Giovanni Falcone: differenze tra le versioni
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'''Giovanni Salvatore Augusto Falcone''' (Palermo, [[18 maggio]] [[1939]] – Capaci, [[23 maggio]] [[1992]]) è stato un magistrato italiano. Fu assassinato da [[Cosa Nostra|Cosa nostra]] con la moglie [[Francesca Morvillo]] e i poliziotti della scorta [[Antonio Montinaro]], [[Vito Schifani]] e [[Rocco Dicillo]] nella [[strage di Capaci]]. | |||
[[File:Giovanni-falcone.jpg|400px|thumb|right|Giovanni Falcone]] | [[File:Giovanni-falcone.jpg|400px|thumb|right|Giovanni Falcone]] | ||
==Biografia== | ==Biografia== | ||
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Il giorno dopo l'attentato, Il CSM lo nominò procuratore aggiunto in Procura, allora retta da Salvatore Curti Giardina, sostituito dal [[20 giugno]] [[1990]] da [[Pietro Giammanco]]<ref>La Repubblica, ''[https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/06/20/palermo-falcone-da-il-benvenuto-al-nuovo.html Palermo, Falcone dà il benvenuto al nuovo procuratore Giammanco]'', 21 giugno 1990. </ref>. L'esperienza in procura fu un'altra ''via crucis'', segnata da ostilità, incomprensioni e contrasti anche con chi era stato un tempo dalla sua parte, come il sostituto procuratore Gioacchino Natoli<ref>Citato in La Licata, op. cit., p. 119.</ref>. | Il giorno dopo l'attentato, Il CSM lo nominò procuratore aggiunto in Procura, allora retta da Salvatore Curti Giardina, sostituito dal [[20 giugno]] [[1990]] da [[Pietro Giammanco]]<ref>La Repubblica, ''[https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/06/20/palermo-falcone-da-il-benvenuto-al-nuovo.html Palermo, Falcone dà il benvenuto al nuovo procuratore Giammanco]'', 21 giugno 1990. </ref>. L'esperienza in procura fu un'altra ''via crucis'', segnata da ostilità, incomprensioni e contrasti anche con chi era stato un tempo dalla sua parte, come il sostituto procuratore Gioacchino Natoli<ref>Citato in La Licata, op. cit., p. 119.</ref>. | ||
Il culmine delle ostilità si raggiunse con l'invio da parte del famigerato "Corvo" di una serie di lettere anonime (un paio addirittura scritte su carta intestata della Criminalpol). Queste missive anonime avevano l'obiettivo di '''diffamare Falcone''' e i colleghi [[Giuseppe Ayala]] e Giammanco | Il culmine delle ostilità si raggiunse con l'invio da parte del famigerato "'''Corvo'''"<ref>I giornalisti diedero il nome alla vicenda dal film "Il corvo" (''Le Corbeau''), uscito nel 1943 e diretto dal regista Henri-Georges Clouzot, che aveva per protagonista un tale che spediva lettere anonime firmandosi "Il corvo". </ref> di una serie di lettere anonime (un paio addirittura scritte su carta intestata della Criminalpol). Queste missive anonime avevano l'obiettivo di '''diffamare Falcone''' e i colleghi [[Giuseppe Ayala]], Giuseppe Prinzivalli e Pietro Giammanco, più altri come il Capo della Polizia di Stato, Vincenzo Parisi, e importanti investigatori come [[Gianni De Gennaro]] e [[Antonio Manganelli]]. Falcone veniva accusato soprattutto di avere "pilotato" il ritorno di un pentito, [[Salvatore Contorno|Totuccio Contorno]], al fine di sterminare i [[Corleonesi]], storici nemici della sua famiglia. | ||
: < | Il caso arrivò anche alla [[Commissione Parlamentare Antimafia|Commissione parlamentare antimafia]], allora presieduta da Gerardo Chiaromonte, che il [[9 agosto]] [[1989]], convocò il collaboratore di giustizia per chiedergli conto del suo ritorno in Sicilia dagli Stati Uniti, cui corrisposero diversi omicidi a Palermo. Tuttavia, dalla lettura dei verbali, pubblicati nel 2019<ref>Commissione d'inchiesta sul fenomeno delle mafie, ''Pubblicazione di atti relativi ad alcune audizioni svolte dalla Commissione di inchiesta Antimafia della X legislatura'', 27 settembre 2019. Disponibile a [https://www.parlamento.it/Parlamento/1327?foto=201 questo link].</ref>, si può facilmente intuire come sotto accusa non sembrasse lui, in quel momento in stato d'arresto (e successivamente scagionato), piuttosto Giovanni Falcone. Le domande fatte al collaboratore e poi anche all’ex-capo della Criminalpol Gianni De Gennaro restituiscono in pieno il clima di sospetti attorno al magistrato, persino all'interno della Commissione parlamentare antimafia. | ||
