>[[File:Vittorio emanuele orlando.jpg|alt=Vittorio Emanuele Orlando|miniatura|200x200px|Vittorio Emanuele Orlando]]Il caso di Vittorio Emanuele Orlando non fu un caso isolato: si tratta solo di uno della miriade di esempi che si possono riscontrare nell’arco di più di 150 anni di '''legittimazione del fenomeno mafioso e di negazione della sua natura criminale'''. A tal proposito, basti pensare che solamente grazie alla sentenza definitiva del [[Maxiprocesso di Palermo]], e in particolare alla collaborazione di [[Tommaso Buscetta]], si poté finalmente scrivere la parola «fine» al dibattito sull’esistenza della «mafia» in quanto organizzazione criminale.


D’altronde, persino sul ''Vocabolario della lingua italiana'' a cura di Nicola Zingarelli nel [[1966]] alla voce mafia stava scritto: «associazione di prepotenti e delinquenti un tempo infestante la Sicilia. Il regime fascista l’ha combattuta aspramente e sradicata»<ref>Citato in Dalla Chiesa, ''La Convergenza'', p. 41.</ref>. Ed è Carlo Levi nel suo celeberrimo ''Le parole sono pietre'', del [[1951]], che ci riporta la curiosa conversazione notturna sulla mafia con il vicesindaco di Palermo di allora: il politico gli avrebbe detto «lei crede a quelle fandonie? La mafia non esiste, è una leggenda. La mafia non c’è: se ci fosse sarebbe una bella cosa, sarei mafioso anch’io»''.''
D’altronde, persino sul ''Vocabolario della lingua italiana'' a cura di Nicola Zingarelli nel [[1966]] alla voce mafia stava scritto: «associazione di prepotenti e delinquenti un tempo infestante la Sicilia. Il regime fascista l’ha combattuta aspramente e sradicata»<ref>Citato in Dalla Chiesa, ''La Convergenza'', p. 41.</ref>. Ed è Carlo Levi nel suo celeberrimo ''Le parole sono pietre'', del [[1951]], che ci riporta la curiosa conversazione notturna sulla mafia con il vicesindaco di Palermo di allora: il politico gli avrebbe detto «lei crede a quelle fandonie? La mafia non esiste, è una leggenda. La mafia non c’è: se ci fosse sarebbe una bella cosa, sarei mafioso anch’io»''.''


=== La prima inchiesta: le «Condizioni politiche e amministrative della Sicilia» di Leopoldo Franchetti ===
===La prima inchiesta: le «Condizioni politiche e amministrative della Sicilia» di Leopoldo Franchetti===
[[File:Leopoldo franchetti.jpg|alt=Leopoldo Franchetti|miniatura|200x200px|Leopoldo Franchetti]]
[[File:Leopoldo franchetti.jpg|alt=Leopoldo Franchetti|miniatura|200x200px|Leopoldo Franchetti]]
Che la ''maffia'' fosse simile alla camorra, ma fosse anche qualcosa di diverso, fu messo nero su bianco nel [[1876|1877]] in un'eccezionale inchiesta sociologico-politica<ref>Franchetti, Leopoldo, Sonnino, Sidney (1877). ''La Sicilia nel 1876'',(2 voll.), Firenze, Barbera. </ref> di due giovani aristocratici di origine ebraica, all'epoca ventinovenni, [[Leopoldo Franchetti|'''Leopoldo Franchetti''']], futuro deputato e senatore, e [[Sidney Sonnino|'''Sidney Sonnino''']], futuro Presidente del Consiglio dei Ministri.  
Che la ''maffia'' fosse simile alla camorra, ma fosse anche qualcosa di diverso, fu messo nero su bianco nel [[1876|1877]] in un'eccezionale inchiesta sociologico-politica<ref>Franchetti, Leopoldo, Sonnino, Sidney (1877). ''La Sicilia nel 1876'',(2 voll.), Firenze, Barbera. </ref> di due giovani aristocratici di origine ebraica, all'epoca ventinovenni, [[Leopoldo Franchetti|'''Leopoldo Franchetti''']], futuro deputato e senatore, e [[Sidney Sonnino|'''Sidney Sonnino''']], futuro Presidente del Consiglio dei Ministri.  
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A rafforzare l'analisi di Franchetti fu 23 anni dopo, nel [[1900]], [[Rapporto Sangiorgi|il rapporto del Questore Sangiorgi]], con dettagliate analisi supportate da prove documentali importantissime, che tuttavia non trovò alcuna sponda nel governo centrale  
A rafforzare l'analisi di Franchetti fu 23 anni dopo, nel [[1900]], [[Rapporto Sangiorgi|il rapporto del Questore Sangiorgi]], con dettagliate analisi supportate da prove documentali importantissime, che tuttavia non trovò alcuna sponda nel governo centrale  


=== Quando la mafia conquistò la scena internazionale: da Joe Valachi a Tommaso Buscetta, passando per «il Padrino» di Coppola ===
===Quando la mafia conquistò la scena internazionale: da Joe Valachi a Tommaso Buscetta, passando per «il Padrino» di Coppola===
[[File:Ilpadrino-locandina.jpg|alt=Il Padrino, di Francis Ford Coppola|miniatura|287x287px|La locandina de "Il Padrino"]]
[[File:Ilpadrino-locandina.jpg|alt=Il Padrino, di Francis Ford Coppola|miniatura|287x287px|La locandina de "Il Padrino"]]
Nonostante le analisi e gli aspri dibattiti a cavallo tra XIX e XX secolo, la parola mafia si conquistò definitivamente la ribalta internazionale '''solamente negli anni '60''', quando negli USA decise di collaborare con la giustizia il mafioso italo-americano [[Joe Valachi]], innescando un feroce dibattito in seno alla sociologia americana, che negava l'esistenza della mafia come organizzazione criminale<ref>Sul tema si veda la ricostruzione storica fatta da Pierpaolo Farina in: Farina, Pierpaolo (2021). ''Le Affinità elettive: il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia'', Tesi di Dottorato - XXXIII Ciclo, Università degli Studi di Milano.</ref>.  
Nonostante le analisi e gli aspri dibattiti a cavallo tra XIX e XX secolo, la parola mafia si conquistò definitivamente la ribalta internazionale '''solamente negli anni '60''', quando negli USA decise di collaborare con la giustizia il mafioso italo-americano [[Joe Valachi]], innescando un feroce dibattito in seno alla sociologia americana, che negava l'esistenza della mafia come organizzazione criminale<ref>Sul tema si veda la ricostruzione storica fatta da Pierpaolo Farina in: Farina, Pierpaolo (2021). ''Le Affinità elettive: il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia'', Tesi di Dottorato - XXXIII Ciclo, Università degli Studi di Milano.</ref>.  
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Nonostante il film di Coppola, il dibattito sulla reale esistenza della mafia continuò a infuriare, soprattutto in Italia, dove i legami oramai accertati con la '''Democrazia Cristiana''' anche negli anni '70, nella celeberrima relazione critica di minoranza a firma [[Pio La Torre]] e [[Cesare Terranova]], divennero oggetto di contesa politica.
Nonostante il film di Coppola, il dibattito sulla reale esistenza della mafia continuò a infuriare, soprattutto in Italia, dove i legami oramai accertati con la '''Democrazia Cristiana''' anche negli anni '70, nella celeberrima relazione critica di minoranza a firma [[Pio La Torre]] e [[Cesare Terranova]], divennero oggetto di contesa politica.


== Che cos'è la mafia? ==
==Che cos'è la mafia?==
'''Che cos'è quindi la mafia?''' Se la definizione giuridica di organizzazione mafiosa non lascia spazio a dubbi<ref>Si veda la voce [[Legge Rognoni - La Torre]] e la categoria [[:Categoria:Le associazioni criminali di stampo mafioso|Le associazioni criminali di stampo mafioso]]</ref>, la sua interpretazione ontologica dal punto di vista sociologico non è invece univoca: negli anni sono stati proposti diversi [[:Categoria:Paradigmi interpretativi del fenomeno mafioso|paradigmi]] che fanno riferimento a differenti teorie sociali.
'''Che cos'è quindi la mafia?''' Se la definizione giuridica di organizzazione mafiosa non lascia spazio a dubbi<ref>Si veda la voce [[Legge Rognoni - La Torre]] e la categoria [[:Categoria:Le associazioni criminali di stampo mafioso|Le associazioni criminali di stampo mafioso]]</ref>, la sua interpretazione ontologica dal punto di vista sociologico non è invece univoca: negli anni sono stati proposti diversi [[:Categoria:Paradigmi interpretativi del fenomeno mafioso|paradigmi]] che fanno riferimento a differenti teorie sociali.