==== La "telenovela giudiziaria" Di Pisa ==== | |||
Nel frattempo l'allora Alto Commissario Domenico Sica avviò indagini per scovare l'autore delle missive anonime, avviando quella che Saverio Lodato ha definito una "telenovela giudiziaria"<ref>Saverio Lodato, ''Quarant'anni di mafia'', pp. 262-264.</ref>. Il principale sospettato era Alberto Di Pisa, già chiacchierato nel palazzo di giustizia di Palermo come autore di lettere anonime, anche se gli argomenti affrontati erano meno delicati<ref>Ibidem</ref>. Sica lo invitò a bere nel suo ufficio e prese le sue impronte, che risultarono compatibili con un'impronta trovata su una delle missive. O almeno così riferirono i servizi, salvo fare successivamente marcia indietro. In parallelo alle indagini promosse da Sica si aggiunsero quelle del procuratore capo di Caltanissetta, Salvatore Celesti. | |||
Iniziò così un'estenuante altalena di conferme e di smentite, il tutto sui giornali e sulla stampa, con Di Pisa "condannato" senza processo e senza sentenze. Quando finalmente il CSM si occupò della vicenda, gli animi erano ormai esasperati. E Di Pisa deluse tutti, sia gli innocentisti che i colpevolisti, adottando una linea difensiva infelice: negava di avere scritto quelle lettere, ma disse di sottoscriverne i contenuti dalla A alla Z, esprimendosi in maniera durissima contro Falcone e De Gennaro, oltre a rivelare che Ayala aveva una scopertura bancaria che sfiorava il mezzo miliardo e si chiese maliziosamente perché avesse ottenuto quel trattamento di favore. | |||
La conclusione del CSM fu ancora una volta salomonica: sia Di Pisa che Ayala andavano trasferiti entrambi per incompatibilità con i loro rispettivi ambienti di lavoro. Né valse a nulla la spiegazione di Ayala che il debito non era suo, bensì della moglie (e comunque era stato onorato proprio alla vigilia del definitivo verdetto del CSM). | |||
Nel 1992 Di Pisa venne condannato in 1° grado, nel 1993 venne assolto in appello per non aver commesso il fatto, sentenza divenuta definitiva perché la Procura non fece ricorso in Cassazione. Nonostante l'assoluzione nel merito, l'etichetta del Corvo Di Pisa se la portò dietro per tutta la vita. | |||
==== Gli attacchi del movimento antimafia e la rottura con Orlando ==== | ==== Gli attacchi del movimento antimafia e la rottura con Orlando ==== | ||
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Ad appannare l'immagine di Falcone intervenne anche la sentenza d'appello del Maxiprocesso, pronunciata il [[12 dicembre]] [[1990]]. Nonostante le dichiarazioni dei pentiti fossero state '''confermate da riscontri oggettivi''', la sentenza ridimensionò l'importanza delle loro dichiarazioni. Risultò particolarmente '''indebolita la visione verticistica e unitaria di Cosa nostra''', nonostante non fosse stata completamente disarticolata. '''I boss della Commissione ricevettero pene variabili e ingiustificabili''' (Ad esempio, [[Salvatore Riina]] e [[Michele Greco]] furono condannati all'ergastolo ma [[Bernardo Provenzano]] solo a 10 anni e Salvatore Greco a 6 anni, mentre altri killer come Giuseppe Lucchese Miccichè non ricevettero il massimo della pena). Addirittura rimasero impuniti gli omicidi del commissario [[Boris Giuliano]], del capitano dei carabinieri [[Emanuele Basile]] e del [[Carlo Alberto dalla Chiesa|Generale Dalla Chiesa]], dopo otto anni e ben due processi. Restò, pur fragilmente, il principio che gli omicidi fossero commissionati ad un livello più alto dell'organizzazione, dunque alcuni membri della Commissione furono condannati come mandanti. | Ad appannare l'immagine di Falcone intervenne anche la sentenza d'appello del Maxiprocesso, pronunciata il [[12 dicembre]] [[1990]]. Nonostante le dichiarazioni dei pentiti fossero state '''confermate da riscontri oggettivi''', la sentenza ridimensionò l'importanza delle loro dichiarazioni. Risultò