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Questo paradigma interpretativo affonda le sue radici in una lunga tradizione di ricerca, che potremmo far risalire a [[Leopoldo Franchetti]], e che negli anni si è arricchita anche di contributi esterni all’accademia, come quello di politici e intellettuali impegnati in prima fila contro la mafia in Sicilia come [[Pio La Torre]] e [[Michele Pantaleone]]<ref>Di Michele Pantaleone, si veda in particolare il suo ''Mafia e politica'', edito da Einaudi nel 1962.</ref>. Fu lo storico Salvatore Francesco Romano a definire per la prima volta negli anni ’60 la mafia come «una forma di ''potere reale extralegale'', di cui si servono i gruppi politici, sociali ed economici per fini di conquista e di egemonia che essi si propongono e che solo in parte si identifica e confonde con gli stessi capi dell’attività delinquenziale diretta»<ref>Romano, ''op. cit.'', p. 258.</ref>. Successivamente, nel [[1976]], [[Nando dalla Chiesa]] definì la mafia siciliana come «modo di esercizio del potere, forma di dominio di classe»<ref>Dalla Chiesa, Nando (1976). ''Il potere mafioso'', Milano, Mazzotta editore, p. 59.</ref>, precisando ulteriormente questa prospettiva teorica in lavori successivi<ref>Si vedano in particolare, Dalla Chiesa, Nando (1984). “Attualità della mafia: Mafia, onore e potere”, in ''Quaderni Storici'', Vol. 19(1), n. 55, p. 263-270; (1987). ''La palude e la città'', Milano, Mondadori, scritto con Pino Arlacchi; (2010) ''La Convergenza'', Milano, Melampo editore.</ref>.
Questo paradigma interpretativo affonda le sue radici in una lunga tradizione di ricerca, che potremmo far risalire a [[Leopoldo Franchetti]], e che negli anni si è arricchita anche di contributi esterni all’accademia, come quello di politici e intellettuali impegnati in prima fila contro la mafia in Sicilia come [[Pio La Torre]] e [[Michele Pantaleone]]<ref>Di Michele Pantaleone, si veda in particolare il suo ''Mafia e politica'', edito da Einaudi nel 1962.</ref>. Fu lo storico Salvatore Francesco Romano a definire per la prima volta negli anni ’60 la mafia come «una forma di ''potere reale extralegale'', di cui si servono i gruppi politici, sociali ed economici per fini di conquista e di egemonia che essi si propongono e che solo in parte si identifica e confonde con gli stessi capi dell’attività delinquenziale diretta»<ref>Romano, ''op. cit.'', p. 258.</ref>. Successivamente, nel [[1976]], [[Nando dalla Chiesa]] definì la mafia siciliana come «modo di esercizio del potere, forma di dominio di classe»<ref>Dalla Chiesa, Nando (1976). ''Il potere mafioso'', Milano, Mazzotta editore, p. 59.</ref>, precisando ulteriormente questa prospettiva teorica in lavori successivi<ref>Si vedano in particolare, Dalla Chiesa, Nando (1984). “Attualità della mafia: Mafia, onore e potere”, in ''Quaderni Storici'', Vol. 19(1), n. 55, p. 263-270; (1987). ''La palude e la città'', Milano, Mondadori, scritto con Pino Arlacchi; (2010) ''La Convergenza'', Milano, Melampo editore.</ref>.


=== La mafia come potere invisibile e ubiquo ===
===La mafia come potere invisibile e ubiquo===
[[File:Giovanni falcone maxiprocesso.jpg|alt=Giovanni Falcone|miniatura|249x249px|Giovanni Falcone]]
[[File:Giovanni falcone maxiprocesso.jpg|alt=Giovanni Falcone|miniatura|249x249px|Giovanni Falcone]]
Il potere mafioso è ''invisibile'' e ''ubiquo''<ref>Farina Pierpaolo, ''op. cit.'', p. 25.</ref>, e questo ha giovato alla sua aura di invincibilità e al tempo stesso alimentato la letteratura che ne negava l’esistenza. Sotto questo punto di vista, come scrisse Gordon Hawkins nel [[1969]]<ref>Hawkins, Gordon (1969). “God and the Mafia”, in ''The Public Interest'', 14, pp. 24-51.</ref>, condivide prerogative di Dio, anche se di divino ha ben poco.
Il potere mafioso è ''invisibile'' e ''ubiquo''<ref>Farina Pierpaolo, ''op. cit.'', p. 25.</ref>, e questo ha giovato alla sua aura di invincibilità e al tempo stesso alimentato la letteratura che ne negava l’esistenza. Sotto questo punto di vista, come scrisse Gordon Hawkins nel [[1969]]<ref>Hawkins, Gordon (1969). “God and the Mafia”, in ''The Public Interest'', 14, pp. 24-51.</ref>, condivide prerogative di Dio, anche se di divino ha ben poco.
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La sua '''''ubiquità''''' deriva invece dall’abilità di intessere '''''relazioni'' di potere''', che le permettono di contare su una vasta platea di soggetti esterni all’associazione che per interesse o per paura rinunciano alla propria dignità di cittadini per degradarsi a sudditi o tentare il salto di qualità ai vertici della «catena alimentare» della società. Se non va dimenticato che «la mafia è un fenomeno di classi dirigenti»<ref>Commissione Parlamentare Antimafia (1976). ''Relazione critica di minoranza – VI legislatura (1972-1976)'', a cura dell’on. La Torre e altri, Roma, 4 febbraio, p. 569.</ref>, allo stesso modo vanno ricordate le parole di [[Giovanni Falcone]]:<blockquote>«'''la mafia ''non è un cancro'' proliferato per caso su un tessuto sano'''. Vive ''in perfetta simbiosi'' con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di [[Cosa Nostra]] con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione»<ref>''Cose di Cosa Nostra'', p.93. Grassetti e Corsivi nostri.</ref>.</blockquote>
La sua '''''ubiquità''''' deriva invece dall’abilità di intessere '''''relazioni'' di potere''', che le permettono di contare su una vasta platea di soggetti esterni all’associazione che per interesse o per paura rinunciano alla propria dignità di cittadini per degradarsi a sudditi o tentare il salto di qualità ai vertici della «catena alimentare» della società. Se non va dimenticato che «la mafia è un fenomeno di classi dirigenti»<ref>Commissione Parlamentare Antimafia (1976). ''Relazione critica di minoranza – VI legislatura (1972-1976)'', a cura dell’on. La Torre e altri, Roma, 4 febbraio, p. 569.</ref>, allo stesso modo vanno ricordate le parole di [[Giovanni Falcone]]:<blockquote>«'''la mafia ''non è un cancro'' proliferato per caso su un tessuto sano'''. Vive ''in perfetta simbiosi'' con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di [[Cosa Nostra]] con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione»<ref>''Cose di Cosa Nostra'', p.93. Grassetti e Corsivi nostri.</ref>.</blockquote>


=== La vera forza della mafia ===
===La vera forza della mafia===
Ed è per questo che «'''la vera forza della mafia sta fuori dalla mafia'''»<ref>L’espressione è stata coniata da Nando dalla Chiesa per la prima volta nel 1987 in ''La Palude e la Città'', p. 31.</ref>: se così non fosse, questo fenomeno criminale non sarebbe sopravvissuto per oltre due secoli, mettendo radici ben al di fuori e lontano dagli originali contesti di nascita e insediamento; se così non fosse, la [[Mafia in Lombardia|Lombardia]] e [[Mafia a Milano|Milano]], il cuore pulsante dell’economia italiana, non avrebbero conosciuto una presenza delle principali organizzazioni mafiose italiane così radicata e duratura, sin dagli anni ’50 del secolo scorso.  
Ed è per questo che «'''la vera forza della mafia sta fuori dalla mafia'''»<ref>L’espressione è stata coniata da Nando dalla Chiesa per la prima volta nel 1987 in ''La Palude e la Città'', p. 31.</ref>: se così non fosse, questo fenomeno criminale non sarebbe sopravvissuto per oltre due secoli, mettendo radici ben al di fuori e lontano dagli originali contesti di nascita e insediamento; se così non fosse, la [[Mafia in Lombardia|Lombardia]] e [[Mafia a Milano|Milano]], il cuore pulsante dell’economia italiana, non avrebbero conosciuto una presenza delle principali organizzazioni mafiose italiane così radicata e duratura, sin dagli anni ’50 del secolo scorso.  


Ma quali sono i requisiti di questa forza? [[Nando dalla Chiesa]] ne individua cinque all’interno del suo «[[Modello Mafioso|modello mafioso]]»:
Ma quali sono i requisiti di questa forza? [[Nando dalla Chiesa]] ne individua cinque all’interno del suo «[[Modello Mafioso|modello mafioso]]»:  


# '''''legittimità''''', ossia l’accettazione, attiva o passiva, di cui gode da parte dell’ambiente e il suo potenziale di «giustificazione»;
#'''''legittimità''''', ossia l’accettazione, attiva o passiva, di cui gode da parte dell’ambiente e il suo potenziale di «giustificazione»;
# '''''invisibilità materiale''''', cioè la sua capacità di mimetizzarsi e farsi percepire in maniera diversa e non pericolosa (che si sublima – scrive il sociologo – nella classica affermazione che «la mafia non esiste»);
#'''''invisibilità materiale''''', cioè la sua capacità di mimetizzarsi e farsi percepire in maniera diversa e non pericolosa (che si sublima – scrive il sociologo – nella classica affermazione che «la mafia non esiste»);
# '''''invisibilità concettuale''','' che differisce dalla precedente in quanto consiste nella capacità di essere confusa con altri fenomeni, anche contigui o correlati, come corruzione, clientelismo o criminalità economica;
#'''''invisibilità concettuale''','' che differisce dalla precedente in quanto consiste nella capacità di essere confusa con altri fenomeni, anche contigui o correlati, come corruzione, clientelismo o criminalità economica;
# '''''espansività''','' cioè la capacità di espandersi e radicarsi, sia in nuove aree geografiche sia in nuovi settori di attività;
#'''''espansività''','' cioè la capacità di espandersi e radicarsi, sia in nuove aree geografiche sia in nuovi settori di attività;
# '''''impunità''''', sia sotto il profilo politico che giudiziario.
#'''''impunità''''', sia sotto il profilo politico che giudiziario.


I vari requisiti sono in sinergia tra loro come nel modello «tradizionale» e possono essere considerati, scrive Dalla Chiesa, come un «sistema di fattori»<ref>Ivi, p. 34.</ref>, nel quale ogni cambiamento in uno di essi produce cambiamenti ''dello stesso segno'' (cioè in più o in meno) in tutti gli altri.
I vari requisiti sono in sinergia tra loro come nel modello «tradizionale» e possono essere considerati, scrive Dalla Chiesa, come un «sistema di fattori»<ref>Ivi, p. 34.</ref>, nel quale ogni cambiamento in uno di essi produce cambiamenti ''dello stesso segno'' (cioè in più o in meno) in tutti gli altri.


=== '''Quando si può parlare di mafia?''' ===
===Quando si può parlare di mafia?===
Il problema odierno è che oramai la parola mafia viene utilizzata nell'immaginario collettivo per definire qualsiasi fenomeno criminale. Ma come già metteva in guardia [[Michele Pantaleone]], con una celeberrima espressione sovente citata senza che gli sia mai riconosciuta la paternità, «''nulla è mafia se tutto diventa mafia''»<ref>Citato in Pantaleone, Michele (1970). ''Il sasso in bocca: mafia e Cosa Nostra'', Bologna, Cappelli editore.</ref>.
Il problema odierno è che oramai la parola mafia viene utilizzata nell'immaginario collettivo per definire qualsiasi fenomeno criminale. Ma come già metteva in guardia [[Michele Pantaleone]], con una celeberrima espressione sovente citata senza che gli sia mai riconosciuta la paternità, «''nulla è mafia se tutto diventa mafia''»<ref>Citato in Pantaleone, Michele (1970). ''Il sasso in bocca: mafia e Cosa Nostra'', Bologna, Cappelli editore.</ref>.