particolarmente '''indebolita la visione verticistica e unitaria di Cosa nostra''', nonostante non fosse stata completamente disarticolata. '''I boss della Commissione ricevettero pene variabili e ingiustificabili''' (Ad esempio, [[Salvatore Riina]] e [[Michele Greco]] furono condannati all'ergastolo ma [[Bernardo Provenzano]] solo a 10 anni e Salvatore Greco a 6 anni, mentre altri killer come Giuseppe Lucchese Miccichè non ricevettero il massimo della pena). Addirittura rimasero impuniti gli omicidi del commissario [[Boris Giuliano]], del capitano dei carabinieri [[Emanuele Basile]] e del [[Carlo Alberto dalla Chiesa|Generale Dalla Chiesa]], dopo otto anni e ben due processi. Restò, pur fragilmente, il principio che gli omicidi fossero commissionati ad un livello più alto dell'organizzazione, dunque alcuni membri della Commissione furono condannati come mandanti. | ||
Nonostante la delusione e la rabbia provata in privato per l'esito dell'Appello, Falcone in pubblico ostentò comunque ottimismo, affermando che era stato fatto un passo avanti sul piano dell'impunità: <blockquote>«E' la prima volta, anche in grado di Appello, che resistono in misura non indifferente gli ergastoli. E questo è un fatto. Il processo di Palermo non è certo finito con una raffica di assoluzioni come quello celebrato 20 anni fa per i 114 della nuova mafia, non è finito nel nulla ma con 11 condanne a vita per altrettanti boss e sicari. L'impianto complessivo della istruttoria ha tenuto, ha resistito»<ref>"''Io non lotto, faccio solo le sentenze, Intervista a Giovanni Falcone e Vincenzo Palmegiano'', La Repubblica, 12 dicembre 1990</ref>. </blockquote> | Nonostante la delusione e la rabbia provata in privato per l'esito dell'Appello<ref>Testimonianza resa da Leonardo Guarnotta a Pierpaolo Farina, direttore di WikiMafia, l'8 maggio 2018.</ref>, Falcone in pubblico ostentò comunque ottimismo, affermando che era stato fatto un passo avanti sul piano dell'impunità: <blockquote>«E' la prima volta, anche in grado di Appello, che resistono in misura non indifferente gli ergastoli. E questo è un fatto. Il processo di Palermo non è certo finito con una raffica di assoluzioni come quello celebrato 20 anni fa per i 114 della nuova mafia, non è finito nel nulla ma con 11 condanne a vita per altrettanti boss e sicari. L'impianto complessivo della istruttoria ha tenuto, ha resistito»<ref>"''Io non lotto, faccio solo le sentenze, Intervista a Giovanni Falcone e Vincenzo Palmegiano'', La Repubblica, 12 dicembre 1990</ref>. </blockquote> | ||
==== La mancata strage a Catania al ristorante Costa Azzurra ==== | |||
Dopo la mancata elezione al Csm e vista l'impossibilità di lavorare a Palermo, Falcone maturò la decisione di accettare la proposta che gli veniva da Roma di dirigere gli '''Affari penali''' del ministero di Grazia e Giustizia. Il [[27 febbraio]] [[1991]] il CSM deliberò il collocamento «fuori ruolo col suo consenso», con la seguente motivazione: «Nominato direttore generale degli Affari penali. Luogo svolgimento incarico: Roma. Ufficio: ministero Grazia e Giustizia»<ref>Citato in Bianconi, op. cit.</ref>. Due settimane dopo, il [[13 marzo]], prese servizio a Roma. | |||
Il giorno successivo alla delibera del Csm il [[28 febbraio]] Falcone rischio di essere vittima, con [[Pietro Grasso]], di un attentato a Catania. Il giudice era atteso al processo in cui era imputato Salvatore Inzerillo per l'omicidio del procuratore [[Gaetano Costa]] e arrivò accompagnato dall'ex-giudice a latere del Maxiprocesso. Di fronte all'insistenza di Attilio Bolzoni, Francesco La Licata e Felice Cavallaro, Falcone diede appuntamento a pranzo ai tre giornalisti a due condizioni: niente interviste, e il ristorante lo avrebbe scelto lui. I cinque si ritrovarono così al Costa Azzurra, ristorante catanese abitualmente frequentato da Nitto Santapaola. | |||
Un collaboratore di giustizia, negli anni successivi, rivelò a Pietro Grasso che i picciotti di Santapaola erano appostati coi kalashnikov pronti a fare fuoco, ma non riuscirono a rintracciare il loro capo per avere l'autorizzazione a ucciderli tutti, quindi la strage naufragò. | |||
=== La nuova vita a Roma === | === La nuova vita a Roma === | ||
[[File:Falcone martelli.jpg|200px|thumb|Giovanni Falcone con l'allora ministro della giustizia Claudio Martelli]] | |||
Nel suo nuovo ruolo Falcone assunse il coordinamento a livello nazionale della lotta contro la criminalità organizzata. Il suo principale obiettivo fu l'ideazione di due organismi nazionali che sono tuttora i pilastri dell’azione contro il crimine organizzato: la '''DIA''' ([[Direzione Investigativa Antimafia]]) e la '''DNA''' ([[Direzione Nazionale Antimafia]]). | |||
Nella sua idea, la DNA avrebbe dovuto coordinare le indagini tra le varie procure italiane, mentre la DIA, composta da uomini della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, avrebbe dovuto assumere un ruolo simile a quello dell'FBI statunitense. | |||
Come ha raccontato La Licata, il Falcone romano «lo vedevo nel pieno del suo vigore. Mi ritornava in mente il Falcone del processo Spatola-Sindona, il giudice della grande stagione dei pentiti, delle grandi retate. Sì, sembrava rinato, Giovanni, e si apprestava a vivere un anno straordinario»<ref>La Licata, op. cit., p. 136.</ref>. Iniziò anche una collaborazione come editorialista della Stampa, che accettò solo dopo aver incontrato il politologo '''Norberto Bobbio''', ricevendo dal maestro torinese una sorta di "benedizione"<ref>Ivi, p. 148</ref>. | |||
La relativa quiete romana dei primi mesi venne funestata tuttavia dall'omicidio del giudice [[Antonino Scopelliti]], che doveva sostenere l'accusa del [[Maxiprocesso di Palermo|Maxiprocesso]] in Cassazione. Ai suoi funerali Falcone confidò al fratello del collega: «''Se hanno deciso così non si fermeranno più... ora il prossimo sarò io''». | |||
==== L'accusa di essersi venduto al potere politico ==== | |||
La vicinanza con il vicesegretario del PSI Martelli costò tuttavia a Falcone dure critiche anche dal PCI che si accingeva a diventare PDS dopo la caduta del Muro di Berlino e da altri settori del mondo politico, benché nel suo ruolo di Direttore degli Affari Penali al Ministero egli si fosse limitato fino a quel momento a lavorare per dare alla magistratura nuovi strumenti nella lotta alla [[mafia]]. | |||
Durante la staffetta televisiva Samarcanda-Maurizio Costanzo Show andata in onda il [[26 settembre]] [[1991]], in memoria di [[Libero Grassi]], andò in scena in diretta televisiva più di un attacco a Giovanni Falcone da parte di Leoluca Orlando e Alfredo Galasso, esponenti del partito "''La Rete''". La trasmissione è nota anche perché in quell'occasione un giovanissimo [[Totò Cuffaro]] accusava in diretta televisiva Michele Santoro e Maurizio Costanzo di «giornalismo mafioso», che a suo dire faceva «più male alla Sicilia di dieci anni di delitti»<ref>L'estratto video è disponibile su YouTube [https://www.youtube.com/watch?v=BSiMHjDSzIs a questo link]. </ref>. | |||
Due settimane dopo, il [[15 ottobre]], Giovanni Falcone fu costretto poi a difendersi davanti al CSM in seguito all'esposto presentato il mese prima (l'11 settembre) da Leoluca Orlando. L'esposto contro Falcone era il punto di arrivo della serie di accuse mosse da Orlando dall'anno prima. Commentando il clima di sospetto creatosi a Palermo, il giudice palermitano affermò che: <blockquote>«non si può investire nella cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l'anticamera della verità, è l'anticamera del khomeinismo».</blockquote> | |||
===== La precisazione davanti al CSM: non esiste un terzo livello sopra Cosa nostra ===== | |||
* Per approfondire, vedi [[Terzo livello|Terzo Livello]] | |||
Falcone davanti al CSM dovette anche smentire l'esistenza di un terzo livello organizzativo sopra [[Cosa Nostra|Cosa nostra]]. Il magistrato nel giugno 1982 aveva firmato con [[Giuliano Turone]] una relazione dal titolo "''[https://www.wikimafia.it/tecniche-di-indagine-in-materia-di-mafia/ Tecniche di indagine in materia di mafia]''", parlando di tre livelli di reati. I reati di terzo livello erano quei “''delitti che mirano a salvaguardare il perpetuarsi del sistema mafioso in genere (si pensi ad esempio all'omicidio di un uomo politico, o di altro rappresentante delle pubbliche istituzioni, considerati pericolosi per l'assetto di potere mafioso''". | |||