Pur vero è, come notava [[Giovanni Falcone]], che <blockquote>«nel panorama criminale internazionale, le maggiori organizzazioni, depurate dalle loro specifiche connotazioni ambientali, presentano caratteristiche non dissimili da quelle della mafia [...] e tale unicità sostanziale del modello organizzativo [...] consente di usare per le stesse il termine "mafia" in una accezione certamente più estensiva di quella che è normalmente, in senso tecnico, il significato di questa parola, ma in una accezione tuttavia non priva di un certo rigore scientifico»<ref>Parole pronunciate durante l'ultimo intervento pubblico del giudice, il 12 maggio 1992. Il testo fu ripubblicato nel numero 1/1993 di Narcomafie. </ref>.</blockquote>Se la definizione giuridica, del resto, è ben chiara, nel dibattito sociologico i diversi paradigmi interpretativi sono mediati tanto dalle rappresentazioni sociali e istituzionali, quanto dai quadri teorici di riferimento dei vari autori, che privilegiano una o l’altra dimensione d’analisi. Quello che va sottolineato è che '''la definizione sociologica è ''molto più esigente''''' di quella giuridica.
Pur vero è, come notava [[Giovanni Falcone]], che <blockquote>«nel panorama criminale internazionale, le maggiori organizzazioni, depurate dalle loro specifiche connotazioni ambientali, presentano caratteristiche non dissimili da quelle della mafia [...] e tale unicità sostanziale del modello organizzativo [...] consente di usare per le stesse il termine "mafia" in una accezione certamente più estensiva di quella che è normalmente, in senso tecnico, il significato di questa parola, ma in una accezione tuttavia non priva di un certo rigore scientifico»<ref>Parole pronunciate durante l'ultimo intervento pubblico del giudice, il 12 maggio 1992. Il testo fu ripubblicato nel numero 1/1993 di Narcomafie. </ref>.</blockquote>Se la definizione giuridica, del resto, è ben chiara, nel dibattito sociologico i diversi paradigmi interpretativi sono mediati tanto dalle rappresentazioni sociali e istituzionali, quanto dai quadri teorici di riferimento dei vari autori, che privilegiano una o l’altra dimensione d’analisi. Quello che va sottolineato è che '''la definizione sociologica è ''molto più esigente''''' di quella giuridica.


==== La definizione sociologica di mafia ====
====La definizione sociologica di mafia====
[[File:Nando dalla chiesa.jpg|alt=Nando dalla Chiesa|miniatura|200x200px|Nando dalla Chiesa. Foto di Pierpaolo Farina]]
[[File:Nando dalla chiesa.jpg|alt=Nando dalla Chiesa|miniatura|200x200px|Nando dalla Chiesa. Foto di Pierpaolo Farina]]
Restando nell’alveo del paradigma interpretativo che considera la mafia come una forma specifica di potere, adottiamo qui la definizione illustrata da Nando dalla Chiesa col suo «[[Modello Mafioso|modello mafioso]]». Per poter parlare di mafia devono ricorrere i quattro elementi seguenti:
Restando nell’alveo del paradigma interpretativo che considera la mafia come una forma specifica di potere, adottiamo qui la definizione illustrata da Nando dalla Chiesa col suo «[[Modello Mafioso|modello mafioso]]». Per poter parlare di mafia devono ricorrere i quattro elementi seguenti:  


* '''Controllo del territorio''';
*'''Controllo del territorio''';
* '''Rapporti di dipendenza personali''';
*'''Rapporti di dipendenza personali''';
* '''Violenza come suprema regolatrice dei conflitti''' (economici, sociali, politici);
*'''Violenza come suprema regolatrice dei conflitti''' (economici, sociali, politici);
* '''Rapporti organici con la politica.'''
*'''Rapporti organici con la politica.'''