La distinzione, per effetto della disinformazione e della superficialità dei media, venne applicata anche all'organizzazione mafiosa, rappresentata come un edificio a tre o livelli: il primo costituito dagli esecutori dei delitti, il secondo dai capi, il terzo da un vertice politico-finanziario, una sorta di super-cupola. | |||
Già in una relazione del [[1988]] Falcone si era premurato di esplicitare il suo pensiero: <blockquote>«Al di sopra dei vertici organizzativi non esistono "terzi livelli" di alcun genere, che influenzino e determinino gli indirizzi di Cosa nostra. Ovviamente, può accadere ed è accaduto che, in determinati casi e a determinate condizioni, l'organizzazione mafiosa abbia stretto alleanze con organizzazioni similari ed abbia prestato ausilio ad altri per fini svariati e di certo non disinteressatamente; gli omicidi commessi in Sicilia, specie negli ultimi anni, sono la dimostrazione più evidente di specifiche convergenze di interessi fra la mafia ed altri centri di potere. Cosa Nostra, però, nelle alleanze non accetta posizioni di subalternità; pertanto è da escludere in radice che altri, chiunque esso sia, possa condizionarne o dirigerne le attività. E in tanti anni di indagini specifiche sulle vicende di mafia, non è emerso nessun elemento che autorizzi nemmeno il sospetto dell'esistenza di una "direzione strategica" occulta di Cosa Nostra. Gli uomini d'onore che hanno collaborato con la giustizia, alcuni dei quali figure di primo piano dell'organizzazione, ne conoscono l'esistenza. E se è vero che non pochi uomini politici siciliani sono stati, a tutti gli effetti, adepti di "Cosa Nostra", è pur vero che in seno all'organizzazione mafiosa non hanno goduto di particolare prestigio in dipendenza della loro estrazione politica. Insomma Cosa Nostra ha tale forza, compattezza ed autonomia che può dialogare e stringere accordi con chicchessia mai però in posizioni di subalternità»<ref>Giovanni Falcone, "''Il fenomeno mafioso: dalla consuetudine secolare all'organizzazione manageriale''", relazione letta al Convegno internazionale di studi organizzato dal Comune di Palermo sul tema "Lott alla droga: verso gli anni Novanta", oggi contenuto in "La posta in gioco", Milano, Bur, p. 331 e ss.</ref>.</blockquote>Sempre davanti al Csm, nel 1991, Falcone commentava: <blockquote>«Devo dedurre che non si è voluto comprendere questo, perché si continuano a fare queste affermazioni ad effetto: "Falcone ha cambiato idea! Prima parlava del terzo livello, ora non ne parla più". Io aggiungo qualcos'altro. Affermo che non parlare di un terzo livello non è un fatto benefico a favore della classe politica, perché magari ci fosse un terzo livello! Basterebbe una sorta di Spectra, basterebbe James Bond per togliercelo di mezzo. Ma purtroppo non è così. Abbiamo dei rapporti molto intensi, molto ramificati e molto complessi. Questo è il punto cruciale su cui bisogna lavorare. Questo ho sostenuto allora e devo dire che questi anni mi hanno sempre più rafforzato in questa idea»<ref>Il testo integrale dell'audizione è disponibile sul sito del [https://www.csm.it/documents/21768/1909111/26+verbale+prima+commissione+15+ottobre+1991.pdf/ce7836e2-6333-98f6-1aeb-73dfd0432a52 Consiglio Superiore della Magistratura].</ref>.</blockquote> | |||
=== Tutti (o quasi) contro Falcone === | |||
Quando venne varato il decreto-legge n. 367 del [[20 novembre]] [[1991]] che istituiva la [[Direzione nazionale antimafia]] fu subito polemica. Falcone venne accusato di aver ideato un decreto ''ad personam''. Tanto che molti commentatori lo definirono il decreto "coi baffi". Oltre ai soliti, gli attacchi al giudice palermitano arrivarono anche da persone che negli anni sentiva politicamente e ideologicamente vicine: dai giudici del '''Movimento per la giustizia''', la sua corrente, agli ex-amici di '''Magistratura democratica''', a tutto uno schieramento di sinistra, compreso il PDS. Le proteste sfociarono addirittura in uno sciopero dell'Associazione Nazionale Magistrati | |||