Se manca anche solo uno di questi requisiti, '''non si può parlare di mafia''': senza violenza ci troviamo di fronte a un fenomeno di ''clientelismo''; senza i rapporti con la politica, a una forma di criminalità organizzata classica. Ogni elemento costitutivo è caratterizzato da un ''alto grado di interdipendenza'' con gli altri.
Se manca anche solo uno di questi requisiti, '''non si può parlare di mafia''': senza violenza ci troviamo di fronte a un fenomeno di ''clientelismo''; senza i rapporti con la politica, a una forma di criminalità organizzata classica. Ogni elemento costitutivo è caratterizzato da un ''alto grado di interdipendenza'' con gli altri.
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La '''''fama criminale''''' e la consapevolezza che la violenza può essere efficacemente impiegata rappresentano nella maggior parte dei casi un formidabile ''mix'' deterrente a qualsiasi forma di resistenza civile. E dove non funziona, scatta la rappresaglia come forma di avvertimento al resto della popolazione. Quest’analisi è stata confermata anche sul piano giuridico dalla Corte di Cassazione, quando ha scritto che:<blockquote>«in tema di associazione di tipo mafioso, la violenza e la minaccia, rivestendo natura strumentale nei confronti della forza di intimidazione, ''costituiscono un accessorio eventuale, o meglio latente'', della stessa, ben potendo derivare dalla semplice esistenza e notorietà del vincolo associativo. Esse dunque non costituiscono modalità con le quali deve puntualmente manifestarsi all'esterno la condotta degli agenti, dal momento che la condizione di assoggettamento e gli atteggiamenti omertosi, indotti nella popolazione e negli associati stessi, costituiscono, più che l'effetto di singoli atti di sopraffazione, la conseguenza del ''prestigio'' ''criminale'' della associazione, che, per la sua ''fama negativa e per la capacità di lanciare'' ''avvertimenti, anche simbolici ed indiretti'', si accredita come temibile, effettivo ed autorevole centro di potere»<ref>Suprema Corte di Cassazione - Sezione V penale, ''Sentenza n. 4893'', 16 marzo 2000 (depositata il 20 aprile 2000). Citato in Farina, ''op. cit.'', pp. 27-28. Corsivi nostri.</ref>.</blockquote>Ed è proprio in qualità di temibile, effettivo ed autorevole centro di potere che l’organizzazione mafiosa sfida lo Stato nelle sue prerogative esclusive e quindi si pone come '''''anti-stato''''', benché questa si alimenti dello Stato e cerchi la convergenza con alcune sue parti per garantirsi la sopravvivenza.  
La '''''fama criminale''''' e la consapevolezza che la violenza può essere efficacemente impiegata rappresentano nella maggior parte dei casi un formidabile ''mix'' deterrente a qualsiasi forma di resistenza civile. E dove non funziona, scatta la rappresaglia come forma di avvertimento al resto della popolazione. Quest’analisi è stata confermata anche sul piano giuridico dalla Corte di Cassazione, quando ha scritto che:<blockquote>«in tema di associazione di tipo mafioso, la violenza e la minaccia, rivestendo natura strumentale nei confronti della forza di intimidazione, ''costituiscono un accessorio eventuale, o meglio latente'', della stessa, ben potendo derivare dalla semplice esistenza e notorietà del vincolo associativo. Esse dunque non costituiscono modalità con le quali deve puntualmente manifestarsi all'esterno la condotta degli agenti, dal momento che la condizione di assoggettamento e gli atteggiamenti omertosi, indotti nella popolazione e negli associati stessi, costituiscono, più che l'effetto di singoli atti di sopraffazione, la conseguenza del ''prestigio'' ''criminale'' della associazione, che, per la sua ''fama negativa e per la capacità di lanciare'' ''avvertimenti, anche simbolici ed indiretti'', si accredita come temibile, effettivo ed autorevole centro di potere»<ref>Suprema Corte di Cassazione - Sezione V penale, ''Sentenza n. 4893'', 16 marzo 2000 (depositata il 20 aprile 2000). Citato in Farina, ''op. cit.'', pp. 27-28. Corsivi nostri.</ref>.</blockquote>Ed è proprio in qualità di temibile, effettivo ed autorevole centro di potere che l’organizzazione mafiosa sfida lo Stato nelle sue prerogative esclusive e quindi si pone come '''''anti-stato''''', benché questa si alimenti dello Stato e cerchi la convergenza con alcune sue parti per garantirsi la sopravvivenza.  


== La mentalità mafiosa ==
==La mentalità mafiosa==
Lo studio della dimensione culturale della mafia nelle scienze sociali è oggetto di un vivace dibattito iniziato nella seconda metà degli anni '80 del Novecento<ref>Per approfondire, si vedano gli articoli di Marco Santoro (1998). “Mafia, cultura e politica”, in ''Rassegna Italiana di Sociologia,'' n. 4, ottobre-dicembre, pp. 441-476; (2000). “Mafia, cultura e subculture”, in ''Polis'', n. 1/2000, pp. 91-112.</ref> e dura tutt'oggi. La disputa ruota tutta attorno al concetto di '''''mentalità mafiosa''''', nei termini posti da [[Giovanni Falcone]]. Riprendendo la distinzione tra spirito di mafia e organizzazione criminale di [[Gaetano Mosca]]<ref>Mosca, Gaetano (1900). “Che cos’è la Mafia”, in ''Giornale degli economisti'', serie II, n. 20, pag. 236-262.</ref>, Falcone individuava una specifica mentalità mafiosa distinta dall’organizzazione, operante in senso lato nella società. In ''Cose di Cosa Nostra'' scriveva infatti:<blockquote>«Per lungo tempo si sono confuse la mafia e la mentalità mafiosa, la mafia come organizzazione illegale e la mafia come semplice modo di essere. Quale errore! '''Si può benissimo avere una mentalità mafiosa senza essere un criminale'''»<ref>Falcone, ''Cose di Cosa Nostra'', pp. 80-81.