Falcone veniva ritenuto il migliore per ricoprire l'incarico, ma venivano avanzati dubbi sulla sua indipendenza dal potere politico per il ruolo che aveva avuto al fianco di Martelli, benché ci fosse lui dietro al cosiddetto “''pacchetto antimafia''” che prevedeva tra le altre cose il carcere duro per i boss, l'ergastolo ostativo, la legge sui collaboratori di giustizia, quella sullo scioglimento dei comuni per mafia. | |||
Nonostante l'invito a non candidarsi arrivato da più parti, Falcone il [[17 gennaio]] [[1992]] presentò domanda per diventare il primo [[procuratore nazionale antimafia]]. Come già era successo nel 1988, anche questa volta venne confezionato un candidato "''anti-Falcone''", come venne rinominato: '''Agostino Cordova''', procuratore di Palmi. La sua candidatura veniva sostenuta poiché mostrava maggiore indipendenza rispetto a Falcone, avendo da poco chiuso un inchiesta in Calabria contro mezzo partito socialista regionale. | |||
Il | E questo nonostante fosse merito suo se la Cassazione non annullò il [[Maxiprocesso di Palermo|maxiprocesso]]: per la prima volta, infatti, a discutere il terzo grado dello storico processo furono '''le sezioni riunite''' della Corte e non la prima sezione, presieduta da [[Corrado Carnevale]], che storicamente si era sempre occupata dei processi di mafia (facendoli finire quasi sempre in fumo). | ||
Tanto che la Commissione per il conferimento degli uffici direttivi del Csm si era espressa a favore del magistrato calabrese (tre voti a favore, contro i due per Falcone). | |||
L'indomani, il [[26 febbraio]], comparve un commento della vicenda a firma di '''Vincenzo Geraci''' su "Il Giornale" di Montanelli, intitolato "''Vinca l'indipendenza''":<blockquote>«Che cosa è valso dunque a sovvertire le più accreditate previsioni della vigilia, spingendo la competente commissione del Csm a proporre il nome di Agostino Cordova? [...] riteniamo che a giocare un ruolo decisivo in suo favore sia stata, insieme alla maggiore anzianità, la condizione di assoluta indipendenza dimostrata nelle innumerevoli e gravi inchieste giudiziarie da lui condotte. Sia chiaro che con ciò non intendiamo mettere in dubbio l'altrettanto sicura indipendenza di Giovanni Falcone; solo che, quest'ultima, ha forse sofferto del ruolo da lui ultimamente assunto come direttore degli Affari penali presso il Ministero di grazia e giustizia, e perciò dell'inevitabile coinvolgimento nelle scelte di politica giudiziaria di Martelli, del quale si ritiene il più autorevole e assiduo consigliere»<ref>La Licata, op. cit., pp. 158-159.</ref>. </blockquote>Il [[12 marzo]] è ''l'Unità'' ad ospitare il commento di '''Alessandro Pizzorusso''', uno dei membri «laici» del Csm in quota Pds. Il titolo è eloquente: ''Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché''. La ragione era che «mentre Cossiga tace, Martelli continua instancabile nel tentativo di svuotare il Csm. Il principale collaboratore del ministro non dà più garanzie di indipendenza»<ref>Citato in Bianconi, l'Assedio.</ref>. | |||
==== L'omicidio di Salvo Lima ==== | |||
Quel giorno tuttavia la scena se la prende un altro evento, destinato a far saltare gli equilibri politici tra una parte della Democrazia Cristiana e Cosa nostra: l'omicidio dell'eurodeputato [[Salvo Lima]], reo di non aver fatto naufragare in Cassazione il Maxiprocesso come aveva promesso. Lo stesso Salvo Lima che un anno prima, alla nomina di Falcone al ministero, aveva sibilato con [[Angelo Siino]]: «''chistu si metterà l'Italia nelle mani''»<ref>Citato da Dalla Chiesa, Una Strage Semplice, p. 15.</ref>. Il commento di Falcone è laconico: «''Da questo momento può accadere di tutto''»<ref>Ivi, p. 150.</ref>. | |||