* ''Per approfondire, vedi la voce [[Mentalità mafiosa]]''
Lo studio della dimensione culturale della mafia nelle scienze sociali è oggetto di un vivace dibattito iniziato nella seconda metà degli anni '80 del Novecento<ref>Per approfondire, si vedano gli articoli di Marco Santoro (1998). “Mafia, cultura e politica”, in ''Rassegna Italiana di Sociologia,'' n. 4, ottobre-dicembre, pp. 441-476; (2000). “Mafia, cultura e subculture”, in ''Polis'', n. 1/2000, pp. 91-112.</ref> e dura tutt'oggi. La disputa ruota anche attorno al concetto di '''''mentalità mafiosa''''', nei termini posti da [[Giovanni Falcone]]. Riprendendo la distinzione tra spirito di mafia e organizzazione criminale di [[Gaetano Mosca]]<ref>Mosca, Gaetano (1900). “Che cos’è la Mafia”, in ''Giornale degli economisti'', serie II, n. 20, pag. 236-262.</ref>, Falcone individuava una specifica mentalità mafiosa distinta dall’organizzazione, operante in senso lato nella società. In ''Cose di Cosa Nostra'' scriveva infatti:<blockquote>«Per lungo tempo si sono confuse la mafia e la mentalità mafiosa, la mafia come organizzazione illegale e la mafia come semplice modo di essere. Quale errore! '''Si può benissimo avere una mentalità mafiosa senza essere un criminale'''»<ref>Falcone, ''Cose di Cosa Nostra'', pp. 80-81.
</ref>.</blockquote>Da siciliano e da giudice che aveva messo alla sbarra (e fatto condannare) per la prima volta la «mafia come organizzazione», Falcone metteva sotto accusa la società civile per come aveva permesso alla «mafia come modo d’essere» di prosperare. Linguaggi, gesti, codici, tradizioni, la mafia non è altro che «l’esasperazione dei valori siciliani»<ref>Falcone dedica alla «contiguità» tra mafia e società siciliana un intero capitolo del suo libro sopra citato, il terzo, facendo diversi esempi e argomentando in maniera esemplare la sua tesi. Ancora oggi, a distanza di 30 anni, quel libro è il miglior libro mai pubblicato sull’antropologia del mafioso e sulla mafia in generale.</ref>, esattamente come la camorra lo è di quelli napoletani, la ‘ndrangheta di quelli calabresi e così via. E in effetti, «l’operazione delle grandi organizzazioni mafiose nel corso dei secoli è stata quella di portare agli estremi la cultura originaria dei territori che controllavano, manipolandola per consacrare nell’immaginario collettivo una fondazione mitica ed eroica della figura del mafioso, che ne ha accresciuto la legittimità e il prestigio sociali»<ref>Farina, op. cit., p. 36.</ref>.
</ref>.</blockquote>Da siciliano e da giudice che aveva messo alla sbarra (e fatto condannare) per la prima volta la «mafia come organizzazione», Falcone metteva sotto accusa la società civile per come aveva permesso alla «mafia come modo d’essere» di prosperare. Linguaggi, gesti, codici, tradizioni, la mafia non è altro che «l’esasperazione dei valori siciliani»<ref>Falcone dedica alla «contiguità» tra mafia e società siciliana un intero capitolo del suo libro sopra citato, il terzo, facendo diversi esempi e argomentando in maniera esemplare la sua tesi. Ancora oggi, a distanza di 30 anni, quel libro è il miglior libro mai pubblicato sull’antropologia del mafioso e sulla mafia in generale.</ref>, esattamente come la camorra lo è di quelli napoletani, la ‘ndrangheta di quelli calabresi e così via. E in effetti, «l’operazione delle grandi organizzazioni mafiose nel corso dei secoli è stata quella di portare agli estremi la cultura originaria dei territori che controllavano, manipolandola per consacrare nell’immaginario collettivo una fondazione mitica ed eroica della figura del mafioso, che ne ha accresciuto la legittimità e il prestigio sociali»<ref>Farina, op. cit., p. 36.</ref>.


== Principali organizzazioni mafiose italiane ==
==Principali organizzazioni mafiose italiane==
Le principali organizzazioni mafiose italiane sono tre:
Le principali organizzazioni mafiose italiane sono tre:  


* [[Cosa Nostra]], egemone fino al periodo stragista del '92-'93;
*[[Cosa Nostra]], egemone fino al periodo stragista del '92-'93;
* [[camorra]], potente, ma non gerarchizzata;
*[[camorra]], potente, ma non gerarchizzata;
* [['ndrangheta]], oggi la più potente tra le organizzazioni mafiose al mondo.
*[['ndrangheta]], oggi la più potente tra le organizzazioni mafiose al mondo.


Per un elenco completo, consulta [[:Categoria:Le associazioni criminali di stampo mafioso|Le associazioni criminali di stampo mafioso]]
Per un elenco completo, consulta [[:Categoria:Le associazioni criminali di stampo mafioso|Le associazioni criminali di stampo mafioso]]


== Principali paradigmi interpretativi del fenomeno mafioso ==
==Principali paradigmi interpretativi del fenomeno mafioso==
I principali paradigmi interpretativi del fenomeno mafioso sono essenzialmente tre:
I principali paradigmi interpretativi del fenomeno mafioso sono essenzialmente tre:  


* il '''[[Modello Mafioso]]''' di [[Nando dalla Chiesa]];  
*il '''[[Modello Mafioso]]''' di [[Nando dalla Chiesa]];
* il '''[[Paradigma della complessità]]''' di [[Umberto Santino]];
*il '''[[Paradigma della complessità]]''' di [[Umberto Santino]];
* il '''[[Modello della Governance criminale]]''' di [[Federico Varese]].
*il '''[[Modello della Governance criminale]]''' di [[Federico Varese]].