Al giornalista Francesco La Licata spiegò: <blockquote>«Si apre un nuovo ciclo. E' vero, si chiudono i vecchi conti del maxiprocesso, ma da questo momento Cosa nostra inaugura anche una nuova linea. La mafia sta dicendo che non ha più bisogno di intermediari che possano filtrare i suoi rapporti con la politica e con le istituzioni. Da Lima in poi i rapporti vuole tenerli direttamente. Non è una novità, questa. Questi vedere quello che sta accadendo un po' ovunque durante le campagne elettorali: la mafia ha imposto i "suoi" candidati»<ref>La Licata, op. cit., pp. 166-167.</ref>.</blockquote>Secondo Falcone Cosa nostra ''doveva'' alzare il tiro. Una scelta obbligata per tenere insieme l'organizzazione, dopo le tante sconfitte dentro e fuori le aule di giustizia, con molti boss reclusi al carcere duro e la rottura del velo dell'omertà da parte di sempre più esponenti dell'organizzazione per collaborare e ottenere i benefici penitenziari. Secondo il giudice palermitano avrebbe provato a colpire le più alte cariche dello Stato. Cosa che in effetti l'organizzazione mafiosa fece. | |||
Al magistrato Giannicola Sinisi, che lavorava con lui al ministero, dopo un incontro con alcuni esponenti del CSM relativamente alla corsa alla Dna, confidò: «In fondo, a uno come me, che sa di dover essere ammazzato, cosa vuoi che gliene importi di fare il super-procuratore?»<ref>Ivi, p. 168.</ref>. | |||
===L'attentatuni: la strage di Capaci=== | ===L'attentatuni: la strage di Capaci=== | ||
[[File:Strage capaci.jpg|300px|thumb|right|Una foto dopo l'esplosione della bomba]] | [[File:Strage capaci.jpg|300px|thumb|right|Una foto dopo l'esplosione della bomba]] | ||
Sabato 23 maggio 1992 Falcone stava tornando a Palermo, come era solito fare nei fine settimana, da Roma. Il jet di servizio partito dall'aeroporto di Ciampino intorno alle 16:45 arrivò a Punta Raisi dopo un viaggio di 53 minuti. Lo attendevano tre Fiat Croma blindate, con un gruppo di scorta sotto il comando dell'allora capo della squadra mobile di Palermo, [[Arnaldo La Barbera]]. | Sabato [[23 maggio]] [[1992]] Falcone stava tornando a Palermo, come era solito fare nei fine settimana, da Roma. Il jet di servizio partito dall'aeroporto di Ciampino intorno alle 16:45 arrivò a Punta Raisi dopo un viaggio di 53 minuti. Lo attendevano tre Fiat Croma blindate, con un gruppo di scorta sotto il comando dell'allora capo della squadra mobile di Palermo, [[Arnaldo La Barbera]]. | ||
Appena sceso dall'aereo, Falcone si sistemò alla guida della Croma bianca e accanto prese posto la moglie [[Francesca Morvillo]], mentre l'autista giudiziario [[Giuseppe Costanza]] andò ad occupare il sedile posteriore. Nella Croma marrone c'era alla guida [[Vito Schifani]], con accanto l'agente scelto [[Antonio Montinaro]] e sul retro [[Rocco Dicillo]], mentre nella vettura azzurra c’erano [[Paolo Capuzzo]], [[Gaspare Cervello]] e [[Angelo Corbo]]. In testa al gruppo c’era la Croma marrone, poi la Croma bianca guidata da Falcone, e in coda la Croma azzurra. Alcune telefonate avvisarono i sicari che avevano sistemato l'esplosivo per la strage della partenza delle vetture. | Appena sceso dall'aereo, Falcone si sistemò alla guida della Fiat Croma bianca e accanto prese posto la moglie [[Francesca Morvillo]], mentre l'autista giudiziario [[Giuseppe Costanza]] andò ad occupare il sedile posteriore. Nella Fiat Croma marrone, la [[Quarto Savona 15]], c'era alla guida [[Vito Schifani]], con accanto l'agente scelto [[Antonio Montinaro]] e sul retro [[Rocco Dicillo]], mentre nella vettura azzurra c’erano [[Paolo Capuzzo]], [[Gaspare Cervello]] e [[Angelo Corbo]]. In testa al gruppo c’era la Fiat Croma marrone, poi la Fiat Croma bianca guidata da Falcone, e in coda la Fiat Croma azzurra. Alcune telefonate avvisarono i sicari che avevano sistemato l'esplosivo per la strage della partenza delle vetture. | ||