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== Voci Correlate ==
==Voci Correlate==  


* [[Antimafia]]
*[[Antimafia]]
* [[Agromafie]]
*[[Agromafie]]
* [[Archeomafie]]
*[[Archeomafie]]
* [[Ecomafie]]
*[[Ecomafie]]
* [[Massomafia]]
*[[Massomafia]]
* [[Mentalità mafiosa]]
*[[Mentalità mafiosa]]
* [[Legge Rognoni - La Torre]]
*[[Legge Rognoni - La Torre]]
* [[Terzo livello]]
*[[Terzo livello]]


== Note ==
==Note==
<references />
<references />


== Bibliografia ==
==Bibliografia==  
 
*Dalla Chiesa, Nando (1976). ''Il potere mafioso. Economia e ideologia'', Milano, Mazzotta editore.
**(a cura di). (2010). ''Contro la Mafia'', Torino, Einaudi.
**(2010). ''La Convergenza'', Milano, Melampo editore.
*Dickie, John (2005). ''Cosa Nostra - Storia della Mafia Siciliana'', Roma-Bari, Editori Laterza.
*Falcone, Giovanni, in collaborazione con Marcelle Padovani (1991). ''Cose di Cosa Nostra'', Milano, Rizzoli.
*Farina, Pierpaolo (2021). ''Le Affinità elettive: il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia'', Tesi di Dottorato - XXXIII Ciclo, Università degli Studi di Milano.
*Lupo, Salvatore (2004). ''Storia della mafia'', Roma, Donzelli editore.
*Pantaleone, Michele (1970). ''Il sasso in bocca: mafia e Cosa Nostra'', Bologna, Cappelli editore.
*Pitrè Giuseppe (1889). ''Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano'', vol. II, Palermo, L. Pedone-Lauriel.
*Romano, Salvatore Francesco (1966). ''Storia della mafia'', Milano, Arnoldo Mondadori Editore (ed. or. 1963 Sugar editore).
*Sales, Isaia (2016). ''Storia dell’Italia mafiosa'', Soveria Mannelli, Rubbettino.
*Sales, Isaia, Meloro, Simona (2017). ''Le mafie nell'economia globale. Fra la legge dello Stato e le leggi di mercato'', Napoli, Guida Editore.
*Sciascia, Leonardo (1991). “La Storia della Mafia”, in ''Quaderni Radicali'' n. 30 e 31 – Anno XV.
*Terranova, Cesare (1965). ''Ordinanza-sentenza contro Leggio + 115'', Tribunale di Palermo, 14 agosto.
*Thaon De Revel, Ottavio (1892). ''Da Ancona a Napoli. Miei ricordi, Milano'', Dumolard.


* Dalla Chiesa, Nando (1976). ''Il potere mafioso. Economia e ideologia'', Milano, Mazzotta editore.
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** (a cura di). (2010). ''Contro la Mafia'', Torino, Einaudi.
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** (2010). ''La Convergenza'', Milano, Melampo editore.
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* Dickie, John (2005). ''Cosa Nostra - Storia della Mafia Siciliana'', Roma-Bari, Editori Laterza.
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* Falcone, Giovanni, in collaborazione con Marcelle Padovani (1991). ''Cose di Cosa Nostra'', Milano, Rizzoli.
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* Farina, Pierpaolo (2021). ''Le Affinità elettive: il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia'', Tesi di Dottorato - XXXIII Ciclo, Università degli Studi di Milano.
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* Lupo, Salvatore (2004). ''Storia della mafia'', Roma, Donzelli editore.
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* Pantaleone, Michele (1970). ''Il sasso in bocca: mafia e Cosa Nostra'', Bologna, Cappelli editore.
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* Pitrè Giuseppe (1889). ''Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano'', vol. II, Palermo, L. Pedone-Lauriel.
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* Romano, Salvatore Francesco (1966). ''Storia della mafia'', Milano, Arnoldo Mondadori Editore (ed. or. 1963 Sugar editore).
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* Sales, Isaia (2016). ''Storia dell’Italia mafiosa'', Soveria Mannelli, Rubbettino.
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* Sales, Isaia, Meloro, Simona (2017). ''Le mafie nell'economia globale. Fra la legge dello Stato e le leggi di mercato'', Napoli, Guida Editore.
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* Sciascia, Leonardo (1991). “La Storia della Mafia”, in ''Quaderni Radicali'' n. 30 e 31 – Anno XV.
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* Terranova, Cesare (1965). ''Ordinanza-sentenza contro Leggio + 115'', Tribunale di Palermo, 14 agosto.
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* Thaon De Revel, Ottavio (1892). ''Da Ancona a Napoli. Miei ricordi, Milano'', Dumolard.


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