Le auto lasciarono l'aeroporto imboccando l'autostrada in direzione Palermo. La situazione pareva tranquilla, tanto che non vennero attivate neppure le sirene. Su una strada parallela, una macchina guidata da [[Gioacchino La Barbera]] si affiancò alle tre Croma blindate, per darne segnalazione ai killer in agguato sulle alture sovrastanti il litorale; furono gli ultimi secondi prima della strage. | Le auto lasciarono l'aeroporto imboccando l'autostrada in direzione Palermo. La situazione pareva tranquilla, tanto che non vennero attivate neppure le sirene. Su una strada parallela, una macchina guidata da [[Gioacchino La Barbera]] si affiancò alle tre Croma blindate, per darne segnalazione ai killer in agguato sulle alture sovrastanti il litorale; furono gli ultimi secondi prima della strage. | ||
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===I funerali=== | ===I funerali=== | ||
Lo stesso giorno dell'elezione del nuovo presidente della Repubblica, a Palermo, nella Chiesa di San Domenico, si tennero i funerali delle vittime, ai quali partecipò l'intera città. I più alti rappresentanti del mondo politico presenti (Giovanni Spadolini, Claudio Martelli, Vincenzo Scotti, Giovanni Galloni) vennero duramente contestati dalla cittadinanza. Le immagini simbolo rimaste maggiormente impresse nella memoria collettiva furono le parole e il pianto della vedova di Vito Schifani.<ref>Il video su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=ff0wgrgkCBM</ref> | Lo stesso giorno dell'elezione del nuovo presidente della Repubblica, a Palermo, nella Chiesa di San Domenico, si tennero i funerali delle vittime, ai quali partecipò l'intera città. I più alti rappresentanti del mondo politico presenti (Giovanni Spadolini, Claudio Martelli, Vincenzo Scotti, Giovanni Galloni) vennero duramente contestati dalla cittadinanza. Le immagini simbolo rimaste maggiormente impresse nella memoria collettiva furono le parole e il pianto della vedova di [[Vito Schifani]].<ref>Il video su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=ff0wgrgkCBM</ref><blockquote>«Io, Rosaria Costa, vedova dell'agente Vito Schifani -- Vito mio -- battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato -- lo Stato... -- chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c'è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, però, se avete il coraggio... di cambiare... loro non cambiano ... se avete il coraggio... di cambiare, di cambiare, loro non vogliono cambiare loro...di cambiare radicalmente i vostri progetti, progetti mortali che avete. Tornate a essere cristiani. Per questo preghiamo nel nome del Signore che ha detto sulla croce: "Padre perdona loro perché loro non lo sanno quello che fanno". Pertanto vi chiediamo per la nostra città di Palermo che avete reso questa città sangue, città di sangue... Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue -- troppo sangue -- di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l'amore per tutti. Non c'è amore, non ce n'è amore, non c'è amore per niente».</blockquote> | ||
==Opere== | ==Opere== | ||
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*''Io accuso. Cosa nostra, politica e affari nella requisitoria del maxiprocesso'', Roma, Libera informazione, 1993. | *''Io accuso. Cosa nostra, politica e affari nella requisitoria del maxiprocesso'', Roma, Libera informazione, 1993. | ||
*''La posta in gioco. Interventi e proposte per la lotta alla mafia'', Milano, BUR Rizzoli, 2010 | *''La posta in gioco. Interventi e proposte per la lotta alla mafia'', Milano, BUR Rizzoli, 2010 | ||
==Curiosità: il doppio compleanno di Falcone== | ==Curiosità: il doppio compleanno di Falcone== | ||
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*La Licata, Francesco (2002). [[Storia di Giovanni Falcone]], Milano, Feltrinelli. | *La Licata, Francesco (2002). [[Storia di Giovanni Falcone]], Milano, Feltrinelli. | ||
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|keywords=giovanni falcone, falcone, giudice falcone, 23 maggio 1992, strage di capaci, vita di giovanni falcone, nemici di giovanni falcone, | |||
|description=Giovanni Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 – Palermo, 23 maggio 1992) è stato un magistrato italiano, simbolo della lotta alla mafia, vittima innocente di Cosa nostra. | |||
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